Engin Akyürek

Racconto di Engin Akyürek per il numero 54 della rivista Kafasına Göre - gennaio/febbraio 2024

Il campanello cominciò a suonare insistentemente. Da dove mi trovavo, potevo sentire la pressione con cui il pollice premeva sul campanello e come si appoggiassero alla porta per fermarsi e ascoltare eventuali suoni provenienti dall’interno.

Svegliato dal suono del campanello, aprii subito la porta. Di fronte a me c’era il nostro vicino Necati Abi che mi fissava intensamente con gli occhiali appiccicati alla punta del naso, dietro di lui suo fratello Niyazi, quasi irriconoscibile sotto il vetro spesso delle montature giganti sul suo viso.

Ero un po’ sorpreso di vedere i figli dei nostri vicini da quarant’anni alla mia porta, a quell’ora e così in preda al panico. Con un gesto della mano, li ho invitati a entrare nel corridoio. Ho capito quanto fossero angosciati dal modo in cui, senza slacciare i lacci, si sono tolti le scarpe: come se stessero scavando nel terreno con le dita dei piedi. Si sono accomodati sul divano a tre posti del soggiorno. Necati con la testa bassa, guardava a terra, mentre Niyazi aveva lo sguardo fisso sulla crepa del soffitto.

Tentai di rompere la tensione che aveva invaso il salotto: “Volete bere qualcosa?”.
Necati fece un respiro profondo, ma i suoi occhi rimasero fissi a terra: “No, no, non ce n’è bisogno. Siamo già stati abbastanza fastidiosi. Siediti, per favore”.

Mi sedetti all’estremità della poltrona, chiedendomi perché fossero venuti. Necati Abi alzò la testa dal pavimento, portandosi gli occhiali che gli pendevano dalla punta del naso agli occhi: “Sai che mio padre è malato? È da molto tempo che non può uscire di casa. Ieri sera si è sentito molto male, così abbiamo lasciato in fretta il lavoro e siamo venuti qui. Al mattino si è aggravato ancora di più, continua a delirare ripetendo: Gökhan, mio Gökhan”.

Necati e Niyazi sono figli dello zio Hacı, nostro vicino di casa da quarant’anni; hanno un fratello maggiore di nome Gökhan, che non vedo da quando ero bambino.

Anni fa il nostro vicino di casa, lo zio Hacı, non era un Hacı (*) come suggerirebbe il suo nome. Amava bere, giocare d’azzardo e frequentare i locali spendendo il sostentamento della sua famiglia al bar, mostrando alle giovani donne il suo volto sorridente che sua moglie, la defunta zia Hace, non ha mai visto.

Oltre a lui, la moglie Hacer, ormai morta, non vedeva mai nessuno. Zia Hacer non aveva mai sorriso un giorno in vita sua. Invece, aveva speso tutta la sua attenzione, le sue energie e il suo denaro per mandare i suoi ragazzi a scuola. Se Zio Hacı non avesse speso tutti i suoi soldi in alcolici e gioco d’azzardo, sarebbe considerato il miglior falegname di Ankara, un artigiano di fama mondiale.

Zio Hacı aveva costruito tutti i tavoli e le sedie del quartiere. Invece di prodigare alla sua famiglia attenzioni, amore e denaro, si era dedicato soltanto al lavoro. Costruiva interi salotti e camere da letto per gli sposi, consentendo loro di pagare anche in quattro o cinque anni – diceva: se non possono pagare, che sia un mio regalo – conquistando così il cuore di tutto il quartiere. Per questo motivo il quartiere aveva chiuso un occhio sul bere, sul gioco d’azzardo e sulla crudeltà dello Zio Hacı nei confronti della sua famiglia. E quindi Zia Hace non poteva parlare del suo problema né alla famiglia né ai suoi vicini.
Non appena lo Zio Hacı usciva di casa, il suo cipiglio si trasformava in un enorme sorriso.

Anche il tavolo e le sedie della nostra casa sono stati fatti dallo Zio Hacı.
Zia Hace è appassita perché ha sepolto i suoi problemi dentro di sé. Alla fine, si ammalò.
Ricordo che ero bambino quando seppi che si era ammalata. Due settimane dopo morì.
Il suo funerale fu l’ultima volta in cui vedemmo il figlio maggiore, Gökhan. Dopo il rito funebre della madre, Gökhan scrisse una lettera al padre e andò via da casa. Fu allora che Zio Hacı iniziò a essere all’altezza del suo nome andando in pellegrinaggio a Hacca (**), come per onorare il suo nome. Smise di bere e di giocare d’azzardo per il rimorso e iniziò a pregare cinque volte al giorno. Aveva anche lasciato la falegnameria e pregava giorno e notte. Nessuno vide più il figlio maggiore Gökhan. Quando qualcuno chiedeva a Zio Hacı di Gökhan, lui piangeva tra una preghiera e l’altra.

Necati fece un respiro profondo; era evidente che stava per chiedere un favore e sembrava imbarazzato. “Mio padre non smette di chiedere di Gökhan. È una ferita di 25 anni. Mio fratello è negli Stati Uniti, ho parlato con lui e non credo che verrà. E non credo che mio padre riuscirà a superare la notte”.

Le parole di Necati crearono un silenzio cupo nella stanza. Dal tono della sua voce era chiaro che avrebbe pianto da un momento all’altro. Fissando lo sguardo sul pavimento, cercò di nascondere le lacrime che gli salivano agli occhi. Come se un solo momento di contatto visivo potesse far saltare la diga.
Continuava a fare respiri profondi per placare il bisogno di piangere.

“Dobbiamo chiederti un favore. Mio padre non arriverà a domattina e chiede continuamente di mio fratello, che non vede da 25 anni. Vorremmo che il suo trapasso fosse sereno: potresti fingere di essere mio fratello stasera?”.

Anche se la richiesta era molto innocente, non mi piaceva l’idea di ingannare un uomo sul letto di morte. Suo fratello Niyazi distolse lo sguardo dal soffitto e iniziò a guardare sotto il tavolino, gli occhiali sul naso erano appannati dalle lacrime.

Qualunque cosa avessi fatto, qualunque parola persuasiva avessi pronunciato, non c’era modo di affrontare le emozioni che avevo davanti a me. L’orologio aveva battuto la mezzanotte e un nuovo giorno era iniziato. Mi tolsi il pigiama e mi preparai al ruolo del figlio americano che non si vedeva da venticinque anni.

“Non c’è bisogno che tu faccia nulla, tieni solo la mano di papà e digli: Papà, mi sei mancato, ti ho perdonato”.

L’ingresso della casa dei nostri vicini da quarant’anni sembrava un negozio dell’usato. Scarpe di ogni età e genere traboccavano dalla porta d’ingresso e quasi occupavano le scale. Era come se le scarpe rappresentassero i miei pensieri interiori; il fatto che stessi per ingannare un uomo morente mi confondeva proprio come era confusa la fila di scarpe.
Entrai in casa e la folla che mi trovai di fronte sembrava annunciare l’incombere della morte.
Gli anziani della famiglia erano riuniti in salotto a leggere le preghiere, nella stanza accanto le donne chinavano il capo accompagnando le preghiere che provenivano dalla stanza, mentre in una saletta i giovani bevevano il tè, chiacchierando sottovoce.

“Questa era la stanza di mio fratello, da quando se n’è andato, mio padre entra ogni mattina per piangere, toccare le sue cose, parlare come se suo figlio fosse davanti a lui. Guarda, anche il letto in cui dorme era di mio fratello. L’ha fatto lui stesso questo letto, sai mio padre è un bravo falegname.

Zio Hacı cominciò a muovere le labbra come se sentisse che stavamo parlando di lui. Seduto sul divano, non sapevo come interpretare il ruolo di suo figlio. Necati Abi deve aver capito la mia preoccupazione, perché toccò le mani di suo padre dicendo: “Papà, guarda chi c’è. Ti ho detto che ho parlato con mio fratello, ed è venuto dagli Stati Uniti”.

Zio Hacı cercò di aprire gli occhi e di muovere le labbra per parlare.  Necati Abi mise delicatamente la mia mano su quella del padre: “Guarda papà, Gökhan è qui”.

Quando vidi lo Zio Hacı in quello stato, decisi di recitare il mio ruolo, mettendo da parte l’inquietudine interiore.

“Papà, sono qui. Sono Gökhan.”

Quando Zio Hacı sentì il nome di Gökhan con un’altra voce, aprì entrambi gli occhi. Guardai subito Necati Abi, temendo che mi avesse riconosciuto.
“Non aver paura, la memoria di mio padre non è più quella di una volta”.

Zio Hacı mi stava stringendo la mano e, sebbene il suo volto non sorridesse, la luce nei suoi occhi spenti era ancora accesa.
“Gökhan, figlio mio”.
“Sono qui, papà, mi sei mancato…”.
Gli occhi di Zio Hacı sorridevano, le lacrime scorrevano dai suoi occhi sorridenti.

“Papà, ti ho perdonato, non essere più triste, ok?”.
Avevo appena pronunciato una frase che non mi aspettavo. Guardai verso Necati Abi per controllare che non stessi andando oltre il ruolo che mi era stato assegnato, gli occhi di Necati erano pieni di lacrime, piangeva in modo inconsolabile.

“Ok, è sufficiente così, usciamo”.
Gli occhi di Zio Hacı cominciarono a chiudersi dolcemente, come se aspettasse che uscissimo.

Il tavolo della sala da pranzo era stato spostato al centro del soggiorno. Tutti si erano riuniti intorno e avevano iniziato a mangiare. Dalla cucina arrivava un profumo delizioso. Mi sembrava strano che quelle persone mangiassero abbondantemente alle due di notte, in un luogo dove molto presto ci sarebbe stato un funerale. Forse era una sfida contro la morte, una sorta di dichiarazione che eravamo sani e che la vita continuava…

Mi sedetti all’estremità del tavolo per evitare l’imbarazzo. Mi fu messa davanti una zuppa.
Gli anziani e la famiglia mangiavano come se fossero appena scampati a una carestia; le persone di mezza età divoravano tutto quello che c’era sul tavolo e i giovani si limitavano a spostare il cibo nel piatto.

Un vecchio zio, seduto al posto più rispettabile del tavolo, ingoiava il pezzo di pane che intingeva nella zuppa: “Questo Gökhan è un uomo cattivo, però torna e ottiene il perdono di suo padre…”.

Il rumore delle posate si era placato e le parole del vecchio zio ricordavano ai commensali la verità.
Guardai la zuppa di lenticchie davanti a me: “Tutti noi paghiamo in qualche modo il prezzo di ciò che abbiamo fatto in passato, non sappiamo cosa ha passato fratello Gökhan, dobbiamo capirlo anche noi”.

Quando alzai la testa dalla zuppa, tutti mi guardavano. Probabilmente ero troppo preso dal mio ruolo, non so perché ho sentito il bisogno di dire quelle parole. Un suono simile a un acufene circolava intorno al tavolo, tutti mi guardavano con cipiglio, i fratelli Necati e Niyazi piangevano guardando la ciotola di zuppa. Anche se pensavo di dover andare a casa, cominciavo a sentirmi bene sapendo che una persona sarebbe morta felice. Mi alzai dal tavolo e volli andare in bagno per lavarmi le mani e il viso. Mentre attraversavo il corridoio, i rumori della conversazione che provenivano da ogni stanza prendevano il posto dell’odore di cibo che permeava l’intera casa, e il suono delle posate si univa allo schiocco delle labbra.

Feci capolino nella stanza di Zio Hacı prima di entrare nel bagno al centro del corridoio. Zio Hacı deve aver sentito la mia testa sbirciare nella stanza, perchè mi disse: “Vieni, vieni”.

Sono rimasto sorpreso, mi ha sentito con gli occhi chiusi e mi ha parlato.

“Papà, sono venuto…”.
Lo Zio Hacı fece un sorriso amaro con gli occhi chiusi: “Figlio mio, so che non sei Gökhan, ma il figlio del vicino”.
Ero così imbarazzato che non sapevo cosa dire. Rimasi lì seduto ad aspettare che Necati entrasse.

“Ho capito, ma non ho detto nulla per non turbare i miei figli. Perché pensino che morirò in pace”.

I miei occhi si stavano riempiendo di lacrime. Il mio cuore voleva parlare, ma la mia lingua non ci riusciva. I denti mi avevano bloccato la mascella.  Zio Hacı si leccò le labbra secche prima di parlare:

“Prima di tutto, non dire ai miei figli che ti ho riconosciuto, in modo che pensino che ho detto addio a Gökhan…”.

“Qual è l’altra richiesta, Zio Hacı?”

“Puoi mettere la foto di Gökhan appesa alla parete accanto a me?”

Posai la foto di Gökhan degli anni del liceo appesa al muro, sul petto di Zio Hacı.
Con gli occhi chiusi, come se si fossero chiusi un po’ di più e tutto il suo corpo avesse trovato pace, ha esalato l’ultimo respiro abbracciando suo figlio.

(*) Hacı: pellegrino.  
(**) Hac: pellegrinaggio/Hacca: in pellegrinaggio. È l’atto di visitare la Kaaba (il luogo più sacro per l’Islam) e altri luoghi santi intorno alla Mecca, è un obbligo religioso dei musulmani.

Editing e traduzioni dall’inglese e dallo spagnolo.
Fonti: Engin Akyürek For Ever Porto Rico/ENGIN AKYÜREK UNITING HEARTS WORLDWIDE

Ros & Simona

4 Comments

  1. Camelia Antonietta

    Piacerebbe anche a me leggere la scrittura originale ma mi accontento di comprare i suoi libri in Turco anche se non capisco so che ci sono le parole così come le ha pensate 🤪🤣🤣

  2. Camelia Antonietta

    Potrebbe sembrare che questo nuovo racconto parli della morte di un uomo anziano in cui sono riportate usanze tipicamente musulmane come : le scarpe fuori dalla porta ( le abbiamo viste anche in molte dizi) le preghiere degli uomini in una stanza e delle donne in un’ altra,il pasto consumato dai presenti,la commozione di figli e parenti.Ma ‘ Lui ‘ l’autore va oltre supera la compassione del momento entra nell’ animo umano e ci parla di perdono. Alla fine non dovremo fare i conti con la morte ma con la nostra capacità di perdonare ed essere perdonati, il msg è in quella frase : “Tutti noi paghiamo in qualche modo il prezzo di ciò che abbiamo fatto in passato” e senza ipocrisia aggiunge : “non sappiamo cosa ha passato fratello Gökhan, dobbiamo capirlo anche noi” quasi a chiederci : saremo tutti perdonati solo perché saremo morti ???

    1. Già, proprio così. Per me la bellezza della sua scrittura, apparentemente semplice (e comunque va considerato che noi leggiamo la traduzione certamente non fedele nè perfettamente letteraria, bisognerebbe conoscere il turco alla perfezione per cogliere alcune scelte stilistiche) è la sua capacità di ribaltare l’apparente e di offrire nuove prospettive per guardare “l’ovvio” e soprattuto per leggerlo. E’ un invito, il suo, ad andare oltre a ciò che sembra a prima vista scontato, a guardare con occhi diversi, occhi disponibili a cogliere sempre qualcosa di diverso. Di migliore. Grazie per il commento Antonietta 🙂

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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