Engin Akyürek, Hayalet
Engin Akyürek, Hayalet

Hayalet (Fantasma) è il racconto scritto da Engin Akyürek per il numero 68 maggio-giugno 2026 di Kafasına Göre.
Un racconto pervaso, anche questa volta, da un tono di tristezza malinconica, una scrittura apparentemente semplice, che però finisce per rimanerti addosso. Engin costruisce una storia che procede per apparizioni, dettagli fisici, ombre e silenzi. Al centro c’è Salih, un uomo quasi senza presenza: entra ed esce dalla casa trattenendo il respiro, attraversa le stanze come se non volesse disturbare il mondo, lascia dietro di sé più domande che risposte.

Lo sguardo è quello di un ragazzo adolescente, incuriosito da quella figura muta e inspiegabile. Decide di seguirlo all’alba, trasformando la propria curiosità in una piccola avventura segreta. Ma seguire Salih diventa presto qualcosa di diverso: una soglia. Il ragazzo non sta soltanto pedinando un ospite misterioso; sta entrando, senza saperlo, in una zona più adulta e dolorosa dell’esistenza.

In questo racconto la scrittura di Engin appare particolarmente cinematografica. Quasi una storia montata per immagini: il corridoio, la porta che si chiude “come in un sospiro”, la strada gelida, l’ombra di Salih più dritta del suo corpo, il parco all’alba, i cani randagi disposti in fila. E poi quel brusco cambio di scena, quasi un taglio di montaggio. È cinema puro: ellissi, sospensione, spaesamento.

Forse Fantasma è anche un racconto sul passaggio all’età adulta. Il protagonista parte con la curiosità di chi vuole sapere “chi è” un uomo; finisce per intuire che una vita può essere spezzata da una colpa, da un errore, da un dolore che continua a camminare negli anni. Quella che per lui sembrava un’indagine quasi infantile si rivela una finestra aperta su ciò che gli adulti spesso tacciono: il peso delle conseguenze, la solitudine della responsabilità, l’impossibilità di tornare davvero indietro.

Salih è una figura triste, consumata, eppure mai ridotta a semplice colpevole. Engin lo osserva senza assolverlo e senza condannarlo del tutto. Lo lascia nella sua fatica, nel suo silenzio, nel suo cammino ostinato. Ed è proprio lì che il racconto trova la sua forma di pietà: non nella cancellazione della colpa, ma nel riconoscimento del peso che una colpa può lasciare su un essere umano. Una sorta di riscatto, nell’ultima frase.

Colpisce anche la frase sibillina posta in apertura, una sorta di occhiello che questa volta diversamente dal solito non coincide con un passaggio interno al racconto:

“Her yaşa uygun bir adamdı…
Adını bir ay sonra tesadüfen öğrenmiştim.”

Una possibile traduzione è:

“Era un uomo senza età…
Avevo scoperto il suo nome per caso un mese dopo.”

Credo però che il senso più profondo sia un altro: “Era un uomo in cui ogni età poteva riconoscersi…”, e dunque più che introdurre un personaggio preciso, questa frase sembra voler allargare il racconto a qualcosa di universale. Come se Engin volesse suggerire che il rimorso, la responsabilità e il dolore non appartengano a un’età specifica — e forse nemmeno a un nome preciso.
Chissà, forse Fantasma nasce da un ricordo, da una figura realmente incontrata, da una storia ascoltata e poi trasformata in racconto? Non possiamo saperlo. Ma è una di quelle domande che, potendo, varrebbe la pena rivolgere direttamente a Engin.
Buona lettura!
E grazie come sempre, per tutto, alla mia amica Arzu.


Fantasma, Engin Akyürek

Non so con chi mia madre si stesse lamentando al telefono, ma il fatto che quell’uomo chiamato Salih fosse ospite a casa nostra da tre mesi la stava facendo impazzire.
Chi era quell’uomo? Perché occupava la stanza degli ospiti del nostro appartamento di tre stanze?

Ricordo il giorno in cui arrivò. Il tempo era piovoso e freddo; un gelo secco nascosto sotto le nuvole aveva dipinto ogni cosa di grigio. Indossava una camicia stropicciata e una giacca leggera aderente al suo corpo curvo.

Ricordo mio padre che gli mostrava la stanza degli ospiti, il corridoio bagnato dalle gocce di pioggia. A volte parlava con i miei; quando parlava si mangiava le parole, e per capire cosa dicesse bisognava leggere le sue labbra.
Usciva prestissimo al mattino. Quando noi dormivamo, rientrava silenziosamente nella sua stanza; come un fantasma, non faceva sentire la propria presenza.

Ogni volta che facevo ai miei qualche domanda su quell’uomo, ricevevo il silenzio come risposta.
Non l’ho mai visto mangiare in casa, né andare in bagno o fare la doccia. Quando entrava, camminava in punta di piedi e, trattenendo il respiro, passava nella sua stanza.

Ci eravamo incrociati alcune volte nel corridoio.
Con gli occhi ancora assonnati lo avevo salutato, ma lui mi era passato accanto in silenzio entrando nella sua stanza.
Ero un adolescente; nella mia testa giravano mille domande. Dovevo scoprire chi fosse e perché quell’uomo stesse a casa nostra.

Usciva così presto che, se solo fossi riuscito a sorprenderlo mentre usciva, avrei potuto seguirlo e trovare una risposta alle domande che avevo in testa.
C’era un fantasma in casa; quando entrava era come se una nuvola nera scendesse su tutta la casa.

Non sapendo a che ora uscisse di casa, quella notte non dormii.
Feci tutto il possibile pur di restare sveglio: bevvi molta acqua, andai in bagno, mi lavai il viso più volte quasi prendendomi a schiaffi, camminai avanti e indietro nella stanza, cercai di leggere un libro.
Il tempo non passava e il sonno faceva di tutto per impadronirsi di me.
Verso le cinque e mezza, un suono leggero si mosse nel corridoio insieme alla sua ombra.
Avevo già i vestiti addosso. Quando la porta d’ingresso si richiuse come in un sospiro, infilai il cappotto e uscii.

Fuori c’era un freddo che non avrei mai immaginato… Con il mio cappotto leggero e i piedi senza calze, camminavo fendendo l’aria gelida.
Il suo corpo curvo salutava i lampioni, mentre la sua ombra camminava più fiera e più dritta del suo stesso corpo.

Non sentivo più i piedi, non sapevo ancora per quanto sarei riuscito a seguirlo.
Se lo avessi chiamato, se avessi detto: «Salih»… Se si fosse fermato e mi avesse guardato, che cosa gli avrei detto?Camminava così veloce che, nonostante il freddo, ero fradicio di sudore e senza fiato. Com’era possibile che, con quella sua andatura storta e sbilenca, riuscisse a camminare così in fretta?

Sembrava che non stesse camminando per strada; avanzava senza fare rumore, quasi fluttuando nell’aria sfidando la gravità. Anche il sole cercava di farsi spazio tra le nuvole, e il cielo tendente al rosso mostrava quanto avessimo camminato. Era quasi un’ora che lo seguivo. Il mio cappotto leggero si era incollato al corpo per il sudore.

Attraversò una strada deserta ed entrò in un piccolo parco giochi che sembrava messo lì per caso nel mezzo di una strada in salita. Non sapevo che lì ci fosse un parco. Era difficile capire perché avessero costruito un parco proprio nel mezzo di una strada in salita.

Il sole illuminava i nostri volti e la strada si riempiva sempre più di persone.
Vicino all’ingresso del parco trovai un posto; da lì osservavo lui e allo stesso tempo lasciavo raffreddare il mio corpo sudato.
Si sedette su una panchina e accese una sigaretta.
Inspirò profondamente il fumo.
Il suo sguardo umido si lasciò andare, complice anche l’aria fredda.
Come il suo modo di camminare, anche il suo pianto era silenzioso.

Le lacrime gli scivolavano dalla barba ormai bianca fino al collo; non le asciugava con la mano, né mostrava alcun gesto che facesse capire che quelle lacrime gli dessero fastidio.
Non riuscivo a capire dove guardasse. Aveva fissato un punto davanti a sé e guardava lì; come se si stesse arrendendo alle immagini che gli passavano per la mente.

Cominciarono ad avvicinarsi i cani della strada. Circondarono la panchina su cui era seduto. Dal modo in cui scodinzolavano e abbaiavano si capiva che veniva lì ogni mattina. Accarezzò la testa di ognuno di loro e parlò con loro come se recitasse una preghiera.
Non riuscivo a sentire cosa dicesse ai cani.
Avrei voluto avvicinarmi ancora un po’, ma non riuscivo a muovermi per paura che mi vedesse.
Se fossi tornato a casa, avrei trovato mio padre al tavolo della colazione.

Dentro di me c’erano una paura e un’eccitazione che non sapevo descrivere. Non avrei lasciato perdere questa faccenda. Il sole era sorto, ma era come se il gelo del mattino fosse rimasto dentro di me. I miei denti battevano mentre cercavo di scaldarmi.

Si alzò dalla panchina e comprò tre bottiglie di latte e un pane dal piccolo negozio di alimentari di fronte al parco. Cominciò a dare il latte ai cani. I cani si misero in fila e lui li nutriva con il latte come si allatta un bambino. Versava un po’ di latte nella bocca del cane a cui toccava il turno, aspettava che lo inghiottisse e poi gli accarezzava la testa. Da ogni suo gesto era evidente che lo facesse ogni mattina.
Dopo aver sfamato i cani, cominciò a mangiare il pane secco continuando a fissare lo stesso punto.

Avevo freddo, anzi stavo congelando… Quel pane secco che mordeva mi fece venire fame. Se avessi avuto dei soldi con me, sarei andato anch’io al negozio a comprare del pane.
Accese un’altra sigaretta. Si caricò la gobba sulle spalle e ricominciò a camminare.

Avevo freddo, avevo fame. A casa avevano già cominciato a cercarmi. La mia unica paura era che salisse su un dolmuş o su un autobus. Non avevo soldi con me; perciò non sarei riuscito a seguirlo e tutta la fatica sarebbe stata inutile. Superava le fermate dell’autobus e camminava trascinando i piedi, come se spazzasse i marciapiedi.

Quando ero uscito di casa avevo dentro una curiosità; adesso invece una paura che non sapevo descrivere si era impossessata di me. Lo seguivo come ipnotizzato. Camminava senza alzare la testa da terra, come se sapesse dove stesse andando. Ero in un posto che non conoscevo. Il traffico del mattino era iniziato; le persone correvano ovunque, fuse in un unico brusio.

Rallentò i passi. Sentivo addosso il suo respiro e capivo che era stanco. Arrivò davanti a un ospedale. Alzò la testa e guardò di nuovo un punto fisso. Cominciai a pensare che fosse malato. Forse era per questo che piangeva in silenzio.

Aspettavo che entrasse.
Quando aprii gli occhi, ero sdraiato sul letto vestito. Anche se avevo resistito tutta la notte, in qualche modo mi ero arreso al sonno. Volevo lasciare da parte le immagini entrate nel mio sonno profondo, volevo lasciare da parte Salih.

Uscii dalla mia stanza. In casa non c’era nessuno. A quell’ora mia madre di solito era in cucina a preparare la colazione. Sentivo addosso una leggerezza, una quiete lasciata dal sonno profondo.
Entrai in cucina e misi nel bollitore il tè che mia madre non aveva preparato.

Il telefono di casa squillò. Non volevo rispondere. Dentro di me era come se stessi ancora dormendo; non volevo parlare con nessuno. Il telefono squillava con ostinazione, quasi aspettasse che rispondessi.

Sollevai la cornetta. Dall’altra parte c’era mia madre, che a quell’ora avrebbe dovuto essere in cucina:
«Ti sei svegliato?»
«Sì… che succede, mamma? Dove sei?»
Nella voce di mia madre c’era una sfumatura di tristezza.
«Salih è morto stanotte. Io e tuo padre siamo in ospedale.»

Non riuscii a dire nulla. Espirai lentamente dal naso cercando di ricordare le immagini che avevo visto la notte prima.
«Fai colazione, vestiti e non fare tardi a scuola…»
Mentre mia madre continuava, con quella voce colma di dolore, a dire frasi da madre, riattaccai il telefono.

Per un po’, in casa non si parlò più di Salih. Alle domande che facevo nessuno rispondeva. La mia curiosità, dopo la sua morte, era aumentata ancora di più. Ogni giorno insistevo con le stesse domande e aspettavo le risposte.
Mia madre, probabilmente incapace di sopportare oltre le mie domande, mentre preparava la colazione cominciò a parlare lasciando uscire il respiro che tratteneva da tempo:
«Salih è un lontano parente di tuo padre. Anch’io ho saputo la sua storia solo dopo. Da giovane, Salih si era innamorato di una ragazza. Le famiglie li avevano fidanzati e stavano preparando il matrimonio. Saranno passati venti, forse venticinque anni…
Questo Salih era andato a un matrimonio nel paese. C’erano tutti: parenti, conoscenti, le persone importanti del paese. Si erano ballati gli halay, si era mangiato, si era bevuto…
Anche Salih era di buon umore, aveva pure bevuto troppo. Non si sa chi gli abbia messo una pistola in mano, ma aveva cominciato a sparare in aria. Insieme a lui avevano sparato anche altre due o tre persone.
Per un po’, tra il rumore e la confusione, nessuno aveva capito cosa fosse successo. Quando la musica si era fermata, avevano visto qualcuno steso a terra, immerso nel sangue.
Ayşe, la fidanzata di Salih, era a terra in una pozza di sangue. Il proiettile le aveva sfiorato la testa…

All’inizio non si era capito chi avesse sparato. Era arrivata la polizia e avevano arrestato subito quelli che avevano sparato. Ayşe era stata portata in terapia intensiva. Poi si era scoperto che il proiettile era uscito dalla pistola di Salih.
Salih, in realtà, era morto quel giorno stesso. Tuo padre raccontava che in fondo era un ragazzo molto intelligente e buono. Aveva voluto morire, aveva anche tentato il suicidio, ma lo avevano salvato.

Anche Ayşe era rimasta imprigionata in un letto, come un ramo secco. Non parla, non vede, semplicemente vive…
Salih era stato condannato a venticinque anni. Tutti i parenti e la sua famiglia si erano allontanati da lui. Anche lui si era allontanato da tutti, non voleva che nessuno andasse a trovarlo.
Quando era uscito di prigione, l’unico a chiamarlo era stato tuo padre, chiedendogli: “Hai bisogno di qualcosa?”
A noi non aveva detto niente. A quanto pare, usciva presto ogni mattina e andava davanti alla casa di Ayşe, aspettando lì per ore.
Il giorno in cui è morto, lo hanno trovato proprio davanti a quella casa. Ha avuto un infarto.»

Mentre mia madre continuava a raccontare la storia di Salih, mi tornò in mente l’immagine che avevo visto nel sogno: Salih camminava senza alzare la testa da terra, sapendo dove stesse andando.

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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