Ecco la traduzione di Bathiyar seni seviyor, il racconto che Engin Akyürek ha scritto per il numero 40 settembre/ ottobre 2021 di Kafasina Göre e che è raccolto nel suo secondo libro Zamansiz.

Bahtiyar ti ama
Dio lo ha creato così. Non era colpa né di sua madre né di suo padre, almeno Bahtiyar questo aveva sempre saputo, così aveva creduto, forse così aveva voluto credere.
Aveva ormai accettato da tempo di non poter parlare, non riusciva a portare le frasi sulla lingua, conseguenza di un matrimonio tra parenti. Si era aggrappato a quella pace nascosta dentro l’accettazione.
Bahtiyar, il maggiore di cinque fratelli, aveva lasciato la scuola dopo le medie per poter prendersi cura degli altri fratelli disabili e, in quelle condizioni, aveva cercato di portare il pane a casa.
Dentro di sé si era arrabbiato con sua madre e suo padre. Avrebbe voluto dire: “Va bene, io sono nato disabile, ma cosa avete fatto ai miei fratelli?”, ma non era mai riuscito a farlo.
Quando anche l’ultimo fratello venne al mondo senza poter camminare, prese da parte sua madre e, con gli occhi, le disse: “Mamma, basta ormai!”.
La madre, vedendo il significato negli occhi del figlio, si vergognò, abbassò lo sguardo e iniziò a piangere.
Gli occhi di Bahtiyar brillavano sempre di gioia, per cui tutte le parole si concentravano in essi: qualunque cosa volesse dire, riusciva a esprimere i propri pensieri e le proprie preoccupazioni con un solo sguardo.
Bahtiyar era arrivato alla metà dei suoi vent’anni. Viveva la felicità di riuscire a far studiare i suoi fratelli e di portare a casa qualche soldo.
Aveva scoperto l’antidoto nascosto dentro il dolore, quello che rende l’uomo più forte. Per sé, non solo non desiderava nulla né la immaginava, ma non arrivava nemmeno a dirlo a sé stesso.
Le spese scolastiche dei suoi fratelli disabili, insieme ai costi dell’ospedale, erano già molto pesanti per una famiglia che riusciva a malapena a tirare avanti.
Bahtiyar, quando non dormiva, lavorava sempre. Si svegliava all’alba, raccoglieva carta, e la sera lavava i piatti in una meyhane *.
Se di notte non riusciva a dormire, prendeva il suo carretto e, insieme ai cani randagi, rovistava in tutta la spazzatura, con il pensiero fisso di portare il pane a casa.
Capitava che restasse in piedi con sole due o tre ore di sonno; anche se per la stanchezza gli si chiudevano gli occhi, non lo faceva capire nemmeno alla sua famiglia. Non lasciava che tende scure calassero sui suoi occhi sorridenti.
Anche se, dentro di sé, la madre si rattristava per questa situazione, non potendo fare nulla cercava di proteggerlo con le preghiere che rivolgeva per suo figlio.
Quando arrivava la fine del mese, Bahtiyar, con il suo volto sorridente, lasciava nelle mani della madre il sudore della sua fronte.
La madre, con gli occhi umidi, guardava quel sudore nelle sue mani e glielo restituiva.
“Prendi questi soldi, vai a comprarti qualcosa, sei un giovane uomo.”
Bahtiyar non si stupiva di questa situazione; in fondo sua madre glielo diceva da anni con lo sguardo, con il suo modo di fare.
Anche se non sapeva come spendere quei soldi, li prese dalle mani della madre e se ne andò.
Sul suo volto c’era il sorriso dei bambini che muovono i primi passi, la leggerezza dei ragazzini che hanno appena imparato a leggere.
Un uomo che lavora così tanto, non ha molti amici… E, in più, non avendo trovato nessuno in grado di comprendere il suo silenzio, di decifrare il significato nei suoi occhi, di dedicargli tutto questo tempo, non ha mai avuto, né avrebbe mai potuto avere, un amico o un compagno con cui confidarsi, se non i cani randagi.
Appena uscito di casa, entrò in un centro commerciale; girò tutti i piani, ma non riuscì a decidere cosa dovesse comprare, o meglio, al di là del decidere, non riusciva nemmeno a sapere cosa prendere.
Bahtiyar, che fino a quel momento non aveva mai desiderato nulla per sé, come se stesse insegnando qualcosa di nuovo alla propria anima e al proprio io, si concesse una passeggiata davanti alle vetrine.
Entrò nel negozio di tecnologia all’ultimo piano del centro commerciale e acquistò un computer che, in un mondo a lui sconosciuto, gli avrebbe aperto le porte di un nuovo universo in cui trovare compagnia.
Installò il computer al centro della stanza in cui dormiva insieme ai suoi fratelli.
Il padre si chiese perché avesse speso soldi per una cosa del genere.
Il computer era stato comprato, sì, ma bisognava anche portare internet in casa. Bahtiyar mise da parte il sudore della sua fronte e con quei soldi fece attivare la connessione a internet.
Appese sopra il computer un programma con i tempi di utilizzo per tutti e cinque i fratelli.
Anche se non andava a scuola, per Bahtiyar ogni cosa doveva essere pianificata e programmata e, prima di tutto, giusta, senza che a nessuno venisse tolto il proprio diritto.
Appena tornava dal lavoro, non appena i suoi fratelli si addormentavano, si collegava a internet.
Scrivere a persone che non conosceva delle cose di cui non parlava e che non riusciva a raccontare, gli faceva bene. Sembrava aver trovato la formula per scoprire sé stesso.
Non usciva più di notte per lavorare, non riusciva più a svegliarsi al mattino.
Suo padre, irritato dalla situazione, nascose il computer.
Quando Bahtiyar si accorse che il computer non c’era, si arrabbiò molto; riversò su suo padre tutta la rabbia che aveva tenuto dentro per anni, in un modo tale che, con un solo sguardo, sembrò riassumere anni interi.
Da quel momento non riuscì più nemmeno a dormire. Tutto il suo mondo era internet e le conversazioni che faceva lì con persone che non conosceva.
Mentre il buio della notte salutava un nuovo giorno, Bahtiyar conobbe una ragazza… Si innamorò del sorriso nella sua foto profilo, incuriosito dai mondi nascosti nei colori di quel sorriso…
Qualunque cosa scrivesse la ragazza che si celava dietro quel sorriso, lui la leggeva con grande ammirazione e cercava di rispondere.
La conversazione andò avanti; tra le frasi iniziò a diffondersi un sentimento piacevole e, man mano che si diffondeva, quel sentimento cominciò a crescere.
Bahtiyar, con coraggio, mandò alla ragazza una sua foto; mentre la inviava, il suo cuore sembrava sul punto di uscire dal petto.
La ragazza per un po’ non scrisse nulla.
Nella foto profilo di Bahtiyar, c’era l’immagine di un cane randagio.
Bahtiyar trattenne il respiro e, senza staccare gli occhi dallo schermo, iniziò ad aspettare.
Avrebbe potuto restare lì, senza respirare, per giorni e mesi, in attesa che la ragazza scrivesse qualcosa.
Pensò che non gli fosse piaciuto l’uomo nascosto dietro il cane randagio e si ritrovò dentro una resa dei conti con sé stesso in cui fino a quel momento non era mai entrato.
Si rese conto di quanto fosse stato sereno nel suo mondo, vivendo senza affrontare tutto questo.
Proprio nel momento in cui aveva perso ogni speranza e dentro di lui cominciava a calare il buio, arrivò un messaggio dalla ragazza.
La foto allegata al messaggio — sorridente e calorosa — fece sì che Bahtiyar lasciasse uscire il respiro che aveva trattenuto dentro.
Erano passati giorni, la conversazione era andata avanti, e il filo dei messaggi si era legato a sentimenti intensi. L’intenzione di Bahtiyar era incontrare la ragazza, farle sentire quanto la amasse.
Non era riuscito in alcun modo a scriverle di essere disabile nel parlare, forse non aveva voluto farlo.
Anche per questo desiderava incontrarla. Alla fine, dopo averci pensato a lungo, prese una decisione e scrisse:
“Ci vediamo?”
“Mi piacerebbe molto.”
Decisero di incontrarsi quindici giorni dopo.
Bahtiyar cominciò a pensare a cosa fare, a come comunicare con la ragazza.
Il fatto che la loro relazione non andasse oltre lo schermo e non fosse reale lo turbava. C’era anche la questione della menzogna, che lo rattristava e allo stesso tempo lo agitava per la paura di perdere la ragazza.
A Bahtiyar venne un’idea. Si aggrappò a quell’idea con una tale forza che dentro di lui riuscì a entrare un po’ di freschezza, e nel suo cuore in agitazione trovò posto un piccolo respiro di speranza.
Aggrappandosi a quell’idea, Bahtiyar andò e comprò un pappagallino.
Giorno e notte faceva parlare i suoi fratelli con l’uccellino.
Lasciò perdere ogni altra cosa: il suo unico pensiero era l’uccellino.
Nella casa di due stanze non si cominciò più a sentire altro suono che quello del pappagallino.
Arrivò il giorno dell’incontro.
Bahtiyar si era recato sul luogo dell’appuntamento con la gabbietta in mano, già due ore prima.
Per due ore bevve tè guardando l’uccellino, aspettando che la ragazza arrivasse.
La ragazza entrò nel locale con tutta la sua bellezza e il suo sorriso accogliente. Bahtiyar si alzò immediatamente e le porse, come un regalo, il pappagallino che si trovava nella gabbia sul tavolo.
La ragazza prese l’uccellino delicatamente con le sue mani e si sedette dall’altro lato del tavolo.
“Ciao, è molto bello, grazie.”
Anche Bahtiyar sorrise e fece un cenno con la testa.
Toccò la gabbia tre volte, poi l’uccellino cominciò a parlare:
“Bahtiyar ti ama. Bahtiyar ti ama. Bahtiyar ti ama. Bahtiyar ti ama. Bahtiyar ti ama…”
Un’ombra cadde sul sorriso della ragazza; senza guardare l’uccellino, cercò un vuoto nel volto di Bahtiyar.
Mentre Bahtiyar le porgeva il foglio che aveva tirato fuori dalla tasca, su cui aveva scritto il suo problema, la ragazza ruppe il silenzio: “Bahtiyar, mi dispiace dirlo qui, ma io sono sorda. Non sono riuscita a scriverlo mentre ci messaggiavamo, scusami, però posso leggere il labiale, quindi stai tranquillo…”
Mentre Bahtiyar guardava il foglio che teneva in mano, il pappagallino continuava a cinguettare:
“Bahtiyar ti ama. Bahtiyar ti ama. Bahtiyar ti ama…”
—-
* Meyhane: in Italia la chiameremmo osteria. Il termine di origine persiana (mey: vino, hane: casa) che significa “casa del vino”, indica un locale tradizionale incentrato sulla conversazione, dove si vendono bevande alcoliche (in particolare il raki) e si consumano pasti a base di meze. Questi locali, le cui origini storiche risalgono all’epoca bizantina, offrono esperienze culinarie sociali accompagnate da musica, all’insegna dell’amicizia e della convivialità.

Quest’uomo ha la capacità di affascinare le lettrici, o almeno a me, riesce a rendere interessante tutto ciò che scrive con naturalezza, con un linguaggio semplice e profondo, insomma io sono pazza di lui