UNA STORIA DI AZIZ, di Engin Akyürek

Traduzione italiana del racconto scritto da Engin Akyürek per il n. 44 di Kafasına Göre – anno 2022.

Il suo ingresso e la sua uscita nelle nostre vite erano stati gli stessi, con il suo collare con la scritta “Aziz” e il lucido manto di soriano

Per un po’ ho pensato che si nascondesse in un luogo appartato. Quando non era in giro e non si strofinava contro i miei piedi, apriva le ante chiuse dell’armadio con le zampe anteriori e vi si nascondeva all’interno. Anche se avessi chiamato “Aziz. Aziz figliolo, dove sei?” avrebbe dormito in un angolo buio, senza emettere alcun suono. Passavano le ore, poteva essere nascosto in tutti gli armadi; con la sua creatività, cercava nascondigli che mi facevano impazzire ogni volta e con il passare del tempo mi trovavo di fronte a una sfrigolante sensazione che si combinava con la paura di perderlo. Era come se i fuochi che avevano iniziato a crepitare dentro di me avessero bruciato anche la mia voce: mentre chiamavo – Aziz, Aziz – la lettera z mi rimaneva bloccata in gola come se avessi perso l’uso delle corde vocali.  La porta di casa e le finestre erano ben chiuse. Ho fatto il giro dell’intero appartamento, ho guardato le scale, il magazzino e ho anche infastidito il vicino. Ho perfino chiesto anche agli altri gatti che gironzolavano per il giardino del condominio. Ogni volta che per strada dicevo – Aziz, dove sei figliolo? – il dolore nel mio cuore aumentava un po’ di più. 

Aziz era entrato nella mia vita un anno prima. Ci siamo conosciuti nel cuore della notte in una strada vicino al palazzo in cui abito, prima ho sentito la sua voce e poi ha salutato strofinandosi contro la mia gamba. 

Il fatto che il suo pelo fosse immacolato, che avesse un collare sottile al collo che si era coperto di fango e che non avesse graffi sul naso, mostrava che era un gatto domestico. Era chiaro: o era stato abbandonato in strada o era scappato di casa e aveva perso la strada. Gli accarezzai la testa, piegando la punta delle dita. Dal suono che emise mentre strofinava la sua testa contro i miei palmi pensai che avesse fame. Afferrandolo all’altezza della pancia, come qualcosa che mi era stata affidata, ho iniziato a camminare, facendo oscillare le sue zampe anteriori. Camminavo e rispondevo alle domande che mi venivano in mente: dovrei portarlo a casa o dovrei comprare il latte dal negozio all’angolo, sfamarlo, lasciarlo lì e scappare? Ho messo il latte comprato al supermercato in un contenitore per lo yogurt, posizionato vicino al muro dove gli uccelli potevano bere l’acqua. Guardò il contenitore dello yogurt, poi il latte e poi me. In seguito avrei appreso che i gatti non impazziscono per il latte e che non possono sopportare un vasetto di yogurt sporco anche se hanno fame. Bevve il latte che avevo comprato al supermercato con la sua piccola lingua e mi guardò di nuovo.

Lo portai a casa mia quella sera. Le mie frasi, che erano iniziate con “lascia che si scaldi un po’ e che si riempia lo stomaco”, stavano per far iniziare un processo che mi avrebbe portato a comprare il cibo migliore, acquistare cuscini colorati per gatti e a farlo vedere al veterinario. Il momento in cui mi guardò alzando la testa dalla ciotola sporca dello yogurt, fu come il riassunto di un anno che avremmo passato insieme.

La notte in cui era scomparso avevo perso la speranza di trovarlo. Forse Aziz aveva saputo andarsene come era venuto… Non potevo sapere la sua età esatta, ma secondo il veterinario aveva più di sette anni. Era l’età esperta per i gatti e quella per iniziare la scuola per un umano… Aziz aveva già terminato la scuola della vita.

Era scritto sul collare intorno al collo quando l’ho trovato. Comunque non ho sentito il bisogno di dargli un altro nome diverso da Aziz, perché qualunque cosa gli dicessi, non mi guardava. Una volta conosciuto, mi sarei subito reso conto che un altro nome non gli sarebbe stato bene. Lui era un Aziz… (Aziz in turco vuol dire santo, ndr) 

Il giorno dopo, in uno stato insonne, raccontai la situazione ai miei amici più intimi e cercai il modo di trovarlo. I miei amici, conoscendo il mondo dei gatti, condivisero subito le foto di Aziz sui social media, su pagine che condividevano interessi su di loro. Anche se non avevo dimestichezza con la situazione, la speranza di trovare Aziz mi faceva comunque sentire bene, anche se momentaneamente. Una settimana dopo iniziai a sentire l’assenza di Aziz. Quando vedevo la ciotola del cibo, i cuscini per dormire e i suoi peli attaccati alla poltrona, i miei occhi si riempivano di lacrime e sentivo quanto ero stato felice nell’anno trascorso con lui.

Nella seconda settimana dalla sua scomparsa, un numero di telefono che non conoscevo mi chiamò insistentemente: la curiosità mi consumava perché non potevo rispondere in quanto ero in riunione. Era un numero non registrato e poteva essere correlato ad Aziz. Il telefono, che avevo messo in modalità silenziosa sul tavolo, era come se strillasse… Non potei sopportarlo, afferrai il telefono e, scusandomi, con una piccola scusa uscii e risposi.

“Pronto…” 

Rimase in silenzio per un po’, perché non pensava che avrei risposto dopo quindici chiamate perse.

“Ciao…” 
“Ciao…” 
“Sono Leyla, mi dispiace disturbare,  probabilmente sono un po’ emozionata…” 
“Prego, la sto ascoltando” 
“Ho visto il suo avviso del gatto scomparso e…”

Quando ho sentito la parola gatto, ho improvvisamente rilasciato l’aria sporca che mi era rimasta in gola per giorni. Pensando che avesse trovato Aziz, abbracciai con un respiro la ragazza dalla voce vellutata.

“Oh grazie a dio l’hai trovato? “

Non rispose subito alla mia domanda, come se volesse lasciare andare il respiro che tratteneva in gola da un po’.

“Pufff… Lasci che glielo dica, il gatto di cui lei ha denunciato la scomparsa, è il mio gatto. “

“Aziz? “
“Sì Aziz, non gli ha nemmeno cambiato nome… è scomparso un anno fa.”

Questa conversazione telefonica, iniziata per l’assenza di Aziz, avviò un processo per cui iniziammo a seguirci sui social media, scambiare messaggi, incontrarci e bere tè e caffè, con una minima curiosità, come due sconfitti. Avevamo un tema comune: Aziz… Quando ci si vedeva, eravamo felici come se lo avessimo visto, perché stavamo alleviando la nostra perdita raccontandoci l’un l’altra i ricordi di lui. Se avessimo eliminato Aziz, non so se ci sarebbero stati un argomento di conversazione o le nostre toccanti frasi, seduti ad un tavolo. Leyla lo trovò una notte e lo portò a casa. Il suo ingresso e la sua uscita nelle nostre vite erano stati gli stessi, con il suo collare con la scritta “Aziz” e il lucido manto di soriano.

Aziz aveva lasciato la casa dopo un anno, mentre tutte le porte e le finestre erano chiuse, come se avesse concesso un anno a entrambi.

Le nostre conversazioni diventarono più profonde e più andavamo in profondità, più i nostri volti nascosti dietro le nostre frasi si rivelavano. Era come se Aziz fosse venuto e avesse avvicinato due persone… 

Parlammo al telefono ogni giorno per tre mesi, ci incontrammo nei fine settimana, bevemmo tè e caffè e, dove bevemmo il tè, spostammo su noi stessi le frasi che iniziavano con Aziz. Sapevamo entrambi che se avessimo eliminato Aziz, il tavolo dove stavamo bevendo il tè avrebbe ceduto alla gravità e le sedie sotto di noi sarebbero scomparse nel vuoto.

Passarono sei mesi. Le nostre conversazioni telefoniche si distribuirono su un giorno alla settimana e le nostre conversazioni davanti ad un tè ogni quindici giorni. Non eravamo diventati amanti, ma neanche esattamente amici. Era come se avessimo avuto una relazione in cui il tempo avrebbe deciso dove saremmo andati. Forse ci serviva più passione, palpitazioni e curiosità per essere amanti. Cercare di rimanere amici aveva solo creato conversazioni insipide. Sembrava di bere il tè su un ponte sottile: il tempo avrebbe deciso dove saremmo caduti.

Alla fine di un anno, la nostra relazione, che andava e veniva tra l’essere amanti e l’essere amici, iniziò a diventare faticosa. C’era una piccola ma crescente cicatrice, che creava una relazione poco emozionante, prigioniera della mediocrità. Ogni volta che decidevamo di essere amici, ci mancavamo come le coppie di innamorati. Se ci avviavamo sulla strada dell’essere amanti, le nostre conversazioni e condivisioni prendevano una piega di falsità e diventavamo come due estranei. Iniziò a essere stancante per entrambi. Decisi che avrei posto fine a questa relazione, facendo sanguinare i posti in cui era rimasta intrappolata tra l’essere amanti e l’amicizia…

Stavamo bevendo il tè nel bar dove ci piaceva incontrarci. In silenzio, stavo cercando di trovare le frasi giuste per la situazione e, nella mia testa, di rendere in un testo le frasi più complete, senza ferirla. Avevamo entrambe le teste nelle tazze da tè…

Lei ruppe il silenzio:
“Ci conosciamo da un anno…”
“Wow, è passato un anno.”

Impostai una frase falsa, come se non mi fossi reso conto della situazione… Erano passati un anno e venticinque giorni da quando ci eravamo incontrati. Un anno e trentacinque giorni da quando Aziz se n’era andato…

Alla mia frase falsa lei rispose con un sorriso sincero: 
“Sì, è passato un anno… con te ho passato dei bei momenti, ma anche momenti in cui mi sono fatta male…” 
La sua frase, iniziata con un sorriso, stava andando dritta verso il drammatico:
“Non so, tu cosa ne pensi?” 

In realtà aveva capito cosa intendeva, ma le gettai addosso il mio fardello, desiderando sentire da lei il discorso di rottura di una relazione anonima. Nei miei sguardi c’era un’espressione insignificante: 

“Non ho capito, cosa intendi?” 
“Siamo entrambi troppo stanchi, penso che non dovremmo più vederci…” 

Il mio cellulare, che era accanto al bicchiere del tè, iniziò a squillare. L’espressione sul viso di Leyla  aspettava una risposta. Bevvi un sorso del mio tè: 

“Hai ragione, siamo stanchi entrambi…” 
“Quindi accetti di non vederci.”
“Hai ragione, siamo stanchi entrambi…”

Il telefono continuava a vibrare sul tavolo. 

“Rispondi al telefono se vuoi, può essere urgente.” 

Voleva condividere il fardello e la responsabilità del discorso di rottura. Bloccato dalla sua domanda, ho abbracciato il telefono sul tavolo come il mio salvatore: 
“Pronto.” 
“Ciao, sono Nehir Yılmaz. Mi dispiace disturbarla, ma ho appena visto l’avviso del gatto scomparso che ha condiviso un anno fa” 
“Sì…” 
“Ho il suo gatto Aziz da un anno, l’ho visto per caso. 
“Oh…” 

Leyla mi guardava con occhi curiosi, cercando di capire cosa stesse succedendo. 

“Come possiamo fare… Mi sono presa cura di lui per un anno, ma nonostante ciò la mia coscienza non me lo permette, sono sicura che lei sia molto triste” 
“Sì, sono molto triste” 
“Posso mandarle il mio indirizzo se vuole.” 

Leyla cercava di dare un senso al contenuto della conversazione, facendo domande con gli occhi: “Cosa è successo? Niente di brutto, vero?”

Nel bel mezzo del discorso di rottura non le dissi che Aziz era stato trovato o meglio, non volli dirglielo. Entro mezz’ora non ci saremmo più visti. Portai lo schermo del telefono verso il collo e mi rivolsi a Leyla: “Niente di importante… affari…” 

Annuii con un cenno di scusa e mi allontanai dal tavolo.

“E… signora Nehir, mi sente?” 
“Sì, sì, la sento.” 
“Se mi dà l’indirizzo, vengo subito a prenderlo.” 
“Le mando un messaggio.” 
“E chiuda bene porte e finestre. Arrivo subito…”

Scritto da Engin Akyürek tradotto da Silvia Musuruca

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6 Replies to “UNA STORIA DI AZIZ, di Engin Akyürek”

  1. Amo tanto i racconti di Engin.
    E adoro il modo in cui le traduci!
    Leggere queste righe mi regala l’emozione di trovarmi di fronte a un dipinto che, a tratti lievi ma precisissimi, fissa le geometrie esatte della nostra quotidianità, con le sue dinamiche e i suoi incerti equilibri (amici-amanti), i suoi ritmi esatti (l’anno esatto di Aziz) e il tempo sfumato delle scelte. Con le sue parole e i suoi silenzi.
    Vita che scorre, senza la pretesa di essere perfetta o giusta. Semplicemente vita.
    Ma trasfigurata da una scrittura che ha la pulizia esatta di una macchina fotografica di precisione.
    Penso che ci sia un nesso importante fra la sua capacità di leggere così attentamente la vita e la sua straordinaria capacità recitativa.
    Grazie INFINITE, Silvia, per come ci permetti di apprezzare tutto questo, con traduzioni perfette, che hanno un respiro unico. Quello della scrittura di Engin, resa dalla tua sensibilità.
    GRAZIE

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    1. Questo tuo commento mi era sfuggito, complice un mese di agosto un po’ movimentato e denso di appuntamenti.
      Sono io a ringraziare te, per l’ennesima volta, per le tue belle analisi sulle quali concordo pienamente. Sulle mie traduzioni perfette avrei molto da dire e ridire… diciamo che, consapevole dei miei limiti, cerco di fare del mio meglio 🤍

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  2. Letto tutto d’un fiato il bellissimo racconto di Engin Per chi è gattara come me è sempre una gioia immensa leggere ogni suo racconto che parla di gatti Me immagino seduto dietro una scrivania con Sefa sulle gambe che fa le fusa ed Engin che gli accarezza la testa con amore distogliendo lo sguardo per un attimo dal computer e le dita dalla tastiera o magari distogliendo lo sguardo dai fogli e posando semplicemente la penna sulla scrivania Questo amore di Engin per i gatti me lo rende ancor più caro .Grazie Silvia per la tua sempre perfetta e bella traduzione

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  3. Così, Engin ci racconta, che a volte anche i gatti con i loro comportamenti, possono favorire l’incontro con una ragazza …non è sicuro poi che l’amore sbocci, più probabile invece che il micio ritorni. Chiudi porte e finestre Engin e scrivi ancora per noi i tuoi racconti. Grazie ancora Silvia!🌺

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  4. Così, Engin ci racconta, che a volte anche i gatti con i loro comportamenti, possono favorire l’incontro con una ragazza …non è sicuro poi che l’amore sbocci, più probabile invece che il micio ritorni. Chiudi porte e finestre Engin e scrivi ancora per noi i tuoi racconti. Grazie ancora Silvia!🌺

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  5. Mi emoziona davvero sempre leggere i suoi racconti, ma quando racconta i gatti, e per fortuna lo fa spesso, mi commuovo, perché riconosco quell’amore che ci fa diventare tipo….ho chiesto anche agli altri gatti. Grazie Engin e grazie Silvia🤍

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