IL SIGNOR MACIT, di Engin Akyürek

Traduzione italiana del racconto scritto da Engin Akyürek per il n. 45 di Kafasına Göre – anno 2022

“Una persona diventa migliore quando gli si mostra chi è”
Anton Cechov

Posò il tè preparato sul tavolino da caffè, guardò il numero della videocassetta che aveva preso e, con le mani che sembravano terra secca attraversata da vene, inserì lentamente la cassetta nel lettore e iniziò a guardare…

Il signor Macit era un famoso neurochirurgo sulla metà degli ottant’anni; vent’anni prima si era ritirato dalla medicina e anche dal mondo e aveva iniziato ad ammazzare il tempo stando su una poltrona tutto il giorno. In gioventù aveva paura della morte, non saliva nemmeno su un aereo se non per seminari all’estero e viaggi indispensabili. Ora aspettava la morte mentre beveva il tè su una poltrona, trovando divertente e sciocco il fatto di aver temuto la morte in gioventù. Bevve un sorso di tè e, come ogni giorno alla stessa ora, iniziò a guardare la serie tv registrata su cassette VHS. Di lì a poco, Mukaddes, la signora delle pulizie, avrebbe rinnovato il suo tè che stava finendo. La mente del signor Macit funzionava come un orologio, gli piaceva fare tutto per tempo. Si era alzato alle sette e aveva fatto colazione alle sette e mezza. Leggeva i suoi quotidiani e aspettava che Mukaddes arrivasse alle nove e mezza. Se Mukaddes fosse arrivata un po’ in ritardo, il suo dolce viso cadente sarebbe stato pronto a prendere fuoco e le piccole vene sulle sue guance sarebbero scoppiate. Mukaddes arrivava sempre in ritardo e trovava sempre una scusa:

“E’ il traffico di Istanbul signor Macit, cosa ci posso fare…”

Il signor Macit non era mai stato in ritardo in tutta la sua vita. A causa della sua professione aveva dovuto essere attento e meticoloso, il minimo errore avrebbe potuto costare una vita. Per fortuna, aveva sempre avuto successo nella sua carriera di chirurgo e aveva salvato molte vite. Aveva sempre avuto paura della morte, nonostante avesse vissuto una vita nella semplicità di sconfiggerla a colpi di un piccolo bisturi.  Aveva amato vivere la vita al massimo, aveva voluto assaporare i gusti di tutti i colori e i colori di tutti i gusti. Da uomo sulla metà dei suoi ottant’anni, aveva cominciato ad aspettare la morte in poltrona, senza paura. Viveva in un bellissimo appartamento con vista sul mare in uno degli edifici più antichi di Arnavutköy. Non era come la casa di un uomo solo in attesa della morte, ogni cosa era al suo posto, nessuna traccia di sindrome da accumulo e di eccesso.

A parte i dipinti comprati in buone gallerie, non c’erano complementi d’arredo o fotografie alle pareti. Aveva persino rimosso dal posto dove era stata per anni, la sua fotografia preferita di sua moglie, la signora Ayşe, morta dieci anni prima. Recentemente aveva iniziato a parlare con la fotografia, raccontando i bei momenti trascorsi con la signora Ayşe e il suo amore per lei, e piangeva fino a singhiozzare ogni volta che ne parlava. Si era consolato dicendo “La vita è così: prendersi cura di chi è scomparso è riuscire a ricordarlo bene”, ma nell’ultimo anno non aveva più niente con cui connettersi alla vita. Alcune volte aveva anche pensato di suicidarsi, sapendo che come ex chirurgo avrebbe potuto farlo bene. Quando pensava di suicidarsi, rideva fino alle lacrime: il professore signor Macit, che in gioventù aveva avuto paura di morire, voleva morire… Aveva un figlio buono a nulla. Anche se il signor Macit non lo descriveva così agli altri, era un buono a nulla.

Dopo la morte di sua moglie, il signor Macit aveva pensato molto dove avessero sbagliato: da una coppia che si amava così tanto, come poteva essere uscito un bambino così insensibile? Gli venne in mente che Mukaddes aveva seccato il piccolo cactus dandogli troppa acqua: troppo amore, troppo interesse era inappropriato alla nostra natura o ci distraeva dalla nostra realtà? Il signor Macit sapeva perché non aveva pensato a queste cose in modo così dettagliato prima: lavorava giorno e notte e, il tempo libero, voleva trascorrerlo con la donna di cui si era innamorato e con il loro unico figlio. Ecco perché c’era la vecchiaia nella vita delle persone: tutto ciò che si è evitato e a cui non si è voluto pensare, creava un periodo di tempo in cui fare un resoconto.

Il signor Macit aveva già donato la sua ricchezza a istituzioni educative. Se il buono a nulla di suo figlio si fosse accorto della situazione, avrebbe portato suo padre in tribunale e, dicendo che le sue facoltà mentali non erano a posto, lo avrebbe disonorato in tutto il paese.

Il signor Macit aveva finito il suo tè. Premendo il pulsante di pausa del telecomando che aveva in mano, si alzò facendo forza con una sola mano sul bracciolo della sedia su cui era seduto, Mukaddes era ancora una volta in ritardo. Poteva sentire la sua faccia diventare rossa e arrabbiata mentre si dirigeva verso la cucina con la tazza di tè vuota in mano. Aveva appena versato il tè nel bicchiere quando sentì il portachiavi scuro che, tintinnando, si infilava velocemente nel buco della serratura. Preoccupata per il ritardo, Mukaddes andò dritta in cucina senza guardare in soggiorno. Sapeva che il signor Macit avrebbe fatto tutto puntualmente come al solito. A quest’ora aveva bevuto il suo primo tè, interrotto la serie tv che stava guardando e sarebbe entrato in cucina per riempire il secondo bicchiere. Mukaddes entrò rapidamente in cucina e prese il bicchiere da tè dalla mano del signor Macit e disse:

“Vada pure signor Macit, glielo porto io…”

I capillari che avvolgevano il viso del signor Macit come un’edera sembravano scoppiare… Arrivare in ritardo era la cosa che preferiva di meno, la prendeva più come sfiducia che mancanza di rispetto e non si fidava mai delle persone che erano in ritardo; anche se, per tutta la sua vita, il signor Macit non si era fidato di nessuno tranne che della sua defunta moglie, signora Ayşe.

Mentre i suoi capillari rossi si riflettevano nella sua voce, il telefono di casa squillò incessantemente. Mukaddes approfittò dello squillo del telefono e fuggì dalla cucina. Il signor Macit tornò in soggiorno e posò sul tavolino il tè che si era appena versato. Avrebbe guardato la sua serie da dove si era interrotto. Sebbene Mukaddes conoscesse la risposta del signor Macit, infilò la testa in corridoio e chiese:

“Signor Macit, una donna la sta cercando…”  
Il signor Macit borbottò:
“Chi diavolo è a quest’ora…”

Mukaddes fuggì subito in cucina per non incorrere nell’ira del signor Macit, che si stava incamminando nervosamente verso il corridoio.
Il telefono fisso posizionato per sicurezza nel corridoio vicino alla scarpiera riassumeva la vita del signor Macit. Il signor Macit prese il telefono con rabbia:

“Pronto? Dica pure…”
“Salve signor Macit, la sto disturbando”
“Dica, ha già  disturbato…”
“Non so come arrivare al punto…”

Nella voce e nel respiro del signor Macit c’era il tipico tono di un vecchio scontroso.

“Dai mia cara bambina, fai presto, ho la forza per affrontare l’argomento…”
“Sono Ayşe Şahin…”
“Si…”
“Vent’anni fa mi hai operato, avevo cinque anni all’epoca.”
“Si…”
“Sono molto in debito con lei signor Macit, o meglio, le devo la vita…”

Questo discorso non significava nulla per il signor Macit, che stava aspettando la sua morte. Aveva assistito a molti di questi complimenti in tutta la sua vita. “Ho fatto il mio lavoro, non si senta in debito con me…”

“Se non fosse stato per lei, signor Macit, non avremmo potuto sostenere quell’intervento, la mia famiglia non poteva permetterselo. Ho appreso anni dopo che ho subìto l’intervento grazie al suo sostegno”.
“Cosa vuol dire sostegno?”
“Sostegno economico signor Macit…”

Il signor Macit cercò di ricordare l’intervento chirurgico che aveva fatto e sostenuto vent’anni prima, ma la sua memoria non riuscì a scegliere l’intervento di questa ragazza, tra i pazienti che aveva aiutato.

“Scusami figliola, ma non riesco a ricordare.”
“Signor Macit vorrei farle visita un giorno, quando sarà disponibile.”

Il signor Macit non voleva accettare l’incontro, oltre a Mukaddes nessuno entrava in casa sua da molto tempo, ma per via delle frasi insistenti e della sincerità della ragazza, forse perché si chiamava Ayşe, fissò un piccolo appuntamento.

“Ti aspetto martedì alle dodici e mezza. Non fare tardi figliola.”

Ayşe suonò il campanello esattamente alle dodici e mezza di martedì. In realtà, giusto per sicurezza, era arrivata in anticipo e aveva aspettato all’ingresso dell’appartamento. Nella voce di Macit Bey aveva catturato una nota ossessiva sul tempo.

Mukaddes aprì la porta, guardando il suo orologio. “Prego, il signor Macit è nel soggiorno”

Quando entrò in soggiorno, l’attenzione di Ayşe fu attirata dalla pulizia della casa e dal fatto che tutto era in ordine. C’erano così pochi mobili in casa: una poltrona, un tavolino da caffè, dipinti a olio su ogni parete, un orologio in ogni angolo e vecchie videocassette che ricoprivano l’intera libreria. Non era come le case troppo arredate delle persone anziane. Il signor Macit si alzò dalla poltrona:

“Benvenuta bambina mia, vieni a sederti.”
“Bentrovato signor Macit”
“Abbiamo fatto il tè, ne vuoi?”
“Volentieri…”
“Prego bambina mia, ti ascolto.”

Il signor Macit aveva impostato una frase risalente ai suoi anni di medicina. C’erano pochissime persone che chiedevano come stava quando andavano a trovarlo.

“Non so come ringraziarla, signor Macit, sto studiando in America, sono appena tornata in Turchia.”
“Molto bene.”
“E’ da un po’ che cerco di contattarla.”
“Va bene, ho fatto il mio lavoro bambina mia”
“Ha aiutato la mia famiglia e me, lo sa che non avremmo potuto sostenere quell’operazione.”

Il signor Macit rimase molto colpito da questa giovane ragazza che guardava brillantemente il mondo con i suoi occhi colorati. Provò emozioni che aveva dimenticato da molto tempo ed era molto bello per lui pensare a qualcosa di diverso dalla morte. Bevvero il tè, chiacchierarono e proprio mentre Ayşe stava uscendo dalla porta, il signor Macit disse:

“Ci rivediamo?”

Ayşe sorrise con i suoi occhi a mandorla:

“Certo, con piacere.”

Dopo quel giorno, il signor Macit e Ayşe si incontrarono spesso. Il signor Macit cominciò a ricordare molti sentimenti seppelliti nella sua gioventù.  Parlarono di vita, educazione, problemi. Il signor Macit portò Ayşe nei posti in cui era andato con la signora Ayşe… Cominciò a pettinarsi i capelli come in gioventù e a indossare l’abito che non portava da anni e che fece sistemare dal sarto, allargandolo in vita.

Mukaddes era sbalordita dalla situazione ma ad ogni modo era felice che la rabbia del signor Macit fosse svanita. A coloro che spettegolavano sul vicino, il portiere diceva: “Indubbiamente si è innamorato di questa ragazza”.

Il signor Macit non capiva ciò che provava, ma più sentiva che una buona azione compiuta anni prima lo faceva sentire collegato alla vita, più voleva vedere Ayşe ogni giorno.  Non pronunciava nemmeno una frase su coloro che erano arrabbiati e che lo biasimavano. Il signor Macit aveva rimosso tutti gli orologi della casa e comprato mobili nuovi. Andava dal barbiere tutti i giorni e si faceva sistemare i capelli. Stava cercando di far ricordare al suo corpo e alla sua anima qualunque cosa avesse fatto e come avesse cercato di vivere anni prima.

Macit indossò un completo, si pettinò all’indietro i capelli e si mise il suo profumo. Quando Ayşe rise con i suoi occhi a mandorla, il signor Macit si trovò nel suo posto preferito. I tè e la chiacchierata che fecero divennero la parte più piacevole.

“A proposito signor Macit, torno in America per il dottorato, non potrò stare qui a lungo.”

Il signor Macit guardò questa brillante ragazza dal cuore buono con un calore inaspettato e gli occhi lucidi: “Sono molto felice che completerai la tua formazione.”
Bevvero i tè e si diedero la mano per salutarsi.

“Chissà signor Macit, forse verrà in America e prenderemo il tè lì.”

Il signor Macit sorrise cercando di non far trasparire la tristezza dal suo viso e tornò a casa senza rimuovere quel sorriso che aveva sistemato sul suo volto. Mukaddes aprì la porta e sebbene sentisse che qualcosa non andava, lasciò stare il signor Macit. Senza togliersi l’abito, il signor Macit si sedette sulla poltrona e mise nel lettore una delle videocassette numerate che aveva preso in mano. Guardava questa serie tv straniera in bianco e nero con il sorriso sulle labbra. Mukaddes mettendo il tè sul tavolino da caffè e traendo forza dal volto sorridente del signor Macit disse:

“Signor Macit, non guardava questa serie da molto tempo.”

“Proprio così…”

La risposta del signor Macit incoraggiò Mukaddes, che lasciò andare in mezzo al soggiorno la domanda che teneva per sé da lungo tempo:

“Signor Macit, perché sta guardando quella serie tv in bianco e nero così vecchia?”

Come se aspettasse da tempo questa domanda, il signor Macit rispose senza perdere il sorriso che si era consolidato sulle sue labbra cadenti:

“Hai presente quella donna bionda? Ecco, la mia defunta moglie signora Ayşe le ha dato la voce…”

Scritto da Engin Akyürek tradotto da Silvia Musuruca

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One Reply to “IL SIGNOR MACIT, di Engin Akyürek”

  1. Il Signor Macit non capiva cosa accadeva. Come a volte accade nella vita si torna a vivere, grazie a qualcosa che neanche ricordiamo. Ed è bello non farsi troppe domande ma ritornare a vivere🤍 Grazie Silvia

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