Engin Akyürek intervista Hürriyet Pazar

In una bella intervista firmata da Hakan Gence per Hürriyet Pazar, Engin Akyürek parla del suo nuovo libro İsimsiz, della scrittura, dell’amore, del silenzio e del rapporto con sé stesso. Ne emerge una conversazione intensa, piena di riflessioni sul presente, sulle relazioni e sul bisogno di autenticità. Di seguito la traduzione integrale dell’intervista.



IL SILENZIO HA UNA FORZA, IO CI CREDO
È uno degli attori più amati della Turchia. Grazie al suo talento, la sua fama ha ormai superato da tempo i confini del Paese. Negli ultimi anni è al centro dell’attenzione non solo per la recitazione, ma anche per i libri che scrive. Ora ha pubblicato İsimsiz (Senza nome), il suo nuovo libro che raccoglie 22 racconti.
Incontriamo Engin Akyürek; parliamo della sua vita, della recitazione, della scrittura, dell’amore e del suo mondo:

“Credo di essere entrato in una fase più attiva, in cui sento di avere l’energia per realizzare ciò che ho in mente, raccontare di più le mie storie, produrre di più. Sto bene.”

Sono passati quattro anni dalla nostra ultima intervista. Parlare con lui mi emoziona ogni volta. Nonostante il suo nome sia così grande, ha un atteggiamento privo di ego, mai sopra le righe. È una persona con cui si possono fare conversazioni profonde. Con il suo sorriso ti fa stare bene, diffonde energia positiva intorno a sé.

Cominciamo a chiacchierare con Engin Akyürek…

◊ Nella presentazione del tuo nuovo libro İsimsiz si legge: “È la storia di chi cerca un posto per sé dentro una vita a cui non appartiene, di nomi dimenticati e confessioni mai pronunciate”. Tu cosa vuoi raccontare con queste storie?
È difficile rispondere. Forse queste storie sono anche le mie confessioni personali, il mio modo di guardare la vita, alcune cose che mi porto dentro e che mi inquietano. Naturalmente non sono vere, sono storie che ho immaginato, o forse semplicemente sentito a livello emotivo. Cerco di raccontare, attraverso queste storie, alcune cose che nella vita reale vorrei dire ad alta voce. Questi racconti sono stati scritti nell’arco di tre anni. In quel periodo evidentemente mi portavo dentro certe inquietudini, e alcune di quelle cose facevano parte della mia vita.

◊ Tu hai confessioni mai dette nella tua vita?
Forse le esprimo proprio scrivendo. A volte qualcosa che vorrei dire si infiltra dentro una storia. Forse è proprio attraverso la scrittura, attraverso il raccontare storie, che faccio queste confessioni. Quando leggete questi racconti, vi rimane qualcosa di concreto tra le mani? Non lo so.
Ma a livello emotivo potete vedere il mio modo di guardare la vita e gli esseri umani.

◊ Una delle frasi del libro dice anche: “Ogni persona porta dentro di sé una storia, alcune non hanno un nome”. Se la tua storia avesse un nome, quale sarebbe?
Se dovessi definirmi con una sola parola, direi silenzio. Credo di amare il silenzio e la sua metafora.

◊ In che senso?
Il silenzio è una parola potente.
Non sempre si riesce a restare in un luogo completamente silenzioso, a volte può persino disturbare. Il silenzio ha una forza, e io ci credo.

◊ Nei racconti del libro gli animali e la natura compaiono spesso. Hai usato anche la foto di un gatto in copertina. Che tipo di legame hai con loro?
Ultimamente sono temi a cui penso molto. Non solo gatti e cani, anche l’essere umano, la natura, gli alberi… Viviamo nelle grandi città. Ma che tipo di rapporto abbiamo davvero con la natura? Quanto riusciamo a proteggerla? Che tipo di relazione abbiamo con gli animali?
Ho pensato anche che il gatto, in senso metaforico, riassumesse bene l’identità del libro.  Il  gatto è un animale molto speciale, lo osservo anche attraverso il mio gatto.

◊ Che cosa osservi?
Se riesci davvero a costruire un rapporto autentico con loro, ti accorgi di una cosa: il gatto resta sempre pienamente sé stesso. Non smette mai di essere ciò che è. Anche il cane è così. In fondo, con la loro semplice esistenza, gli animali ci stanno dicendo qualcosa.
Noi, per esempio, riusciamo davvero a essere noi stessi ventiquattr’ore su ventiquattro? Riusciamo a restare fedeli a ciò che siamo? Lui non smette mai di essere sé stesso.

◊ Quello che scrivi ha quasi il sapore di una sceneggiatura. Vorresti trasformare queste storie in film o serie?
Con una storia che avevo scritto abbiamo realizzato una serie intitolata Kaçış.
E sì, mi piacerebbe continuare anche in futuro; in realtà, mentre scrivo penso già in modo molto visivo. Alcuni racconti potrebbero persino diventare dei cortometraggi.

◊ Nel libro il tuo modo di raccontare è magnifico. Come fai a usare così bene il turco? Leggi molto?
Grazie. Non so se leggo così tanto, ma sì, mi piace leggere. Soprattutto al mattino: quando mi sveglio, invece di guardare subito il telefono, mi ritaglio una o due ore solo per me.

◊ Di solito si legge prima di dormire, tu invece sei una persona del mattino?
In tutta la mia vita non ho mai letto sdraiato, non mi piace quella sensazione.
Leggere sdraiato mi sembra quasi una mancanza di rispetto. Anche le sceneggiature le leggo con grande serietà.
Per esempio, quando sto per leggere uno scrittore che considero molto bravo, se ho addosso qualcosa di brutto mi cambio, indosso una camicia o una t-shirt più bella. E poi mi fa stare bene leggere alla luce. Non mi piace nemmeno scrivere al buio, perché tutto prende una piega più cupa. Le cose che scrivo la sera, quando poi le rileggo al mattino, spesso non mi piacciono molto. Mi sembrano troppo personali.
Ma io non sono un letterato, non voglio fare grandi discorsi adesso. Non mi definisco mai uno scrittore. In realtà mi sto semplicemente ritagliando un tempo tutto mio, seguendo il mio ritmo.

◊ Quali scrittori ami?
Paul Auster. Yaşar Kemal è uno scrittore che amo molto. Mi piace molto anche Ahmet Hamdi Tanpınar. Adoro Barış Bıçakçı, i suoi romanzi e i suoi racconti. Mi sono laureato in storia, quindi leggo anche libri di storia. Cerco inoltre di seguire le nuove uscite legate ai miei diversi interessi.

◊ Che cosa rappresenta oggi per te la recitazione, al punto in cui sei arrivato?
Prima di tutto è il mio mestiere. Finché avrò salute ed energie, è il lavoro che continuerò a fare per tutta la vita.
A un certo punto la recitazione diventa il centro della tua esistenza e molte cose della vita iniziano a prendere forma attorno a essa. Alla fine, qualunque cosa accada, le persone ti riconoscono per strada come attore.
Certo, anche se non fossi diventato un attore sarei stato comunque la persona che sono, ma la recitazione mi ha portato verso una dimensione più umana, mi ha reso più empatico. Mi ha aiutato a diventare più colto, a comprendere tante emozioni. Al di là della parte visibile del mestiere, mi ha dato molto anche come essere umano. Mi ha formato, mi ha permesso di conoscere me stesso molto prima.
Da questo punto di vista devo molto alla mia professione; sento di averci un debito di riconoscenza, ed è per questo che prendo il mio lavoro sul serio e gli attribuisco grande valore.



◊ Hai recitato in molte serie diventate ormai cult. Le serie che avete girato nei primi anni Duemila continuano a essere viste sia dal pubblico turco sia all’estero. Secondo te qual era il loro segreto?

Raccontavamo le storie giuste. Erano storie molto coinvolgenti, capaci di raccontare bene le emozioni. La televisione, in fondo, è anche questo: emozioni. E queste produzioni non sono nate pensando al pubblico internazionale. Tutto si è sviluppato in modo naturale. Anche agli spettatori stranieri sono sembrate qualcosa di diverso.
Inoltre la Turchia è un Paese molto speciale: ovunque ci sono storie. I personaggi sono molto interessanti. Qui ci sono emozioni, e c’è anche una storia, una memoria collettiva. Credo che sia anche per questo che le produzioni turche riescono ad avere successo all’estero.
Riusciamo a raccontare emozioni, che magari altri Paesi raccontano in modo diverso, ma con una sensibilità tutta nostra. E quando riesci a farlo con un linguaggio universale, allora queste storie arrivano anche fuori dalla Turchia.

◊ Quindi il segreto era la storia…
Sì, la storia. Bisognerebbe tornare di nuovo alla centralità del racconto. Perché lì non c’era una formula precisa, era tutto molto istintivo. Si usavano anche le caratteristiche del linguaggio narrativo di Yeşilçam (la stagione classica del cinema turco).  Abbiamo ancora storie bellissime. Dobbiamo solo trovare il modo migliore e più giusto per raccontarle.

◊ Hai interpretato molti personaggi diversi. Se entrassi in una stanza e fossero tutti lì, quale abbracceresti per primo?
Domanda difficile. Perché penso che quei personaggi, se alla fine delle loro storie non sono morti, continuino a vivere. Per esempio immagino “Sancar Efe” in giro per Bodrum, oppure “Mustafa Bulut” da qualche parte a Mardin. Mi chiedo: “Kerim” e “Fatmagül” saranno felici insieme oppure no? Non lo so. Magari si sono anche lasciati, non possiamo saperlo. Però continuo a immaginare Kerim nella sua officina da fabbro.
Credo che, tra tutti, abbraccerei proprio Kerim. Quel senso di colpa che porta dentro per tutta la storia, la sua coscienza, il suo amore… sono cose che mi colpiscono profondamente.

◊ Quando sono iniziati la scrittura e il desiderio di scrivere?
In quinta elementare facemmo una gita scolastica. L’insegnante ci chiese di scrivere qualcosa su ciò che avevamo visto quel giorno. Tornai a casa e raccontai quella gita a modo mio, trasformandola un po’ in una storia. Quando il testo venne letto in classe, gli altri risero. Però a me quella cosa piacque molto. È stato in quel momento che ho capito che scrivere mi faceva stare bene, che mi sono detto: «Ah, questo mi piace».

◊ Sia per i personaggi che interpreti sia per le storie che scrivi osservi molto. E nelle tue opere le emozioni sono sempre in primo piano. Secondo te, oggi, quanto hanno perso le persone la capacità di sentire davvero le emozioni?
Credo che si siano perse un po’ le emozioni intermedie.
◊ Cioè?
È diventato tutto molto bianco o nero. Eppure tra il bianco e il nero esistono infinite sfumature. Credo che abbiamo perso proprio quelle. Alcune cose si sono appiattite: o odiamo oppure amiamo moltissimo. E invece, nel mezzo, esistono anche altre emozioni bellissime.

◊ Come siamo arrivati a questo punto?
La vita… tutto va troppo veloce.
I social media, la vita moderna, il fatto che le persone si sentano continuamente costrette a sembrare migliori…

◊ Nei tuoi libri racconti anche le relazioni. Secondo te, cosa è cambiato nei rapporti di oggi?

Sono cambiate moltissime cose. In fondo era bellissimo lo sforzo che si faceva per conoscere davvero qualcuno. Credo che quella cosa si sia persa. Quando vedi 250 fotografie di una persona hai la sensazione di conoscerla, ma in realtà non la conosci davvero. Un tempo, per arrivare a qualcuno, andavi nei posti che frequentava, passavi per quella strada. C’era uno sforzo. Adesso non più. E questo non riguarda soltanto le relazioni tra uomo e donna; ha influenzato anche le amicizie e i rapporti familiari. Non bisogna nemmeno attribuire tutto ai social media, però, senza rendercene conto, le nostre abitudini sono cambiate.

◊ Sei sempre stato bello?
Secondo me no, e non so nemmeno se lo sia adesso. La bellezza è qualcosa di relativo. In tutta la mia vita non mi sono mai guardato allo specchio dicendomi: “Sono bello”.
Davvero c’è qualcuno che si guarda allo specchio e lo dice? Non lo so.

◊ Io al tuo posto invece credo che lo direi…
No, secondo me non lo diresti neanche tu. Diresti semplicemente: “Sto bene”. Ti sentiresti bene con te stesso.
Io, per esempio, ho recitato in Bi Küçük Eylül Meselesi. Il personaggio di quel film era stato costruito come un uomo poco attraente. Avrei anche potuto usare un trucco prostetico, renderlo ancora più segnato fisicamente. Le persone intorno a me dicevano: “Tu non sei brutto, perché interpreti un personaggio così?”. Ma io pensavo questo: quell’uomo, quando si guarda allo specchio, non ama sé stesso. Puoi essere la persona più bella o più affascinante del mondo, ma guardarti allo specchio e non piacerti comunque. Credo che tutto questo abbia più a che fare con il volersi bene.
La bellezza è un aggettivo, qualcosa che ti viene attribuito dagli altri. La vera domanda importante è questa: quando ti guardi allo specchio, ti vuoi bene?

◊ Ti vuoi bene?
Mi voglio bene. A volte mi arrabbio con me stesso, ma diciamo che per 300 giorni all’anno su 365 mi voglio bene.

◊ E perché ti arrabbi?
A volte mi capita di prendermela con me stesso pensando: “Perché l’ho fatto così?”. Anche nel lavoro ho un lato che entra spesso in conflitto con sé stesso. Quando lavoro posso arrabbiarmi molto, innervosirmi e pensare: “Poteva venire meglio”, oppure: “Perché non l’ho fatto in un altro modo?”.

◊ In che fase della vita ti trovi adesso?
Se me lo avessi chiesto cinque anni fa, avrei detto che ero in un periodo in cui osservavo di più, guardavo di più ciò che mi circondava. Adesso invece credo di essere entrato in una fase più attiva, in cui sento di avere l’energia per realizzare ciò che ho in mente, raccontare di più le mie storie, produrre di più. Sto bene.

◊ Hai fatto scoperte interiori su te stesso?
Durante il periodo della pandemia mi giravano spesso in testa pensieri di questo tipo: “Non riusciamo nemmeno ad andare a bere un caffè, non possiamo uscire di casa. Non riusciamo a fare neanche le cose più semplici. Forse, quando tutto questo finirà, con quella sensazione del tipo: ‘Guarda, non sono morto, sono vivo, sto vivendo’, diventeremo persone più umili e metteremo da parte il nostro ego”.

◊ E invece cosa è successo?
È successo esattamente il contrario. Credo che, nel periodo successivo, la nostra capacità di empatia sia diminuita un po’, e che siamo diventati più concentrati su noi stessi.

◊ E tu che rapporto hai con il tuo ego?
Tutti noi abbiamo un ego, ma in qualche modo bisogna imparare a educarlo. Perché se lo lasciamo libero, se comincia lui a governare noi, poi non riusciamo più a gestirlo.

◊ Per anni sullo schermo hai interpretato uomini innamorati. Hai scritto storie che raccontano l’amore. Hai una tua definizione dell’amore?
Cambia nel tempo, ma in questa fase della mia vita direi questo: puoi sentire, anche fisicamente, di essere innamorato di qualcuno. È qualcosa che senti dentro di te. Ma secondo me ciò che rende reale quel sentimento è riuscire a essere davvero sé stessi accanto a quella persona. È allora che capisci di essere innamorato.

◊ C’è qualcuno nel tuo cuore?
No… Però ormai dovrebbe esserci qualcuno, no? Credo che sarebbe anche ora.

◊ Potrebbe esserci, ma potrebbe anche non esserci…
Ultimamente mi sono reso conto di una cosa: sono figlio di due genitori che si amano. Sono cresciuto in una famiglia piena d’affetto. Naturalmente tutti abbiamo bisogno di amare, di essere amati, di sentirci approvati. Però, quando non senti un bisogno così forte di quel sentimento, allora tutto assume una dimensione più romantica. Gli incontri, le coincidenze, il continuo scoprire qualcuno… in fondo finisci per cercare qualcosa che assomigli quasi a una scena di un film. Ed è proprio questo ad avere ancora fascino.

◊ Che tipo di persona potrebbe farti innamorare? Però non dire soltanto “l’anima”, anche l’aspetto fisico conta…
Certo che l’aspetto fisico conta. Negarlo sarebbe poco realistico. Però posso dire questo: deve avere una storia.

◊ Perché per te la storia di una persona è così importante?
Perché se una persona ha una storia, allora ha anche un suo mondo, un passato, delle battaglie interiori, qualcosa da raccontare. Deve avere le proprie scelte, una propria identità. E dovrebbe anche aver fatto un po’ pace con sé stessa. Faccio fatica a costruire un dialogo profondo con persone che sono continuamente in conflitto con sé stesse e mai davvero soddisfatte di ciò che sono.

◊ Hai progetti oltre al libro?
Sì, quest’estate gireremo la seconda stagione di Enfes Bir Akşam.
Per me è stato anche un personaggio diverso dal solito. La serie ha avuto successo e torneremo a lavorare con una squadra davvero molto bella.

◊ Come trascorre una giornata in cui non hai nessun impegno di lavoro? Vai in palestra, fai shopping?
Non mi piace fare shopping. La cosa che mi stanca di più è entrare in un negozio per comprare qualcosa. Per questo, quando trovo qualcosa che mi piace, la prendo in colori diversi e chiudo la questione.
La mia routine quotidiana cambia un po’. Riesco sempre a trovare qualcosa con cui tenermi occupato. Quando mi sveglio, resto a casa per un paio d’ore a leggere qualcosa, con una musica leggera in sottofondo.
Se ho energia vado ad allenarmi; se invece non ne ho, bevo un caffè o mangio qualcosa con gli amici dalle parti di Kalamış o di Bağdat Caddesi. Oppure vado dai miei genitori. Leggo sceneggiature, scrivo racconti.

Intervista originale:
https://www.hurriyet.com.tr/kelebek/hurriyet-pazar/sessizligin-bir-gucu-var-ona-inaniyorum-43182330

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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