Engin Akyürek

Nebbia è il titolo del racconto di Engin Akyürek pubblicato sul numero 66 – Gennaio/Febbraio 2026 – di Kafasına Göre. A me ha lasciato un senso di malinconia addosso. Ammiro profondamente la sua scrittura, che accompagna il lettore sino alla fine, sino all’ultima parola, sino alla scena finale – come fosse scritta per la sceneggiatura di un film- continuando però poi a galleggiare nella testa.
Non saprei definire questa storia, che va oltre il senso stesso del racconto di viaggio per farsi attraversamento, ma non di un luogo, quanto piuttosto di una vita intera, compressa nello spazio ristretto di una mattina e nell’abitacolo di un taxi. Luoghi che diventano non luoghi, il tempo che perde ogni riferimento temporale, la nebbia come tempo sospeso. Perchè proprio la nebbia e, che so, non la pioggia, il buio, la notte? Perchè la nebbia offusca ma non nega ciò che nasconde, sfuma i contorni, rende opaco il guardare ma lascia intravedere forme e spazi conosciuti; la nebbia come stato della coscienza del personaggio, un non voler guardare lucidamente; metafora calzante per chi ha proceduto con determinazione per tutta la vita, ma ora non riesce più a metterne a fuoco il senso; la nebbia come tempo sospeso, come tempo indefinito in cui non è più notte ma non è ancora giorno. La nebbia, perché il racconto parla di una vita arrivata al punto in cui la verità non può più essere evitata, rinviata, nascosta, ma va avvicinata lentamente, senza luce piena, gradualmente fino a poterla guardare senza difese.
Come sempre Engin Akyürek consegna al lettore un testo disseminando fra le righe delle chiavi che possono servire ad aprire delle porte. Ognuno troverà le sue. Insomma, dai, buona lettura!
Grazie come sempre alla mia amica Arzu.

Nebbia

Una coltre di nebbia si era depositata sui muri, filtrando all’interno dal punto più riparato della finestra. Fuori l’aria era carica di pioggia. Le nuvole si salutavano a vicenda, tingendo il cielo di grigio e, sussurrando, chiamavano la pioggia.

L’odore della pioggia aveva cominciato a diffondersi prima della pioggia stessa.
Non era solo la nebbia a filtrare dalla finestra, anche il profumo che annunciava la pioggia si era diffuso all’interno della casa. Hikmet Bey, cercò di chiudere la finestra con la forza, ma sapeva che andava sostituita: i bordi erano ormai marci, le guarnizioni consumate e i battenti completamente sgretolati.

Non era riuscito a dormire tutta la notte, ma dopotutto riteneva che tre ore di sonno ininterrotto per lui fossero sufficienti. Si trascinò in salotto, indeciso se prepararsi un tè o uscire a fare una passeggiata senza fare colazione. Si lasciò cadere sulla poltrona con un sospiro. Non aveva bisogno di guardare l’orologio per sapere che ora fosse, si svegliava sempre alla stessa ora, apriva gli occhi al sorgere del sole. Aspettò che l’orologio a cucù che lo guardava dalla parete cantasse, contando alla rovescia nella sua mente.

Le nuvole si erano addensate davanti al sole, quindi non si capiva se fosse già giorno.
Hikmet Bey aspettò ancora il cucù; non sentendo alcun suono, alzò la testa e guardò l’orologio.
Erano le quattro e mezza del mattino, significava che era riuscito a dormire per circa un’ora.
Il giorno non era ancora sorto e il grigio riflesso sui vetri della finestra aveva ammorbidito il buio del cielo.

Chiuse gli occhi lì dov’era, avrebbe voluto dormire ancora un po’, ma in ottantacinque anni di vita non gli era mai successo di addormentarsi seduto.
Pur svegliandosi ogni giorno alla stessa ora, attribuì il fatto di essersi alzato presto quel giorno al tempo nebbioso; volle togliersi dalla testa questo pensiero: perché si era alzato presto? era malato? c’era un problema? Una volta che queste domande gli entravano in testa, non riusciva a smettere di tormentarsi. Attribuì tutto al tempo nebbioso; quando una persona arriva a ottantacinque anni, può imparare alcune cose e cambiare, ma solo un po’.
L’orologio a cucù appeso al muro cantò in modo sgraziato, indicando che erano le cinque.
Hikmet Bey si alzò dalla poltrona rapidamente, come se avesse preso una decisione: si fece la barba, indossò il completo stirato, si pettinò, si guardò allo specchio, si stampò un sorriso caloroso sul volto e uscì di casa.Se qualcuno lo avesse fermato chiedendogli dove stesse andando, non avrebbe saputo rispondere, ma i suoi piedi sapevano dove andare.
Camminò per un po’ nell’oscurità, le strade erano avvolte da un buio pesto, rotto solo dai fari delle auto che squarciavano la nebbia. Alzò la mano per fermare un taxi che arrivava da lontano, sorprendendosi quando si fermò, e salì a bordo attraversando la nebbia.
«Al terminal degli autobus.»
Il tassista, abbassò lo specchietto retrovisore all’altezza degli occhi di Hikmet Bey e chiese:
«Allora, zio, dove si va?»
«Al mio paese…»
Il tassista parlava guardando lo specchietto retrovisore, mentre il sole si rifletteva sulle parti illuminate dai fari dell’auto.
«Il paese dov’è, zio?»
Hikmet Bey sembrava non ascoltare il tassista, parlava come tra sé e sé:
«È da un bel po’ che non ci vado.»
«Da quanti anni, zio?»
«Da più di sessant’anni, dopo il servizio militare non ci sono più andato.»
«È passato parecchio tempo, sarà cambiato molto, vediamo se riuscirai a ricordarlo.»

Hikmet Bey appoggiò la testa sul finestrino uscendo dal campo visivo del tassista; era chiaro che non volesse parlare, ma con la domanda che gli aveva posto il tassista aveva iniziato a rivivere i ricordi in bianco e nero rimasti impressi nella sua memoria.
Il suo respiro profondo appannava il vetro mentre il sole non accennava a sorgere.

Il tassista, riflettendo lo sguardo dello specchietto retrovisore nel tono della sua voce disse:
«Signor zio, a che ora è l’autobus? Se vuoi posso andare un po’ più veloce.»
«Il biglietto non l’ho ancora preso, lo prenderò quando arriverò al terminal.»

Ogni conversazione che il tassista avviava finiva prima ancora di cominciare.
All’alba un anziano sugli ottant’anni era salito sul suo taxi, dicendo di non essere tornato al paese da sessant’anni e, naturalmente, per il suo atteggiamento meritava di essere ascoltato.
Per il tassista prometteva materiale da raccontare con enfasi nel corso della giornata.
Poiché sapeva raccogliere le parole con le pinze, cercò di stabilire un equilibrio tra la durata del viaggio e le risposte che avrebbe ottenuto.

«Figli?»
«Tre, due maschi e una femmina.»
«Che Dio li benedica.»
«Anche loro non li vedo da anni; una volta venivano a trovarmi in occasione delle feste; da tre o quattro anni non vedo più i loro volti e non sento nemmeno più le loro voci.»
«Ma signor zio, come si fa? Una persona non chiama i genitori, non chiede loro notizie?»

Hikmet Bey, che per anni era fuggito da conversazioni di questo tipo, normalmente avrebbe aggredito il tassista per quella domanda e gli avrebbe sbattuto in faccia la sua impertinenza con la risposta.  
Ma sembrava che nella sua anima ci fosse una sorta di rassegnazione e che il suo corpo riflettesse questa calma.
« Non dire così, figliolo, anch’io dicevo le stesse cose quando avevo la tua età.»

«Hai ragione, signor zio, non bisogna parlare troppo, però anch’io ho due figli, mi baciano le mani, insomma, guardandoli non riesco nemmeno a immaginarlo, ma quello che dici è vero, in questa vita tutto è possibile…»

«La loro madre è morta un po’ presto, ho cercato di fare sia da madre che da padre, ma credo di non esserci riuscito.»

Per il tassista l’argomento andava oltre una chiacchiera impastata di pettegolezzi da raccontare durante la giornata. Stringendo le corde allentate della voce, assunse un tono più serio.

«Signor zio, è chiaro che hai un problema, c’è qualcosa che posso fare?»
«Ragazzo, non farmi perdere tempo con l’autobus, portami direttamente a destinazione, ti pagherò in contanti andata e ritorno.»

Il tassista, per riuscire a capire la serietà di Hikmet Bey, si sporse all’indietro allungando le braccia:
«Dove andiamo, signor zio?»
«A Bursa.»
«Da qui sono almeno trecento chilometri, sei sicuro?»
Hikmet Bey per dimostrare quanto fosse serio tirò fuori dalla tasca interna una mazzetta di banconote.
«Va bene, signor zio, prenderò i soldi quando arriviamo; visto che sei serio, non stanchiamoci con autobus o altro.»

Hikmet Bey appoggiò la testa al finestrino, lasciandosi andare; la luce del giorno che batteva sul vetro appannato gli faceva percepire che ora fosse.
Tutta la vita di Hikmet Bey sembrava essere rinchiusa dentro un taxi.
I suoi occhi cominciarono lentamente a chiudersi, ogni cosa  sembrava allinearsi al suono prodotto dall’asfalto. Era come se non fosse dentro a un taxi, ma davanti all’orologio a cucù e stesse decidendo che cosa fare. Non voleva guardare le immagini che la domanda del tassista aveva fatto riaffiorare dalla memoria.
Una volta tornato al paese le avrebbe viste a colori, ridando colore alle fotografie custodite nella sua mente.

Era consapevole di stare dormendo, avvertiva un dolore intenso e un odore sgradevole a ogni immagine che vedeva. Dopo essere tornato dal servizio militare aveva giurato: non sarebbe più tornato in quella cittadina, avrebbe studiato, sarebbe arrivato in alto, avrebbe guadagnato molti soldi.
In quella cittadina non tornò più, studiò, divenne un chirurgo stimato da tutti, guadagnò molti soldi…

Non seppe mai se fosse stato felice, se avesse davvero vissuto la vita che desiderava.
Provava un rimpianto che non riusciva a definire; come se, prendendo in mano quella sensazione sconosciuta e dandole un nome, ogni cosa sarebbe andata al suo posto.

Dopo il servizio militare, rispose con il silenzio a ogni sguardo umiliante.
Il disprezzo della matrigna, l’indifferenza di suo padre avrebbero plasmato tutta la sua vita.
Non sarebbe mai stato come suo padre o come la sua matrigna; avrebbe risposto con compassione e  umanità alle persone che gli sbattevano in faccia la sua condizione di orfano. La gente del suo paese lo avrebbe guardato con gli occhi lividi di invidia da lontano, e quando si fossero ammalati o non avessero più potuto camminare, avrebbero bussato alla sua porta.
Non seppe mai se davvero lo avessero guardato con invidia da lontano, ma chiunque era venuto dal paese per farsi curare, lui non lo aveva guardato nemmeno in faccia…
Non sarebbe mai stato come suo padre: continuava a ripeterselo, eppure con i figli aveva avuto sempre un rapporto distante.
L’uomo, prima o poi, finiva per tornare al luogo da cui era fuggito. Aveva avuto un matrimonio felice, ma la morte prematura della moglie lo aveva allontanato da tutto.

Hikmet Bey aveva imparato ad amare con sua moglie; con la sua scomparsa, tutto sembrava come sospeso in un vuoto, in uno spazio privo di gravità.
Ogni cosa che prendeva in mano si trasformava in qualcosa di indefinito, e tutto ciò che quel bambino del paese aveva vissuto si insinuava in ogni sua emozione.

Era diventato un uomo collerico, un padre incapace di mostrare il proprio affetto, un uomo che non voleva esibire le proprie debolezze e che aveva perso il senso della compassione.
La vita di una persona era come camminare dentro un cerchio: in qualche modo si tornava sempre al punto di partenza.

Quando entrarono nei confini della provincia di Bursa, il tassista svegliò Hikmet Bey con la voce:
«Signor zio, siamo entrati a Bursa, che facciamo?»
Hikmet Bey parlò senza aprire gli occhi:
«Tu continua, ti darò io indicazioni.»
Imboccarono strade secondarie, risalirono pendii, svoltarono verso il bosco…
Hikmet Bey parlava senza staccare la testa dal finestrino:
«A destra. Ora a sinistra. Bene, entra qui.»
«Accipicchia, signor zio, conosci proprio bene queste strade; sicuro di non essere mai venuto qui?»
«Vai dritto da qui, senza svoltare.»
«Queste strade saranno cambiate mille volte, davvero, tanto di cappello se te le ricordi ancora.»
«Più avanti c’è un posto che sembra una piazza, fammi scendere lì.»
«Se mi avessi detto direttamente il nome della località, non ti avrei disturbato.»

Hikmet Bey tirò fuori dalla tasca interna la mazzetta di banconote e la porse al tassista, con un sorriso che gli illuminò il volto:
«Grazie, ragazzo».
«Questi soldi sono troppi, signor zio…»
«Buona giornata, stai attento, ragazzo mio.»

Hikmet Bey camminò lentamente verso la piazza del paese; sembrava che nulla fosse cambiato, era lo stesso paese della sua infanzia. Le nuvole non si erano ancora diradate; la coltre di nebbia che avvolgeva le case ora si era estesa su tutto il paese. Tutto stava perdendo colore, come le fotografie in bianco e nero che cercavano di sopravvivere nella sua memoria. I volti e i corpi delle persone si trasformavano in immagini in bianco e nero.

Sembrava sapere dove andare. Accelerò il passo; camminava trascinando i piedi, senza sentire altro che il rumore prodotto dall’asfalto polveroso. Imboccò una strada alberata, le persone che gli passavano accanto sembravano avere fretta di arrivare da qualche parte.

Cominciò a camminare insieme alla folla, cercando di tenere il loro passo.
Sentì di essere stanco, era senza fiato. Quando la folla si fermò, si fermò anche lui; riprese fiato, fece un respiro profondo. Fissò lo sguardo su un unico punto e lesse ciò che era scritto sul pezzo di legno sopra una tomba appena scavata:
Hikmet Yılmaz
Nascita 1940 – Morte 2025

Le preghiere dell’imam si mescolavano al rumore delle pale e delle vanghe.
Hikmet Bey camminò a passi pesanti, si sedette sotto un albero di platano e osservò i compaesani che gettavano la terra. Si appoggiò con tutto il corpo al tronco del platano.

Cercò di distinguere alcuni volti; vide i suoi figli, gli amici che non vedeva da anni.
Sentì una voce che non si aspettava: qualcuno si appoggiò all’albero accanto a lui.
Era un ragazzo, che lo salutò con il viso sorridente:
«Ciao.»
«Ciao, ragazzo mio.»

Anche il ragazzo guardava la tomba più avanti, osservava le persone che piangevano.
La gente cominciò lentamente a disperdersi, la nube di nebbia scomparve.
Il sole splendeva come se fosse appena sorto…

4 Comments

  1. Bellissimo racconto, come sempre riesci ad andare nel profondo…

    1. Eh si, il nostro caro Engin riesce a scavare proprio bene 🙂

  2. Wow tristissimo e molto malinconico questo”tornare” a casa

    1. Molto. A me è rimasta una malinconia addosso….

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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