
Ecco la traduzione di “Tik tak, tik tak” il nuovo racconto di Engin Akyürek, per il numero di luglio-agosto 2026 di Kafasına Göre.
Engin costruisce una storia che nasce da un suono: da un rumore minimo, ripetuto, quasi elementare nella sua forma — tik tak, tik tak — eppure capace di diventare non solo misura del tempo, ma anche della paura, dell’isolamento, della distanza dagli altri.
È un racconto doloroso, intimo, scritto intorno a una percezione che si fa destino. Come spesso accade nella sua narrativa, Engin parte da un dettaglio concreto, quasi semplice, e lo lascia crescere fino a trasformarlo in una condizione interiore. Il mondo esterno entra nel personaggio come un urto: gli sguardi, le presenze, i corpi degli altri diventano rumore, mentre la solitudine assume la forma di uno spazio sempre più ristretto, sempre più abitato da ciò che resta inascoltato.
La sua scrittura lavora per accumulo e sottrazione insieme. Accumula sensazioni, ripetizioni, tic, respiri trattenuti; poi sottrae spiegazioni, diagnosi, conclusioni, facili consolazioni. Non dice mai troppo, e proprio per questo lascia che alcune frasi continuino a muoversi dentro: “Il tempo rotolò via, passò così in fretta che della sua vita non gli rimase nulla da stringere tra le mani.”
E poi quelle frasi, che ricorrono spesso nei suoi racconti, rappresentative della sua scrittura, ma anche della sua lingua: mentre noi evitiamo ripetizioni che possano appensantire una costruzione, lui gioca proprio coi lemmi per dare ancora più forza a ciò che vuol dire: “Ebbe paura di ciò che gli passò per la mente, ma ciò di cui aveva paura non riusciva a fare più paura di ciò che stava vivendo.”. Magnifico Engin.
Paura e dolore, insomma. Che hanno un ritmo. Un suono, addirittura. Ma anche una soglia, un’apertura, qualcosa – o qualcuno – che arriva inatteso. E forse è proprio lì, nel punto in cui tutto sembra chiudersi, che la scrittura di Engin cerca una possibilità.
Buona lettura!
Tic tac, tic tac…
Anche se non ricordava quando avesse sentito per la prima volta quel suono, era come se da sempre gli abitasse al centro del cuore. Era un bambino, c’erano cose che ancora non riusciva a capire. Aveva appena imparato a leggere e a scrivere. Un giorno si svegliò e sentì un suono; all’inizio rise, quel rumore gli sembrò buffo, non riuscì a credere a quell’assurdità che sentiva con le proprie orecchie. Andò a scuola, pensò che sarebbe passato, come un mal di pancia che va e viene. Non passò…
Quando restava solo con se stesso, era come se i tic tac diminuissero, ma dal fondo, dall’angolo più remoto del suo essere, arrivava un suono che rimbombava. Avrebbe voluto avere paura, ma non ci riuscì; quel suono aveva un ritmo diverso dall’orologio appeso alla parete. La voce dentro di lui sembrava parlare, cercava di dirgli qualcosa.
Raccontò la situazione a sua madre e a suo padre. I medici lo auscultarono in ogni punto; gli fecero lastre, radiografie. Fu uno sforzo vano, un affannarsi senza risultato. Non fu possibile formulare una diagnosi, né applicare una cura che potesse portare una soluzione.
«Sarà psicologico, passerà. Sarà dovuto allo stress. Succedono queste cose», dissero.
Ogni volta che usciva in strada, ogni volta che si mescolava alla gente, il suono dei tic tac aumentava e gli rimbombava dentro come un brusio. Chiunque gli parlasse di fronte, lui cercava di capire ciò che diceva leggendo il movimento delle labbra. Non era un talento che aveva aggiunto alla sua vita: era il metodo che aveva trovato per riuscire a vivere, per poter comunicare.
L’intensità dei tic tac cambiava da persona a persona: a volte risuonava un rumore capace quasi di assordarlo, altre volte ricordava il ticchettio di un vecchio orologio a molla. Era come se dentro di lui ci fosse una fabbrica, come se gli ingranaggi di una macchina si incastrassero l’uno nell’altro e, a ogni urto, spostassero i suoi organi. Lo sguardo di certe persone, un odore che loro non percepivano: erano queste cose a dettare il ritmo dei tic tac.
Così come i tic tac si urtavano l’uno contro l’altro, anche il tempo andava avanti; con il passare degli anni, lui cominciò ad abituarsi a quella condizione. Dal momento in cui aveva sentito quel suono, era come se fosse stato maledetto. Non riuscì né ad andare a scuola come si deve, né ad avere un mestiere. Appena usciva da scuola tornava a casa a passo di corsa e, senza nemmeno cambiarsi d’abito, appendeva da una parte i tic tac che aveva dentro. Entrando nella sua stanza, riusciva almeno a sopportare quel suono: non lo sfiniva, veniva dal profondo, somigliava a un fischio nelle orecchie.
I suoni ovattati erano diventati come la musica di sottofondo della sua vita.
Si innamorò, cercò di esprimerlo; le voci dentro di lui non glielo permisero. Con chiunque si incontrasse, ogni volta che provava ad avvicinarsi a qualcuno che gli scaldava il cuore, non riusciva a costruire una frase. Qualunque cosa gli raccontasse la persona che aveva di fronte, l’unica cosa che sentiva era ciò che aveva dentro.
Finito il liceo a fatica, partì per il servizio militare. Persone sconosciute, un luogo diverso, forse avrebbero potuto fargli dimenticare il suono che aveva dentro. Fin dall’infanzia aveva provato ogni metodo possibile; con un filo di speranza, aveva cercato di mettere in pratica tutto ciò che gli era venuto in mente.
Il primo giorno in cui entrò nella camerata pensò di essere impazzito, pensò che quel suono sarebbe esploso dentro di lui; a chiunque raccontasse il suo problema, si trovava davanti lo sguardo di chi pensa: “è diventato matto”. Durante il servizio militare non parlò a nessuno delle voci che aveva dentro. Resistette, sentì che sarebbe impazzito e sarebbe morto. Pensando che forse il suono avesse un punto finale, un luogo a cui potesse arrivare, lo affrontò ostinatamente.
Il tempo rotolò via, passò così in fretta che della sua vita non gli rimase nulla da stringere tra le mani. La cosa peggiore fu perdere i propri sentimenti. Tutto finì per sciogliersi nella monotonia dei giorni uguali; si costruì una vita nella sua stanza. Guadagnava qualcosa con piccoli lavori al computer e si illudeva di essersi costruito una vita senza uscire di casa. Per paura, non riusciva più ad andare ai colloqui di lavoro. Dopo il ritorno dal servizio militare, qualche colloquio lo aveva anche fatto, ma era stato trattato come un pazzo e si era sentito umiliato.
Più i suoni aumentavano, più lui si isolava. Ingrassò. Pensò che mangiando avrebbe potuto soffocare la voce che aveva dentro. A volte funzionava davvero; continuava a ingozzarsi di qualunque cosa riuscisse a fargli dimenticare i suoni…A trent’anni arrivò a pesare centotrenta chili.
Viveva nello spazio che si estendeva tra la sua stanza e il bagno. A parte il cibo ordinato da fuori e, di tanto in tanto, i piatti che sua madre preparava e gli mandava, non apriva la porta di casa. Figuriamoci uscire: a volte gli sembrava faticoso persino andare fino al letto e dormire.
Ogni volta che si proponeva di uscire, i tic tac, rimasti in attesa come addormentati, bastavano a sconvolgergli la mente. Restava sulla soglia della porta come se avesse i piedi inchiodati al pavimento, sudava, non riusciva a respirare.
Quel giorno indossò i vestiti nuovi che aveva comprato. Se l’era messo in testa: sarebbe uscito, avrebbe camminato per le strade dove non metteva piede da un anno. Arrivò davanti alla porta.
Forse, se avesse aperto la porta e fosse uscito tutto d’un fiato, il resto sarebbe venuto da sé. Aprì la porta, fece un respiro profondo. Mentre muoveva il passo, come se avessero premuto un tasto invisibile, il suono cominciò a rimbombare non solo dentro di lui, ma anche in casa, per la strada. Non ce la fece.
Con passi pesanti andò verso il bagno, lasciò cadere di colpo nella vasca il suo corpo grasso. Ebbe paura di ciò che gli passò per la mente, ma ciò di cui aveva paura non riusciva a fare più paura di ciò che stava vivendo. Prese in mano una lametta. Non aveva più la forza di continuare.
Di solito, quando entrava in casa, il suono dentro di lui diminuiva, ma questa volta non accadde. Il suono cresceva dentro di lui. Il suo sguardo era sui polsi: era la cosa che poteva fare con il minimo sforzo, non gli veniva in mente un’altra strada. Fece un respiro profondo, guardò i polsi, chiuse gli occhi.
Oltre al suono che gli rimbombava dentro, sentì un piccolo rumore secco.
Aprì gli occhi e, al centro del bagno, incrociò lo sguardo di un gatto tigrato che lo fissava con i suoi occhi verdi. Lasciò andare il respiro. Pensò che fosse entrato dalla porta rimasta aperta. Cercò di scacciarlo prima con la voce, poi con la mano che teneva la lametta.
«Sciò, vai, forza…»
Il gatto lo guardava senza distogliere gli occhi.
«Sciò, forza, vai. Vai, gatto…»
Il gatto appoggiò la coda a terra e, senza staccargli gli occhi di dosso, disse:
«Stai bene?»
L’uomo pensò di essere impazzito del tutto; del resto, poiché da anni portava addosso il marchio del pazzo, non si stupì poi così tanto che il gatto parlasse.
«Credo di essere impazzito del tutto.»
«No, no, non sei impazzito.»
«In che senso?»
«La porta era aperta, sono entrato. Quindi non sei impazzito.»
«Non è il fatto che tu sia entrato. È il fatto che tu stia parlando a farmi impazzire…»
Il gatto fece una smorfia, si avvicinò ancora un po’ all’uomo.
«Che cosa credi di fare?»
«Mi stai chiedendo conto? Ci mancava solo un gatto che mi chiedesse conto delle mie azioni, ed è successo anche questo.»
«Forse sei un po’ troppo suscettibile?»
Il gatto si avvicinò ancora un poco. Con i suoi occhi verdi guardava la lametta. L’uomo fece un respiro profondo. Mostrando al gatto la lametta che teneva tra la punta delle dita, disse:
«Non sono suscettibile. Sono molto stanco, non riesco a continuare. Perché non lo capisci?»
«Le voci che hai dentro ti hanno sfinito, lo capisco.»
L’uomo rivolse lo sguardo al gatto.
«Come fai a sapere delle voci che ho dentro?»
«Io lo so.»
«In che senso?»
«Il fatto che io parli non ti ha stupito poi così tanto.»
«Che cosa vuoi da me?»
«Io non voglio niente. Sei tu che non sai che cosa vuoi.»
«Io non ho la forza di volere qualcosa.»
L’uomo respirò con calma, chiuse gli occhi; era come se nella sua voce ci fosse una profonda resa.
«Non trovo una via.»
«C’è sempre una via.»
L’uomo sorrise senza aprire gli occhi.
«Io non l’ho trovata.»
Il gatto saltò dal punto in cui si trovava al bordo della vasca. Guardava l’uomo con i suoi occhi verdi. Gli posò la zampa sulla spalla e non la ritirò. L’uomo aprì gli occhi pieni di lacrime. Incrociò gli occhi verdi del gatto. Il gatto si avvicinò ancora un po’.
«C’è sempre una via.»
Lo sguardo dell’uomo si perse nel buio. Con il respiro cercava di disperdere l’oscurità che gli era calata sugli occhi.
Gli sembrò che fosse passato molto tempo. Aprì lentamente gli occhi. Davanti a lui c’erano due occhi verdi che lo guardavano. Cercò di capire dove fosse. Lasciò andare il respiro che tratteneva dentro.
Sollevò gli occhi verso il soffitto. Senza voltare la testa, cercò di capire, solo con lo sguardo, dove si trovasse. L’infermiera che lo guardava con i suoi occhi verdi appese al suo posto la flebo che teneva in mano.
L’infermiera cominciò a parlare con una voce sorridente:
«Stai bene?»
L’uomo cercò di capire che cosa fosse successo. Si accorse del polso sinistro, ricordò di essersi tagliato con la lametta. L’infermiera dagli occhi verdi si avvicinò ancora un po’ all’uomo.
«Oggi stai meglio.»
L’uomo fece un respiro profondo. Non riuscì a staccare lo sguardo dagli occhi dell’infermiera… Voleva rispondere, ma prima ancora della voce cercò dentro di sé: dentro c’era un silenzio profondo. I tic tac non c’erano. Erano scomparsi.
Sentì il canto degli uccelli fuori, il battere delle ali, il silenzio profondo nella stanza. Avrebbe voluto piangere a dirotto. Guardò l’infermiera.
«Le voci dentro di me non ci sono più. Se ne sono andate.»
Non riuscì a trattenersi e cominciò a piangere. Nella stanza c’era un silenzio sereno. L’infermiera lo guardò con i suoi occhi verdi e disse:
«C’è sempre una via.»
