In ogni quartiere esiste una persona di cui tutti parlano.
Una figura un po’ misteriosa, un po’ temuta, intorno alla quale nascono storie, voci, leggende.
Fatma Teyze è il titolo del racconto di Engin Akyürek pubblicato sul numero 67 (marzo/aprile 2026) della rivista Kafasına Göre. In turco teyze significa letteralmente “zia”, ma nel linguaggio quotidiano viene usato anche per rivolgersi con affetto e rispetto a una donna più grande del proprio quartiere o della propria comunità. È una parola che racconta già da sola un mondo: quello delle mahalle, i quartieri dove tutti si conoscono, si osservano, commentano la vita degli altri — e dove, a volte, una voce ripetuta abbastanza a lungo finisce per trasformarsi in verità. Questo racconto mi ha fatto sorridere e mi ha riportato al clima del paese dove sono cresciuta, non troppo lontano dalla città in cui vivo oggi. Anche lì, quando ero ragazza, tutti sapevano tutto — e spesso anche qualcosa in più. Non di rado storie inventate di sana pianta diventavano verità assolute.
Godetevi questo bel racconto che, secondo me, dice molto bene — tra le righe — qualcosa sulla responsabilità collettiva: quella di un quartiere, di una comunità, forse persino di un Paese. E su quella strana sensazione di sollievo che a volte nasce quando le colpe non sono più solo nostre, ma condivise.
A me, infatti, è rimasta impressa soprattutto questa frase:
«Dentro di me c’era una pace che non riuscivo a descrivere.
La pace che nasce dal condividere la propria colpa con la folla.»
Ma sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi.
Grazie alla mia dolce amica Arzu per questo regalo.
P.S. Confesso che mentre leggevo il racconto il mio pensiero andava continuamente a Fatma Hanım di Kara Para Aşk!
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Era domenica e il giorno dopo non c’era scuola. Condividevo la mia pigrizia con il divano del salotto. La casa si era impregnata dell’odore delle uova con il sucuk, mescolato a quello del detersivo per il bucato.
Un suono inquietante cominciò a insinuarsi dall’esterno trasformandosi piano piano in parole, e le parole si trasformarono in lamenti, dissipando l’odore della casa.
Quando guardai fuori dalla finestra vidi delle persone inermi davanti alla morte.
La nostra vicina, zia Fatma, era morta. Era una morte attesa da quasi un anno. Negli ultimi tempi si era ridotta a un ramo secco. Non riconosceva più né i suoi figli né i suoi nipoti; e quando riusciva a mettere insieme una frase, chiunque avesse davanti lo riempiva di insulti pesanti.
Le maledizioni che lanciava ai suoi figli risuonavano per le strade.
Zia Fatma era una donna che, nonostante avesse perso il marito in giovane età, era riuscita a far studiare i suoi figli e a mantenere la sua casa con il giardino.
Con uno stipendio minuscolo aveva amministrato un’intera vita.
Tutti si chiedevano come fosse riuscita a mandare avanti quella casa con la pensione da vedova lasciata dal marito.
Chi aveva trovato il coraggio di chiederglielo, dopo aver incassato le sue imprecazioni, non solo smetteva di fare domande, ma non osava nemmeno più parlarne in giro.
Imprecare le riusciva così bene…Le frasi che uscivano così eloquentemente dalla sua bocca sembravano così sofisticate, quasi un’opera d’arte. Ascoltandola non ci si arrabbiava, si restava ammirati.
Non c’era vicino che non avesse ricevuto la sua parte di insulti da zia Fatma.
Le parolacce che avevo imparato da lei le usavo a scuola, nei posti dove lei non poteva sentirmi, gustandomele fino in fondo.
Aveva tre figli e due figlie.
Li fece studiare tutti e li fece sposare.
Per farli studiare e sposare aveva dovuto imprecare non poco, ma alla fine c’era riuscita.
Zia Fatma aveva un altro difetto oltre a quello di dire parolacce: non amava gli ospiti.
Non apriva la porta di casa nemmeno quando venivano i figli e i nipoti. Nei giorni di festa suonavano il campanello per ore, aspettando di poterle baciare la mano. Era molto affezionata ai figli, ma una volta sposati aveva mantenuto le distanze, trattandoli come estranei.
Capirla era impossibile.
Chi provava a farlo, dopo aver incassato una raffica di insulti, finiva per dire: «Quella donna è pazza, ha perso la testa», e chiudeva lì la questione.
Camminava veloce con le mani appoggiate sui fianchi larghi, senza lasciare capire dove stesse andando. Riusciva sempre in qualche modo a seminare chi cercava di seguirla. A volte vedendola uscire dalla banca qualcuno pensava che avesse ricevuto un’eredità, ma senza riuscire a raccogliere prove sufficienti non riuscivano ad arricchire quei pettegolezzi. O aveva ricevuto un’eredità oppure aveva trovato un tesoro antico.
«Dal suo giardino è uscito un tesoro sepolto», sostenevano alcuni.
E c’era persino chi passava giorni interi davanti alle gioiellerie, sperando di vederla arrivare a cambiare l’oro. Qualcuno, nel buio della notte, arrivò perfino a scavare nel suo giardino con la speranza di trovare quel tesoro.
I cercatori di tesori vendevano mappe nei caffè, i giardini delle case venivano scavati come tane di talpa e, al calar della notte, il rumore delle pale e delle vanghe che zappavano il terreno nel quartiere alimentava le speranze della gente. Tutti scavavano e costruivano nuovi sogni.
Ogni scavatore credeva che l’oro di Roma fosse nel proprio giardino, e quelli vicini al giardino di zia Fatma si illudevano man mano che scavavano.
Questa follia continuò per molto tempo.
Anche quelli della stessa età dei suoi figli, quando provavano a tirare fuori l’argomento parlandoci, non riuscivano a cavarne nulla. La gente del quartiere si era convinta che neppure i suoi figli sapessero molto. Quando Fatma Teyze si addormentava, i suoi figli scavavano il giardino senza lasciare un solo angolo intatto. Anche a loro ormai era caduta in testa la buccia d’anguria: la tentazione del tesoro. Ma era inutile, dell’oro non c’era traccia.
Fatma Teyze non diceva una sola parola e quando avrebbe dovuto parlare, partiva invece con una raffica di insulti.
Quando si ammalò e rimase a letto, in casa non rimase più un posto che non venisse controllato.
Cercarono libretti bancari nascosti in ogni possibile nascondiglio, ma il risultato era sempre lo stesso.
Per i suoi figli quell’oro era diventato una speranza.
Perché fossero proprio ori di Roma, e chi avesse messo in giro questa informazione, nessuno lo sapeva.
Col passare degli anni la storia era cresciuta a tal punto da sembrare una verità storica.
Fatma Teyze continuava a imprecare, i figli aspettavano pieni di speranza, e nel quartiere si continuava a scavare con l’idea che prima o poi lo avrebbero trovato..
Misi da parte la mia pigrizia domenicale e mi cambiai. Andai nel giardino di zia Fatma, dove non entravo da molto tempo. I suoi figli ricevevano uno a uno le condoglianze, ma sotto quell’aria triste non riuscivano a nascondere una certa agitazione. Nella testa di tutti c’era una sola cosa: dov’erano gli ori?
Arrivò l’ambulanza. Il suo corpo, ormai ridotto a un ramo secco, venne adagiato sulla barella.
Tutti guardavano i figli, curiosi di capire cosa avrebbero fatto.
Io ero convinto che da un momento all’altro avrebbero portato una ruspa e buttato giù tutta la casa.
Per due o tre giorni la luce della casa non si spense mai.
Sembrava che i figli si dessero il cambio di guardia ogni due ore.
Per prima cosa il letto di zia Fatma fu buttato in mezzo alla strada.
Poi uscirono cose che per anni erano rimaste chiuse in quella casa e di cui nessuno di noi aveva mai capito cosa fossero: roba che sembrava oggetti di casa, ma che non sapevamo nemmeno come chiamare.
Davanti al giardino sembrava esserci un museo storico.
Poiché dalla casa non era saltato fuori nulla, le buche scavate nel giardino divennero ancora più profonde.
Mattoni e blocchi furono staccati uno dopo l’altro.
Alla fine la casa venne abbattuta e rimase solo una superficie piatta.
I figli ormai non venivano più: avevano seppellito le loro speranze proprio lì, nel giardino.
Il giardino di zia Fatma era diventato un campo di terra dove giocavamo a pallone.
Il parco che mancava nel nostro quartiere lo avevamo costruito proprio lì.
Io ero il portiere.
Avevamo costruito i pali della porta con le pietre delle fondamenta della casa.
A un certo punto scoppiò una discussione interminabile.
Dicevano che le porte non erano uguali, che la mia era più piccola.
Cercarono perfino di misurarla con i miei passi e la lunghezza delle mie braccia.
Io ero il portiere.
E quindi avevo una responsabilità morale. Provai a spostare una delle pietre della porta per allargarla.
La roccia, conficcata nella terra insieme alle fondamenta della casa, era molto difficile da spostare.
Nonostante le proteste e le obiezioni di chi mi circondava, spostai la roccia con tutta la mia forza. Avrei allargato la porta di una decina di centimetri. Quando la roccia si staccò dal suo posto, apparve una cassa nascosta dalla terra secca.
Mi si svuotarono le mani e i piedi. Non sapevo cosa fare.
Gli ori di zia Fatma erano sicuramente dentro quella cassa.
Come se sapessi esattamente quello che stavo facendo, trascinai di nuovo il pezzo di roccia al suo posto. Intanto guardavo attorno per vedere se qualcuno avesse visto la cassa.
Nella mia voce c’era l’eccitazione di chi ha trovato l’oro: «La porta è così, fratello, non accetto.»
Tra proteste e parolacce la partita continuò.
Tutti i tiri che arrivavano li lasciai entrare.
La mia mente era sotto la roccia, dentro la cassa.
Appena arrivato a casa, spiai il giardino tra le tende. Nell’oscurità della notte avrei preso di nascosto la cassa e l’avrei portata a casa. Respinsi una dopo l’altra le frasi morali che affollavano la mia testa e cercavano di mettere all’angolo la mia coscienza. Dopotutto quegli ori li aveva già trovati zia Fatma. Adesso che li avevo trovati io, erano miei.
In quell’ora con quell’oro comprai di tutto…
Feci sogni su sogni. Poi trovai quei sogni troppo piccoli, li demolii e li ricostruii da capo.
Presi una piccola torcia.
Non stavo nemmeno camminando: per non fare rumore, camminavo nell’aria, sfidando la gravità.
Non accesi la torcia.
L’avrei accesa una volta arrivato vicino al pezzo di roccia.
Entrato nel giardino accelerai i passi.
Cercavo di distinguere il pezzo di roccia nel buio, non volevo accendere la torcia.
La luce della luna non bastava.
Ero al centro del giardino.
Accesi la torcia…
Tutti quelli con cui avevo giocato a pallone stavano cercando di spostare la roccia.
Quando mi videro in quello stato, con la torcia in mano, le loro risate brillarono nel buio.
Uno di quelli con il volto più scuro e il sorriso più luminoso disse:
«Ci hai preso per stupidi? Quando hai spostato la roccia anche noi abbiamo visto la cassa, furbetto!»
Eravamo due squadre da sei.
Gli ori di zia Fatma sarebbero stati divisi in dodici parti.
Vabbè, anche così andava bene. Sempre meglio di niente.
Dentro di me c’era una pace che non riuscivo a descrivere.
La pace che nasce dal condividere la propria colpa con la folla.
La roccia fu spostata di lato.
La terra sopra la cassa venne ripulita.
Con intenzioni e preghiere si aprì il coperchio della cassa.
La cassa era vuota.
Con la torcia in mano illuminai l’interno della cassa da ogni lato.
Le preghiere e le buone intenzioni lasciarono presto il posto alle parolacce.
Dentro la cassa c’era una busta.
Nel foglio al suo interno c’era scritto:
«Maledetti, disgraziati… Sono anni che andate avanti con questa storia dell’oro.
Ecco il vostro oro! Ho vissuto con la pensione da vedova di mio marito, con il mio onore. I vostri pettegolezzi e la vostra cattiveria non sono mai finiti.
Adesso aprite e guardate… Dentro c’è la parte di ognuno di voi.»
Zia Fatma, iniziando con un «A chiunque trovi questa cassa…», continuò a insultare il quartiere e i suoi stessi figli.
Zia Fatma aveva fatto il suo ultimo scherzo.
La cassa era vuota, ma nessuno tornò a casa a mani vuote.
