MI MANCHI TANTO di Engin Akyürek

Traduzione italiana del racconto scritto da Engin Akyürek per il n. 43 di Kafasına Göre – anno 2022

“La coscienza era come una lampada nascosta nel cuore delle persone, non si poteva sapere quando si sarebbe accesa o spenta.”

Alcune persone creano molte cose nei loro sogni.  Dietro le quinte di un sogno intrappolano tutto ciò che non possono essere, quello che non possono raggiungere e amare.  A volte troveranno il modo di essere felici lì, altre volte, come in una resa, qualunque cosa accada, qualunque posto raggiungano, ovunque il vento le soffierà, lasceranno il loro corpo alla realtà e nasconderanno la loro anima nei loro sogni…

Ali İhsan aveva appoggiato il suo corpo corpulento alla fermata dell’autobus, aveva chiuso gli occhi e aveva cominciato a vagare nei suoi sogni.  
Chi conosceva Ali İhsan lo sapeva, ogni volta che trovava un posto dove riposare il suo grosso corpo, sognava e parlava a sé stesso con gli occhi chiusi, con una morbidezza inaspettata per quel corpo.  
Sebbene fosse conosciuto come un uomo generalmente arrabbiato, litigioso e violento, con chiunque stesse parlando nei suoi sogni, ovunque stesse andando, le parole che filtravano dalle sue guance paffute erano come zucchero filato.
Ali İhsan era sulla trentina.  Era una guardia del corpo nei famosi padiglioni di Ankara1, con il suo aspetto spaventoso e la sua grande statura.  Non si domandava da molto tempo se era contento del suo lavoro o soddisfatto di sé stesso.  Era come se ad Ali İhsan fosse stato concesso un periodo di tempo e lui stesse cercando di riempire questo tempo.  Pare che avesse perso le sue aspirazioni e i suoi sogni in tenera età e che prendesse le distanze dalle persone e da sé stesso quando non poteva mettere qualcosa al suo posto…

Ali Ihsan aveva appoggiato il suo corpo corpulento alla fermata dell’autobus, aveva chiuso gli occhi e aveva cominciato a vagare nei suoi sogni. Il giorno era appena nato e, come l’ombra della notte, la via Çankırı era deserta, fatta eccezione per i nottambuli, i gaudenti e i negozianti che aprivano le saracinesche. Mancavano venti minuti all’arrivo dell’autobus per Mamak2.  Ali İhsan, con gli occhi chiusi, parlava tra sé e sé alla fermata dell’autobus; il venditore di simit che apriva la sua bancarella e l’equipaggio ubriaco della notte, che cadeva a destra e a sinistra, conoscendo l’indole di Ali Ihsan, sorridevano e, come per proteggerlo, lo salutavano. Cinque minuti prima dell’arrivo dell’autobus, come se l’orologio dentro di lui lo svegliasse, i suoi occhi si aprivano.  Sbadigliando come per dare fastidio al venditore di simit, che apriva la bancarella alla luce del sole e al traffico che scorreva, raddrizzava il suo grosso corpo e si alzava in piedi.  Voleva andare a casa e dormire fino al tramonto.  Se avesse messo una virgola nei suoi sogni, avrebbe potuto continuare da dove si era interrotto, perché non avrebbe sollevato la testa dal cuscino finché non avesse messo un punto.

L’autobus per Mamak, con il sole alle spalle, entrò in via Çankırı.  Ali Ihsan sbadigliò, si stiracchiò, si scrollò di dosso la stanchezza della notte e salì sull’autobus.  Si appollaiò subito vicino al finestrino e appoggiò la testa sul vetro.  Occorreva un’ora nel traffico mattutino prima di riuscire a tornare a casa.  L’autobus aveva chiuso le porte e Ali İhsan aveva gli occhi aperti a metà quando un uomo anziano cadde a terra alla fermata dell’autobus.  Ali İhsan alzò la testa dal finestrino e guardò il vecchio disteso a terra.  Il flusso di persone che scorreva e le persone che aspettavano a destra e a sinistra, non vedevano il vecchio disteso a terra.  E coloro che lo vedevano con la coda dell’occhio distoglievano subito lo sguardo e si allontanavano, lasciando il vecchio a terra.  Quando Ali İhsan vide che nessuno lo stava aiutando, aggiunse il suo tono spesso alla calma mattutina e disse:

 “Apri la porta, c’è un uomo caduto a terra!”

Sarebbe stato bello andare a casa e dormire.  Come se lavorare tutta la notte non fosse bastato, si sarebbe occupato anche di ambulanza e ospedale…  Non appena la porta dell’autobus si aprì, gli venne in mente tutto questo.  Per un momento volle essere una di quelle persone che non vedevano il vecchio o non volevano vederlo.  Voleva anche pensare a quanto giusta fosse la vita comoda del non vedere e del non testimoniare, ma quando si mosse per aiutare il vecchio, questa domanda rimase appesa all’autobus solo come una domanda.  Quando Ali İhsan sollevò il vecchio che giaceva a terra e gli prese il viso tra i palmi delle mani, si rese conto che l’uomo aveva avuto un infarto.  Nessuno si fermò e nessuno chiese – cosa sta succedendo, hai bisogno di aiuto -, si stavano allontanando come se stessero per salvare il mondo, girando la testa.  Quando Ali İhsan vide che nessuno lo stava aiutando, si vergognò della domanda rimasta appesa all’autobus; al contrario, quando le persone sono messe alla prova e chiamate a testimoniare, diventano un po’ più umane.  Tirò fuori il telefono e chiamò subito l’ambulanza.  Per fortuna c’era un ospedale vicino a via Çankırı, così arrivarono ​​e intervennero sul vecchio nel giro di cinque minuti.  La coscienza era come una lampada nascosta nel cuore delle persone, non si poteva sapere quando si sarebbe accesa o spenta, ma una volta accesa avrebbe dato la direzione a tutto.

Così Ali İhsan si ritrovò sull’ambulanza diretta verso l’ospedale.  Aveva svolto il suo dovere umanitario e trasportato il vecchio all’ospedale.  Poteva tornare a casa, riposarsi e liberarsi della stanchezza della notte.  Anche l’umanità era fino a un certo punto e lui aveva bisogni umani e, come ho detto, una volta accesa la lampada dentro di lui, avrebbe viaggiato con essa fino a quando non si fosse spenta.  
Ali İhsan era seduto sulla panchina all’ingresso del pronto soccorso, in attesa delle notizie del vecchio.  Prima la polizia fece alcune domande e cercò di scoprire il grado di parentela, quindi l’infermiere dell’ospedale ottenne alcune firme per i documenti.  Ali İhsan dichiarò il grado di parentela e, umanamente parlando, chiuse la questione.  Il vecchio venne portato in terapia intensiva. Sebbene Ali İhsan avesse aspettato in ospedale per ore, nessuno che conosceva il vecchio, o che fosse preoccupato per lui, venne.  

Alla fine della giornata, Ali İhsan dovette tornare al padiglione senza poter tornare a casa.  Mentre faceva il suo lavoro, insonne e stanco, aveva in mente il vecchio.  Non aveva neanche lasciato il suo numero di telefono all’ospedale.  Il sole sarebbe sorto, lui avrebbe preso l’autobus e sarebbe tornato a casa ad abbracciare i suoi sogni.  Questo era tutto ciò che voleva.

Nacque il giorno e iniziò ad aspettare con gli stessi vestiti alla fermata dell’autobus. Questa volta non stava dormendo o meglio, non voleva dormire. Una sensazione indescrivibile che lo metteva a disagio era nascosta nel suo respiro. Come se questo sentimento avesse avuto un sapore. Sentiva il bisogno di ingoiare appena possibile, come se avesse leccato un ferro arrugginito e diceva: “Ma se arriva l’autobus per Mamak, dovrei salire e andare”. Questa volta l’autobus stava arrivando con delle nuvole scure alle spalle. Ali İhsan disperse il sapore che gli era rimasto in gola con un piccolo colpo di tosse e iniziò a camminare verso l’ospedale a passi veloci, espirando. All’ospedale, la presentazione di sé stesso che cercava di avere informazioni su un uomo di cui conosceva solo il nome, aveva richiesto così tanto tempo che era stato difficile per lui non emettere la sua voce spessa. Il vecchio, fortunatamente, era uscito dalla terapia intensiva ed era stato portato in una stanza. Ali İhsan si preoccupò se ci fossero stati dei visitatori per il vecchio. Se qualcuno fosse stato interessato, avrebbe preso subito un taxi per andare a casa. Sebbene la ragazza alla reception non volesse fornire informazioni, Ali İhsan insistette così tanto che la ragazza, dannatamente scoraggiata, schiacciò il pulsante del computer:

“C’erano dei numeri di telefono sul foglio che gli è uscito dalla tasca, abbiamo chiamato ma nessuno era interessato, l’uomo non ha nemmeno un cellulare, nel sistema lo vedo solo come un pensionato”.



Ali İhsan aveva lasciato il suo corpo, che non dormiva da due giorni, sui sedili di plastica accanto alla consulente.  Aveva ancora lo stesso sapore in bocca.  Aveva saputo il numero della stanza del vecchio.  Dopo tutto questo, una visita per augurargli di guarire presto, forse avrebbe spento il fuoco che gli ardeva dentro.  Ali İhsan arrivò alla stanza 407, bussò piano alla porta ed entrò.  C’erano quattro letti all’interno. Tutti i letti erano pieni e nella stanza c’erano anche i parenti dei pazienti che sonnecchiavano sulle sedie degli accompagnatori.  Il vecchio zio era sdraiato sul letto vicino alla porta.  Ali İhsan si sedette sulla sedia vuota accanto al vecchio.  Il vecchio fissava il soffitto con gli occhi aperti, respirando sommessamente. Ali İhsan voleva augurargli di guarire presto e andarsene senza disturbare, ma il vecchio, percependo la presenza di Ali İhsan e il suo respiro profondo, girò la testa.  Vecchio uomo… prima che Ali İhsan potesse dire guarisci presto, i suoi occhi si riempirono di lacrime: 

“Figlio mio, mio Kemal, sei venuto. Mi manchi così tanto, figlio mio, mi manchi così tanto. Mi hai perdonato? …” 

Il vecchio teneva le mani di Ali İhsan e mentre piangeva chiedeva perdono.  Ali İhsan fu sorpreso di non riuscire a formulare nemmeno una sola frase, per non parlare dell’augurio di guarire presto.  Stava solo respirando profondamente.  Con il pianto del vecchio, persino gli accompagnatori che dormivano e i corpi anestetizzati che erano usciti dal reparto di terapia intensiva si erano svegliati.  C’erano tipi curiosi nel corridoio che sentivano le voci e sporgevano la testa dalla porta. Il vecchio in lacrime:

“Perdonami figlio mio, perdonami. Mi manchi così tanto…”  

Ali İhsan era rimasto sulla sua sedia, non sapendo cosa dire o cosa fare.  Agli occhi di chi osservava la situazione, le espressioni “Ehi! Dì ‘ho perdonato’, stai facendo piangere il vecchio” vagavano per la stanza.  Ali İhsan teneva le mani del vecchio che sembravano terra secca e disse: 

“Ti ho perdonato, non piangere…” 

Ali İhsan, mentre respirava profondamente, corse giù per le scale e si gettò fuori.  Aveva problemi a controllare il respiro.  Si sedette su una panca di legno e cercò di calmarsi.  Aveva ancora lo stesso sapore in bocca, quel sapore che non gli piaceva.  Tirò fuori il telefono e compose un numero che aveva memorizzato nella sua mente.  Il telefono era all’orecchio e il respiro nel suo cuore.  Il telefono squillò a lungo e non appena ricevette un “Pronto” come risposta, Ali İhsan lasciò nel giardino dell’ospedale tutto ciò che aveva in mano e piangendo ad alta voce disse: 

“Papà, sono Ali İhsan. Perdonami papà, mi manchi così tanto…”



Scritto da EnginAkyürek, tradotto da Silvia Musuruca


Note:
1Locali dove si beve fino a tarda notte; quelli più famosi di Ankara si trovano in via Çankırı
2Distretto della provincia di Ankara che fa parte del comune metropolitano di Ankara.

20 Replies to “MI MANCHI TANTO di Engin Akyürek”

  1. La sensibilità di Engin in un racconto… un messaggio pieno d’amore 🤍😍

    Se solo potessimo essere tutti un pò più generosi e altruisti, pronti a perdonare… il mondo sarebbe sicuramente un posto
    migliore ❤
    Grazie Silvia 🙏😍
    Ancora una volta ci hai dato la possibilità di leggere e comprendere i pensieri del nostro amato Engin 🤍✍

    Piace a 1 persona

  2. I racconti di Engin sono sempre attesi con il desiderio di scoprire un pò di più del suo mondo. La semplicità nel raccontare è diretta e ti fa entrare in empatia con i personaggi, a riconoscere sentimenti che in fondo appartengono ad ognuno di noi, ogni racconto ha sempre un pò del lettore oltre che dell’autore. Grazie Silvia, le tue traduzioni sono scorrevoli, chiare. Sei preziosa

    Piace a 3 people

  3. GRAZIE infinite per questa traduzione. Questo racconto arriva diretto al cuore. Sensibilità straordinarie: quella di Engin che l’ha scritto. Ma anche la tua che ce lo consegni nella nostra lingua.
    GRAZIE!!!

    Piace a 3 people

  4. Che persona meravigliosa che è Engin, i suoi racconti ci parlano di lui e del suo cuore puro. La sua sensibilità ed umanità ne fanno la persona speciale che è. Siamo fortunate ad averlo conosciuto! Grazie Silvia!

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  5. L’umiltà di dire “mi manchi così tanto…” bellissime parole dalla mente e dalla penna del nostro Engin . Se si avesse il coraggio di dirle più spesso, sarebbe un mondo migliore 🙏
    Grazie cara Silvia ♥️

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      1. Le parole finali valgono tutto il racconto : rendere reale il messaggio del racconto, riavvicinarsi alle persone che si sono o abbiamo allontanato, non è sempre facile ma si può provare . Grazie Silvia .

        Piace a 2 people

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