Le traduzioni

Engin Akyürek, il narratore: gli istanti, l’immaginazione e la lingua dei racconti

Engin Akyürek
Traduzione italiana di Anlatıcı Sohbetleri, parte 5 della conversazione con Burak Tamdoğan

In questa quinta parte di Anlatıcı Sohbetleri, una domanda apparentemente leggera apre uno dei passaggi più rivelatori della conversazione. Burak Tamdoğan la presenta quasi come una curiosità da “magazine letterario”: Engin Akyürek ha mai incontrato, nella vita o nei personaggi interpretati, qualcuno che somigliasse a una figura già scritta nei suoi racconti?

La risposta sposta subito il discorso altrove. Verso il modo in cui nasce una storia. Engin sembra dirci che un personaggio non prende forma soltanto attraverso una biografia, un profilo, una descrizione compiuta. A volte nasce da una situazione. Da un gesto. Da un istante osservato da lontano. Da qualcosa che resta nella memoria.

È una chiave importante per leggere i suoi racconti: più che costruire personaggi chiusi, Engin costruisce condizioni emotive. Luoghi interiori. Momenti in cui una reazione, uno sguardo, una presenza diventano racconto.

Da qui il dialogo si allarga naturalmente alla lettura, all’immaginazione, al cinema, alla poesia, alla lingua narrativa. Ma il nucleo resta lo stesso: dove vive davvero una storia? Nel personaggio scritto? Nel lettore che lo ricrea dentro di sé? Nell’attore che gli dà corpo? Nell’immagine cinematografica che prova a mostrarlo? O nella lingua che, racconto dopo racconto, costruisce un universo riconoscibile?

Forse questa parte è preziosa proprio perché mostra Engin Akyürek nel suo laboratorio più segreto: più che quello delle trame, quello degli istanti. Dei mondi interiori. Delle parole che ritornano. Di una lingua che può essere semplice, discutibile, forse anche poetica, ma deve soprattutto appartenergli.


BURAK
Ora una domanda un po’ da “magazine” della conversazione. Però un magazine letterario, il nostro.

La domanda è questa: ti è mai capitato di incontrare uno dei personaggi che hai scritto nei film o nelle serie che hai girato? C’è mai stato qualcuno di cui hai pensato: “Io questo l’avevo già scritto”?

ENGİN
Intendi dire: se ho incontrato nella mia vita sociale qualcuno che somigliava a ciò che avevo scritto?

BURAK
Sì, però dopo averlo scritto. In fondo certe cose le riconosciamo, le vediamo…

ENGİN
Ecco, io, più che caratterizzazioni, scrivo situazioni. Più che fare l’analisi di un personaggio, per me ciò che dà forma a quel personaggio è l’istante che vive dentro una certa situazione. Un personaggio che esiste dentro l’istante. Per questo amo il racconto. Per questo amo gli istanti dei racconti.

Io non lavoro molto sul personaggio in modo diretto, uno a uno. Anche per questo, a volte, parliamo insieme della possibilità di scrivere un romanzo. Ci diciamo: “E se scrivessi un romanzo?”.

Scrivere un romanzo è un’altra competenza, un altro viaggio. E non lo dico soltanto per una questione di numero di pagine. Scrivere un romanzo significa, in quel senso, come dicevi tu, dettagliare un personaggio, renderlo davvero tridimensionale. Nei miei racconti, da questo punto di vista, non ho vissuto questa esperienza.

Significa costruire un mondo più grande. E, così come per me i grandi personaggi dei romanzi sono diventati amici, permettere al lettore non necessariamente di diventare amico di quel personaggio, ma di entrare con lui in un viaggio.

Insieme a quel personaggio, insieme ai personaggi di quel mondo, per trecento pagine, cinquecento pagine, qualunque sia la lunghezza del romanzo, il lettore entra in quel viaggio, procede dentro quel viaggio. Fa vivere quel personaggio nel proprio mondo interiore.

Io, adesso, non faccio molto questo. Non è che lo eviti apposta mentre scrivo; semplicemente, nel mio modo di scrivere questa dimensione non è molto presente. Preferisco scegliere una situazione, un luogo, o una condizione, e raccontare una storia attraverso la reazione del personaggio che ho creato lì dentro: il narratore che ho individuato, oppure un personaggio di una certa età, con una certa caratterizzazione, che reagisce a quella situazione.

Naturalmente, quelle situazioni esistono. Quelle situazioni le ho vissute. Nella mia vita ci sono corrispondenze con quelle situazioni, con quelle reazioni dentro certi istanti. Però non ho incontrato quei personaggi. E questa, tra l’altro, è una cosa molto difficile.

Tu fai l’attore. I personaggi che interpretiamo, li conosciamo davvero nella vita reale? Li vediamo? Li incontriamo? A volte li incontriamo. A volte li vediamo. A volte li osserviamo da lontano. A volte li conosciamo ancora prima di interpretarli. Dici: “Ecco, era lui. Quest’uomo era così. Era qualcosa che, in un punto della mia vita, mi aveva toccato”.

Naturalmente non è facile chiudere tutto dentro una definizione.
Ma in realtà sono i sentimenti. I sentimenti che quel personaggio porta al tuo personaggio.

Per esempio, mentre scrivi, in quell’istante, il rapporto che un vecchio uomo stabilisce con un cane… È magari un fotogramma della tua infanzia. Un fotogramma che hai visto da lontano.

Qualcosa che quel fotogramma osservato da lontano ti ha fatto sentire. Un sentimento. Un istante. Il sentire dentro quell’istante. È questo. Io penso che sia prezioso. Ed è su questo che cerco di costruire qualcosa.

Vedremo. Sono diventati tre libri. Adesso, quanto continuerà? Che cosa farò? Non ho una pretesa del tipo: “Scriverò questo, scriverò quello, andrà in questa direzione”. Succede soltanto questo: so che mi ha dato moltissimo. So che mi ha fatto bene. E se potrò continuare… La storia continuerà finché potrò continuarla. Cioè, non è una cosa forzata, del tipo: “Adesso mi siedo e scrivo un racconto”. Naturalmente non funziona così. Finché riesco a scrivere, finché accade, finché posso farlo, questa storia andrà avanti.

BURAK
Secondo me scriverai finché continuerai a essere curioso, finché continuerai a cercare. Perché, secondo me, sei un buon narratore. E lo dico al di là del bene che ti voglio come persona. Mi piace anche la tua penna.
Il mio primo principio è questo, e lo dico sempre a tutti: non riuscite a leggere un libro, fratelli? Allora avete scelto il libro sbagliato.

ENGİN
Ah, guarda, questa è bella. È bella.
Secondo me c’è un libro che ognuno può leggere.

BURAK
Non riesci a leggerlo? Mettilo da parte e passa a un altro libro.

ENGİN
Questa è una cosa molto bella.

BURAK
Il solo motivo per cui, nella vita, io sono diventato un buon lettore…

ENGİN
Questa te la rubo.

BURAK
Prendila, è tua.

ENGİN
Davvero, questa te la rubo. La userò.

BURAK
Usala.

ENGİN
È molto vera. Perché secondo me c’è un libro che ognuno può leggere.

BURAK
Sì. E poi, guarda anche la cosa di cui parlavi poco fa. Tu dici che quei personaggi sono nostri amici, presenze della nostra vita. Io lo dico sempre alle persone: quante persone può conoscere un essere umano nel corso della vita? Quante culture può conoscere? Di quante persone può arrivare a conoscere il mondo interiore?

Ma se leggi, questo limite non esiste. Perché puoi andare in un luogo in cui non sei mai stato, a Kuala Lumpur, e conoscere una cultura di quel luogo, conoscere una bambina che vive lì.

ENGİN
E poi la crei dentro il tuo mondo immaginario, nel tuo inconscio, con la tua immagine. Per questo, quando una grande opera letteraria viene portata al cinema, secondo me quasi mai riceve il valore che merita. Perché io l’ho letta. Quel libro è nel mio mondo immaginario. In qualche modo, l’ho creato io. Quei personaggi esistevano nella mia immaginazione. Erano personaggi che avevo creato io.

Ma lì, sullo schermo, che cosa accade? Appare qualcosa di bidimensionale. Rimane limitato al personaggio creato dall’attore e allo spazio mostrato dal regista. Non so se te ne accorgi: i buoni film tratti da opere letterarie, quelli che sono diventati davvero buoni film, di solito vengono da opere letterarie meno compiute.

BURAK
Sì. Perché il romanzo, in quel caso, non ha già tutto.

ENGİN
Esatto. Il romanzo è già un romanzo medio, e allora il regista può prenderlo e approfondirlo.

Ma qualcosa che è già molto grande… Come puoi trasformare Delitto e castigo in un film? Ed è stato fatto, naturalmente. È stato fatto molte volte. Lo hanno fatto i russi. Sono state realizzate molte storie simili, molte storie costruite intorno a Delitto e castigo, intorno al concetto di delitto, di colpa.

Ma non può essere la stessa cosa. Perché lì c’è già la letteratura.

Quando leggiamo quel romanzo, ogni volta ricostruiamo la scena del delitto dentro il nostro mondo immaginario. Quale regista potrebbe filmarla? Quale attore potrebbe interpretarla? E quale attore potrebbe restituirla davvero come esiste nella mia immaginazione? È una cosa molto difficile.

BURAK
Hai detto una cosa bellissima: il mondo immaginario. Puoi anche girare Anna Karenina, ma oltre una semplice storia d’amore… la tempesta interiore di Anna Karenina?

ENGİN
È stato fatto, infatti.

BURAK
È stato fatto, sì. Ma appunto: diventa una storia d’amore. Oppure la trasformi in una storia d’azione. Ma quella grande caverna dentro Anna Karenina, che cosa ne facciamo? Chi può filmarla? Come può filmarla?

ENGİN
Non puoi mostrarla. Io penso che il cinema, davanti a questo, non abbia quella forza. Perché il regista ti mostra dei luoghi. A quel punto non appartiene più a me.

Hai preso il mio mondo immaginario e lo hai portato nel mondo immaginario del regista, nel personaggio creato dall’attore. È diventato qualcosa di bidimensionale. Mentre il mio mondo era tridimensionale. Era più profondo. Stava in un luogo diverso. Accadeva in uno spazio della mia immaginazione. Per questo è una cosa difficile.
Forse esiste un grande romanzo che sia diventato anche un grande adattamento. Io non lo so. Non ne ricordo uno.

BURAK
Neanch’io.

ENGİN
Magari non voglio essere ingiusto. Forse esiste.

BURAK
Però anche tecnicamente non sembra molto possibile.

ENGİN
Secondo me, in questo senso, il cinema mondiale è arrivato un po’ a un punto in cui sa che le grandi opere letterarie sono difficilissime da portare sullo schermo. E non le forza più così tanto.

Credo che una delle ultime sia stata Cime tempestose, non so. Non ho visto il film. Naturalmente, in qualche modo, queste cose continuano a essere fatte. Anche senza usare per forza il titolo originale, si prende la storia principale, il nucleo, e si costruisce qualcosa di simile.

Alla fine, sotto il sole non c’è più nulla che non sia già stato detto.

Esistono alcuni conflitti, alcune storie. Prendiamo quei conflitti, li raccontiamo in forme diverse, e facciamo film, facciamo storie. Anche nelle serie che raccontiamo noi accade questo: si prendono alcuni conflitti fondamentali del mondo e si sviluppa una storia a partire da lì.

Ma prendere una struttura, prendere un’opera letteraria e trasformarla in un film non è affatto una cosa facile.

BURAK
Parlando con un’attrice rumena, mi ha detto una cosa.

Stavamo parlando di film, di serie. A un certo punto qualcuno le ha chiesto delle serie turche: “Come ti sembrano? Le hai viste?”. E lei ha risposto: “Le ho viste”. Si parlava anche di quegli sguardi lunghi, di quelle cose su cui spesso si scherza. Eravamo a un festival, e lei ha detto una frase così: “Forse, in quegli sguardi lunghi, noi mettiamo dentro le nostre emozioni. A me piace”.

ENGİN
Bello.

BURAK
Mi era sembrata una cosa interessante.

ENGİN
In realtà ha detto una cosa bella. E anche giusta. Naturalmente, se vuoi criticare le serie turche e ridurle soltanto alla questione degli sguardi lunghi, puoi farlo da lì. Anche se ormai, secondo me, non si fa più come dieci anni fa. Anche perché la concentrazione dello spettatore è cambiata: tutto è diventato molto veloce, il telefono è entrato nella nostra vita, e la nostra capacità di restare concentrati su qualcosa si è ridotta.

Certo, gli sguardi lunghi si fanno ancora. Tecnicamente ci sono ancora riprese molto lunghe, persone che si guardano, scene con musica sotto. Quando c’è una durata così, qualcosa accade.

Però sì, in quello che lei dice c’è un senso.
Dipende da come lo racconti. Che cosa stai raccontando lì?

Puoi raccontarlo anche con la musica. Come narratore, puoi raccontarlo anche con gli sguardi. Può diventare quasi qualcosa di simile a un videoclip: c’è una musica, ci sono due persone che si guardano, e si crea quella sensazione da clip, quella sensazione data dalla musica sotto la scena.

Ma il punto importante è: che emozione crea in chi guarda? Che cosa sente lo spettatore in quel momento? Riceve l’emozione che deve ricevere, oppure no? Secondo me è questo il punto. Se era quello che volevi ottenere, non c’è problema. Ma se non lo era…

BURAK
Allora torno a una cosa, mentre ci avviciniamo piano piano alla fine. Nella tua lingua, per esempio, mentre nel primo libro di racconti era meno presente, nel terzo libro vedo frasi poetiche che hanno ormai un peso maggiore. Frasi che si avvicinano alla poesia.

E quindi… Tra l’altro noi ci conosciamo da anni, sei una persona a cui voglio molto bene, e qui vorrei che tutti ti volessero bene. Magari potessimo presentare ogni tua parte.

Però, per esempio, io non conosco il tuo rapporto con la poesia. Per questo me lo sono tenuto da parte e non te l’ho detto prima, nella conversazione. Il rapporto con la poesia. Perché una poesia c’è. Tu la cerchi. E la usi nelle tue frasi.

ENGİN
Credo di no.

BURAK
Ma dai.

ENGİN
Davvero, no.
Naturalmente la poesia… Scrivere poesia è una cosa molto difficile. Non ho mai scritto poesie. Non ci sono riuscito. Ci ho provato, ma non ci sono riuscito.

Secondo me scrivere poesia è molto difficile. E ho un grande rispetto per chi scrive poesia.
Riuscire a scrivere poesia in modo coerente non è una cosa semplice. Puoi scrivere una poesia, ma la seconda può essere qualcosa di completamente diverso.

Costruire una lingua poetica come genere, creare una lingua poetica… Pensiamo a un libro: scrivere trenta poesie nella stessa lingua, con la stessa coerenza, non è un lavoro facile.

Anche come lettore, non ho un grande rapporto con la poesia. Nel mio mondo non c’è molta poesia.

Però… Non so se lo sento davvero. C’è una cosa: cerco di creare una lingua coerente.

Del resto, a me sembra così: i miei racconti sono già tutti uguali. Io lo so. Perciò magari una parola che compare lì ritorna anche nell’ottavo racconto. Una frase che sta in un punto può tornare altrove. E per me non c’è nulla di male. Perché, anche se sono racconti ambientati in luoghi diversi, raccontati da narratori diversi, da persone che appartengono a contesti sociali diversi, in realtà sono tutti la stessa storia.

Nel loro insieme vengono tutti dallo stesso luogo. Ai miei occhi sono tutti lo stesso racconto. Come se fossero la continuazione l’uno dell’altro.

Quello che cerco di fare è questo. Per me, quando scrivo, il punto decisivo è questo: puoi avere una storia, anche una storia che merita davvero di essere raccontata, eppure potresti non trovare il modo giusto per farlo.

Il punto più importante è trovare come raccontarla e come farla arrivare al lettore nel modo più semplice possibile.

A volte mi capita di non riuscire a scrivere una storia di cui sono molto sicuro. Dico: “Questa è una storia pazzesca. La scriverò”. E poi non succede. Non riesco a scriverla. Perché devo trovarle una lingua. Devo capire: devo raccontarla con la mia voce? Con la voce di qualcun altro? Da dove dobbiamo partire? E deve esserci una coerenza di lingua. Devo costruirla dentro una struttura complessiva.

Credo di dedicare un po’ di lavoro proprio a questo.

Vorrei che fosse così: leggendo il primo racconto, e poi leggendo il ventesimo, si avesse comunque la sensazione di storie che accadono dentro lo stesso universo. Anche se sono storie diverse, vorrei che appartenessero allo stesso universo e alla stessa lingua.

Per questo, a volte, mi è capitato anche di rinunciare a storie che avrei potuto scrivere in modi molto diversi. Proprio per restare dentro quello stesso universo.

Certo, a volte succede questo: oggi le cose cambiano. Molto probabilmente, andando avanti, ogni cosa che scriverò si svilupperà e cambierà. Anche scrivere è davvero come fare sport. Più scrivi, più scrivi, più scrivi, e più arrivi a un punto migliore. Però a volte senti anche il bisogno di andare in una direzione diversa. Ci vai, ma poi ti accorgi che quel luogo non lo conosci, non ti piace davvero. Allora quella storia non si lascia scrivere, e tu torni indietro.

Io amo un po’ questo: che ci sia qualcosa che mi appartenga. Che nella mia lingua narrativa ci sia una mia cornice. Può essere semplice, può essere criticata, può non piacere.

Diciamo pure che sia poetica. Ma che sia mia.

Naturalmente ci sono scrittori che ho letto, che ho amato, che ho apprezzato, da cui sono stato influenzato. Ci sono cose, punti, che ho preso da loro. Però, nel complesso, arrivato ormai al terzo libro di racconti, sento di potermi muovere dentro un universo che mi appartiene.

C’è un mondo, e dentro quell’universo sento di poter fare qualcosa con le mie parole, con il mio mondo, con la mia costruzione.

BURAK
Ho preso nota di alcune frasi da citare, come si fa con gli scrittori che si amano.

E prima di tutto, questo mi ha reso orgoglioso. Ma anche da lettore ci sono state frasi davanti alle quali mi sono detto: “Wow”. Per questo ti ho fatto la domanda sulla poesia. Forse anche questo ha a che fare con il tuo essere narratore…

ENGİN
Certo, siccome tu ami molto la poesia e hai una lingua poetica, lo vedi. E capisco che tu lo abbia colto.

Però davvero, riuscire a scrivere una poesia…

Per esempio il tuo ultimo libro: io non potrei scrivere un libro così. È qualcosa che richiede molta padronanza. Non mettiamoci qui a farci complimenti a vicenda, però per me quello appartiene a un’altra fase, a un altro livello di scrittura.

Riuscire a raccontare il proprio punto in quel modo, con poche parole… Io una cosa che forse racconterei in trenta pagine, tu magari riesci a raccontarla in due frasi. È un’altra cosa.

In questo senso, allora, elogiamo anche un po’ la poesia. La poesia è un altro talento, un altro punto. Io ci ho provato, ma non è andata. Non è andata.

BURAK
Secondo me nei tuoi racconti c’è già. Però, visto che ho ricevuto il mio elogio, adesso sono anche io un “fratello di penna”?

ENGİN
Lo sei davvero.


La quinta parte si chiude su questa appartenenza: una lingua, un universo, un modo di raccontare che Engin sente finalmente propri. Subito dopo, Burak accompagna la conversazione verso il finale: Kaçış, le storie che aspettano il proprio tempo, il racconto orale, i personaggi fragili, il presente che cambia troppo in fretta e l’invito finale a custodire le proprie storie.
Continua nella sesta e ultima parte.

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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