Engin Akyürek

Nel nuovo set firmato da Muhsin Akgün, per l’intervista di Hakan Gence su Hürriyet Pazar, Engin Akyürek sembra sabotare continuamente la perfezione del ritratto. Ed è probabilmente il motivo per cui queste immagini restano addosso. Piccola e del tutto non richiesta riflessione su tre fotografie che si prendono il tempo di diventare racconto.



Da tempo, personalmente, aspettavo uno shooting fotografico così. Precisamente da novembre 2023, quando l’ispiratissimo genio fotografico di Mehmet Erzincan ci destabilizzò letteralmente con gli scatti realizzati per il servizio di copertina de L’Officiel Hommes Türkiye.

Non che nel frattempo siano mancati altri shooting, altri primi piani, altre sessioni fotografiche capaci di ricordarci con prepotente puntualità quanto Engin Akyürek sia, fotograficamente parlando, una creatura piuttosto pericolosa.

In ogni occasione, lo sappiamo bene, le sue fotografie non solo hanno fatto il giro del mondo — nel senso più concreto possibile del termine — ma hanno mandato in visibilio il fandom intero, spingendoci a consumare decilitri di inchiostro digitale per celebrare in endecasillabi, prose poetiche e svariate forme di perdita collettiva della lucidità la sua avvenenza, bellezza, presenza carismatica.

In una parola: FIGAGGINE.
Mi sia consentita questa breve digressione da boomer, ma a volte non si può girare troppo intorno ai concetti nel disperato tentativo di trovare parole sofisticate: occorre essere diretti, asciutti, quasi scientifici.

Però — e vengo finalmente al motivo di questo scritto, che sono certa molte delle fan che conosco comprenderanno perfettamente — mancava ancora la fotografia.

O meglio: la fotografia capace di competere davvero con quella che, nel lontano novembre 2023, mi ispirò addirittura la scrittura di un trattato semiserio (la prudenza mi impose di specificarlo immediatamente nel sottotitolo) nel quale provavo a dare dignità argomentativa ai più semplici “mamma mia”, ai gridolini improvvisi e alle emoticon incendiarie di cui, va detto con onestà, abbiamo fatto abbondantemente uso.

La foto che ispirò il mio “Trattato” 🙂

Questa volta la fotografia è arrivata.
Anzi, da questa nuova sessione fotografica firmata dall’altrettanto pericoloso Muhsin Akgün ne sono arrivate addirittura tre (ma quanto sono talentuosi i fotografi turchi?).

E sia chiaro — andrebbe scritto a caratteri cubitali — lo shooting è riuscito magnificamente. Ogni fotografia possiede qualcosa: eleganza, atmosfera, una costruzione visiva attentissima. Alcune perfino una certa inquietudine sofisticata che il bianco e nero amplifica ancora di più.

Tre, però, hanno fatto decisamente più danni delle altre. Alla sottoscritta, intendo.
Tre fotografie straordinariamente belle. Di quelle che non si limitano a essere eleganti o riuscite o “molto instagrammabili” — parola terribile, ma purtroppo inevitabile nel 2026 — ma che possiedono qualcosa di più raro: una vera tensione narrativa.

E infatti queste tre immagini mi hanno solleticato la testolina — costretta, mio malgrado, a riattivarsi — spingendomi a fermarmi più del necessario e a chiedermi perché continuassi a tornare a guardarle.

La risposta, credo, sta proprio lì: nel fatto che queste fotografie non chiedono semplicemente di essere guardate. Chiedono tempo.
Tempo speso piacevolmente, si intende.
Insomma, riuscendo a recuperare sprazzi di attività sinaptiche residue dalla troppa contemplazione estetica sono arrivata ad una conclusione.
Ma per arrivarci, mi sia consentito soffermarmi sui dettagli chiave. Quelli che ti permettono di argomentare e ti convincono che “Oh, ma lo sai che potrebbe essere davvero così?”
Proviamoci.

Dunque, il punto è che queste tre fotografie funzionano esattamente perché NON fanno quello che oggi fanno quasi tutte le immagini contemporanee: lasciarsi consumare immediatamente.

Anzi, più le guardo e più mi convinco di una sensazione strana: Engin Akyürek sembra avere, ancora una volta, un rapporto quasi complicato con l’obiettivo. Un rapporto al contrario.

Detta così sembra assurda, considerando che stiamo parlando di un uomo che potrebbe probabilmente risolvere uno shooting limitandosi a stare fermo davanti a una parete bianca e respirare normalmente.

E invece no.

In queste foto Engin introduce continuamente qualcosa che rallenta l’immagine. La complica. La altera. La squilibra.

Mi spiego.
Le mani, per esempio.

A un certo punto ci si fa caso: nelle prime due fotografie arrivano prima del volto. Occupano spazio, interrompono linee, quasi disturbano la composizione. Ed è una scelta curiosa, perché normalmente i ritratti molto glamour cercano armonia. Simmetria. Controllo. Persino quando fingono spontaneità.

Queste fotografie invece sembrano fare il contrario.

 Engin Akyürek

Nella prima immagine le mani sono enormi, troppo vicine all’obiettivo, quasi sproporzionate. In altre sessioni fotografiche sarebbero state corrette, alleggerite, rese più eleganti. Qui invece Muhsin Akgün le lascia fare. E Engin pure.

Il risultato è che la fotografia smette immediatamente di essere soltanto bella. Diventa quasi un fotogramma di una scena. Diventa viva. In movimento. Più strana. Vogliamo dire leggermente scomoda? Diciamolo.

Che poi è probabilmente il motivo per cui continuo a tornarci sopra.

Perché Engin, in queste immagini, sembra voler sabotare la perfezione del ritratto proprio un attimo prima che diventi troppo compiaciuta. Lo fa con le mani troppo vicine all’obiettivo, con una posa rigidissima, con uno sguardo che non si lascia mai chiudere completamente dentro la fotografia.
Un po’ come quelle persone brillantissime che durante una conversazione elegantissima sentono improvvisamente il bisogno di dire qualcosa di leggermente storto, giusto per impedire all’atmosfera di diventare troppo perfetta. Ecco.

Un ritratto nel quale la presenza quasi materica delle mani in primo piano – vene, peluria, pieghe della pelle…- gioca continuamente con la leggerezza quasi fiabesca di lui, più distante dall’obiettivo. E infatti c’è qualcosa, in questa fotografia, che a me ricorda vagamente un Peter Pan adulto in attesa di Campanellino. Un gioco curioso tra densità diverse: da una parte la concretezza quasi brutale delle mani, così anatomiche, così vere, seppour elegantissime; dall’altra quella bellezza un po’ dandy e sospesa che il bianco e nero rende quasi irreale.

 Engin Akyürek

Nella seconda fotografia, per esempio, il volto quasi sparisce dietro le dita. O meglio: si lascia vedere soltanto a metà. E improvvisamente l’immagine cambia tono. Non è una fotografia da consumare velocemente. Da scroll. Da commento a caldo.  È una foto che richiede un plus di osservazione. L’unico occhio lasciato libero ti entra dentro mentre tu guardi e stabilisce una connessione diretta, profonda. Altera gli equilibri della fotografia.  Insomma, ti costringe a fermarti un attimo di più. Qui le mani smettono di essere materia e diventano filtro. Una barriera solo apparente che, mentre sottrae metà del volto allo sguardo, finisce paradossalmente per renderlo ancora più visibile.
Lo si immagina.
Anzi, lo si vede benissimo.
Come certi giochi di prestigio riusciti, nei quali il trucco non consiste nel nascondere qualcosa, ma nel dirigere lo sguardo esattamente dove si vuole.
Perché, insomma, per lasciarsi scoprire non è affatto necessario mostrarsi completamente. No?

E poi, va anche detto, quello sguardo non sta davvero cercando di sedurre nessuno. Almeno non apertamente. E questa, secondo me, è una delle cose più interessanti dell’intero set.

Oggi moltissime fotografie maschili sembrano ossessionate dall’idea di produrre intensità. Lo sguardo tormentato. La malinconia molto consapevole di esserlo. L’uomo che fuma pensando a qualcosa di profondissimo pur trovandosi, molto più realisticamente, davanti a un camerino, due softbox e qualcuno che gli sta dicendo “perfetto, bravissimo, ancora così”.

Qui invece tutto sembra sottrarsi all’eccesso.
Nella prima foto lo sguardo è controllato, quasi vigile. Nella seconda diventa laterale, filtrato dalle mani. Nella terza succede una cosa ancora più rara: smette completamente di costruire effetto.

 Engin Akyürek


Ed è probabilmente la fotografia più difficile delle tre proprio perché apparentemente non fa nulla.

Nessuna posa teatrale. Nessuna espressione studiata. Nessun disperato tentativo di sembrare “misterioso”, che è una delle cose più artificiose da vedere nelle fotografie contemporanee, quando qualcuno si impegna disperatamente a sembrare indecifrabile.

Solo un volto fermo davanti all’obiettivo.
Che però regge tutto. Boom!

E lì si capisce anche un’altra cosa: il bianco e nero, in queste immagini, non serve a rendere tutto più artistico.
Serve a togliere.
Toglie distrazioni.
Toglie rumore.
Toglie qualunque possibilità di nascondersi dietro l’estetica.

E a quel punto restano soltanto:
la pelle vera,
le ombre,
la barba non perfettamente disciplinata,
qualche filo argentato qua è la,
certe linee del volto,
la stanchezza leggerissima attorno agli occhi,
quella minima imperfezione nello sguardo che il cinema, da sempre, considera infinitamente più interessante della simmetria perfetta.

Tutte cose che normalmente la fotografia contemporanea cerca di correggere con zelo quasi religioso.
Qui invece restano.

Sono fotografie che non hanno paura della pelle vera. E sembra quasi assurdo doverlo considerare un elemento degno di nota nel 2026, epoca in cui qualunque poro vagamente visibile viene trattato dal contemporaneo come un problema diplomatico internazionale.

Qui invece le imperfezioni restano. E paradossalmente è proprio lì che il volto acquista presenza.

C’è qualcosa di molto cinematografico, in queste immagini, nel modo in cui Engin abita il primo piano. Non nel senso nostalgico del “fascino degli attori di una volta”, formula che ormai usiamo per qualunque essere umano riesca ancora a stare fermo davanti a un obiettivo senza simulare immediatamente una crisi esistenziale.

Piuttosto nel modo in cui certi ritratti in bianco e nero — quelli di Herb Ritts o Peter Lindbergh, per intenderci — lasciavano che il volto restasse volto. Con le ombre, la pelle vera, perfino la stanchezza.

E forse è proprio questa la parola giusta: stanchezza.
Ma non quella esistenziale, intendiamoci, né quella fisica. Né tantomeno quella drammatica e performativa da editoriale fashion che vuole farci credere che il modello abbia appena attraversato il deserto del Gobi a piedi nudi pensando alla caducità dell’esistenza.
Una stanchezza molto più umana. Più adulta. Vera. Matura.
Quella di un uomo che ha vissuto, tanto e bene. Che ha fatto quello in cui credeva. Che ha tanto che gli frulla per la testa: idee, progetti, sogni. Che ha amato, pianto e riso. Che è rimasto deluso e ha sicuramente anche deluso. Che ha aspettato e fatto attendere. Che ha scritto lettere e post it ma (sicuramente) mai ultimatum. Che ha telefonato nel cuore della notte (chissà) e aspettato squilli che non sono mai arrivati. Che ha nutrito la speranza e ha sperato a sua volta: una notizia, una conferma, un sorriso.
Un uomo che vissuto, sì, intensamente.

Insomma sono foto che si prendono tutto il tempo necessario per diventare racconto.

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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