L’algoritmo/ capitolo 1

«E al di là della notte
mi aspetterà spero
il sapore di un nuovo azzurro»

Cliccò su pubblica, «Nazim sei on line», disse fra sé e sé Irene, mentre le note di Because the night le tenevano compagnia.  Aveva fatto delle ricerche su Google per il suo lavoro e poi fatto velocemente un post con un verso di una poesia di Nazım Hikmet. Era l’una di notte, il momento della giornata che adorava di più, «Non so se perché è l’inizio di un nuovo giorno o la coda di quello passato», aveva provato a spiegare alla sua amica coinquilina Şenay, con cui condivideva un minuscolo appartamento a Kadıköy.

Şenay e Irene si erano conosciute durante un master post-universitario. Irene si era appena trasferita a Istanbul, dopo la laurea in lingue alla Ca’ Foscari di Venezia, la sua città, Şenay, invece, aveva lasciato ad Ankara la famiglia ed Emir, l’amore di una vita. Anche lei era fresca di laurea in lingue ed aveva trovato lavoro come interprete. Si erano ritrovate casualmente sedute accanto e dopo cinque minuti già chiacchieravano. Irene era in cerca di casa e Şenay di un’italiana con cui allenare la lingua, perché il suo sogno era quello di trasferirsi in Italia. 

«Sbaglio o sei particolarmente stressata?» aveva esordito Irene quel giorno, mentre aspettavano l’inizio delle lezioni.
«Cosa te lo fa pensare?» aveva risposto stupita Şenay.
«Dai capelli si possono intuire molte cose, lo sapevi?» rispose Irene.
Tutt’e due si misero a ridere di gusto: avevano entrambe realizzato in quel preciso istante che era scoccata la scintilla dell’amicizia.
«Sbaglio o sei completamente pazza?» rispose Şenay, ridendo.
«No, non sbagli, ma neanche io!» disse sottovoce Irene, la lezione era infatti iniziata.

A fine giornata, si ritrovarono a chiacchierare mentre gustavano un caldo çay e spiluccavano qualche meze.

«Beh, allora cosa hai capito dai miei capelli?»
«Che sei dolce e sognatrice, forse anche eccessivamente romantica, che non te la stai passando tanto bene e che non riesci a tagliare del tutto con il passato».

Şenay, posò la tazza bollente a forma di tulipano sul tavolo e la guardò con un misto di stupore e ammirazione: «Diavolo, ci hai preso in pieno! Ora mi spieghi come hai fatto a capire tutte queste cose con un solo sguardo!»

«Sono i capelli, mia cara! Devi sapere che da piccola ho cominciato a fare foto ai capelli della gente. Non so perché, ma è una cosa che mi diverte moltissimo. Scatto un primo piano, ma in realtà lo sguardo si posa sui capelli. Col tempo, ho imparato che i capelli possono nascondere tanti significati. È quasi una fissazione ormai: non so, c’è chi in una persona guarda subito le mani, io invece mi soffermo sui capelli. Il colore, la lunghezza, se sono ricci, lisci, se sono o meno in salute…cose così!» rispose l’italiana.

 Şenay la guardava sempre più esterrefatta: «Tu sei completamente pazza!»
«Eeeee…?» la incalzò subito dopo Şenay, curiosa di sapere il responso.

«Tu hai dei bellissimi capelli lunghissimi, sottili, lisci e, pare, che questo denoti una certa propensione al sogno, che sei dolce e sentimentale, come conferma anche il bellissimo color miele. Una cornice perfetta per il tuo viso minuto e delicato. Ma le punte sfibrate dicono che non è il tuo periodo migliore. E il fatto che tu non le abbia ancora tagliate, suggerisce che sei combattuta….. che forse non riesci a dire del tutto addio a ciò che hai lasciato nella tua città» rispose Irene mentre addentava uno squisito poğaça.

Ci aveva proprio preso in pieno.

«Guarda ti adoro già solo per il fatto che parlando di me hai usato aggettivi come “bellissimi” e “perfetta”!» rispose Şenay ridendo.
«E sei anche in cerca di approvazione!» aggiunse Irene, facendole un occhiolino di complicità.
Rimasero a chiacchierare a lungo, ridendo come due vecchie amiche che si erano ritrovate dopo tanto. Il giorno dopo Irene si trasferì a casa di Şenay.

Irene amava scrivere, il suo sogno era diventare una sceneggiatrice e dai tempi dell’Università si arrangiava facendo tutto quello che le capitava di fare: la cameriera, la dog-sitter, la baby-sitter, la lettrice di libri per anziani, aveva anche imparato come si facevano i tatuaggi, in uno studio di tattoo a Venezia. Proprio lì aveva affinato la sua teoria sui capelli, studiando il comportamento della varia umanità che aveva sfilato nel laboratorio veneziano.

Irene amava anche la poesia. Divorava e collezionava libri di poesie. E le cercava anche sulla rete. Sul suo profilo Facebook pubblicava regolarmente, insieme alle foto che faceva da quando era ragazzina, i versi che la emozionavano particolarmente.
Come aveva fatto anche quella sera.

Desire is hunger is the fire I breathe canticchiava insieme a Patti Smith, mentre si apprestava ad aprire il file su cui stava lavorando. All’una di notte, Irene si sedeva alla sua piccola scrivania, in quella minuscola e colorata casa di Kadıköy che racchiudeva, insieme alle sue cose e ai libri di poesie, anche le sue ambizioni, i sogni e la fatica per tenerli vivi (Paulo Coelho non aveva infatti scritto che Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni?).

Ce l’avrebbe fatta, prima o poi. Forse. Ogni tanto veniva assalita da mille dubbi, ma poi si diceva «Tieni duro, tieni duro».

Un’ultima sbirciatina a Facebook, prima di immergersi nella scrittura. Aveva ricevuto un messaggio da un profilo sconosciuto:

«Ho aperto la porta del giorno
ci sono entrato
ho assaporato l’azzurro nuovo
nelle finestre»

Oh oh Nazim ha fatto colpo… pensò Irene.

Chiuse la pagina, era inflessibile quando si trattava di lavoro. Doveva procedere con la sceneggiatura che stava scrivendo, non voleva perdere tempo. Tutte le sere, o meglio le notti, quando intorno c’era pace, la sua amica dormiva, dal vicolo non arrivavano rumori, si immergeva nella scrittura. Aveva ricevuto la proposta da una casa di produzione e lei era intenzionata a non lasciarsi sfuggire questa grande opportunità. Spesso le case di produzione organizzavano una sorta di concorso per scovare giovani emergenti. Le era stato affidato, da trasporre in sceneggiatura, Una notte, racconto tratto da Sessizlik di Engin Akyürek, famosissimo attore di film e serie tv (anche molto bello e con dei bei capelli, aveva riflettuto Irene, quando cercò velocemente qualche notizia in più su di lui) che scriveva regolarmente dei racconti per la rivista Kafasına Göre, una ventina di quei racconti erano stati raccolti in Sessizlik.

Şenay, che divorava serie tv, le aveva parlato di Engin, della sua bravura, del suo fascino, del suo carisma, delle milioni di fan di tutto il mondo letteralmente pazze di lui. Irene, però, non aveva tempo di guardare le serie tv, era troppo presa dai tanti lavoretti che faceva tutto il giorno e quando riusciva preferiva godersi un film «con un inizio e una fine nel giro di un paio d’ore». Aveva deciso che non avrebbe guardato i film con Engin, prima della fine della sceneggiatura, per non farsi in alcun modo influenzare.

Alle tre di notte, decise che poteva bastare, il giorno dopo l’aspettavano un bel po’ di cose da fare. Un ultimo giretto su Facebook come sempre, prima di abbandonarsi tra le braccia di Morfeo.
 «Andiamo a vedere chi è quel pazzo che di notte come me scrive on line versi di Nazim», si disse andando a curiosare sul profilo di Sevda Aslanoğlu, lo sconosciuto che le aveva mandato il verso di Hikmet.

La prima cosa, ovviamente, fu andare a vedere la foto: rimase subito colpita dal fatto che non era una foto classica. Cioè, non era un primo piano, né un mezzo busto, l’inquadratura era a 3/4 del volto, quindi si vedeva solo la nuca, si intravedeva una piccola parte del viso, ma diamine, in primo piano erano sicuramente i capelli!
Capelli scuri, sembravano neri. Doppi. Folti. Corti, ma non cortissimi, sulla nuca, un poco più lunghi sul davanti, da quello che si intuiva. Coprivano le orecchie, ma lasciavano scoperto il collo. Erano capelli robusti, corposi.

Non facilissimi da domare, pensò Irene.

Un ciuffo ricadeva, ma in maniera composta, sulla fronte, almeno dal lato inquadrato, dove si vedeva la guancia e il naso di profilo. Un bel naso, importante, ma non grosso, in armonia con le dimensioni della testa e il volume dei capelli.

Diede una scorsa al profilo, non c’erano primi piani di lui, solo scorci di Turchia: Istanbul, Ankara, İzmir, Mardin, Bodrum e le foto di un uomo in muta durante le immersioni. «Mmmmmm, profilo aperto da un bel po’, poche foto, molti amici…. quindi lo userà essenzialmente per chattare?» si chiese Irene ad alta voce, chiudendo il notebook. Voleva dormire.

La mattina dopo scivolò per Irene fra i pacchi da consegnare per il negozio sotto casa e il dog sitting a Lodos, un bellissimo cucciolo di labrador color miele che la proprietaria le lasciava quando aveva lunghe riunioni fuori casa. Una pausa pranzo veloce e poi era già dal gruppetto di anziani della casa di risposo Mimoza Huzurevi a cui avrebbe letto alcune poesie di Karmelo Iribarren.
In genere non conoscevano le poesie che Irene leggeva loro, ma amavano ascoltarla e subito dopo ne nasceva quasi sempre una bella chiacchierata collettiva, nella quale si lasciavano andare ai ricordi di gioventù. Irene si divertiva ad ascoltarli, prendendo anche spunto per le sue sceneggiature. Come sempre li salutò baciandoli sulla fronte uno ad uno. Mentre tornava a casa rifletteva sul verso che oggi aveva strappato qualche lacrima ai suoi vecchietti, come li chiamava lei. E la recitò sottovoce:

«La vita continua, dicono,
ma non sempre è vero.
A volte la vita non continua.
A volte passano solo i giorni»

Immersa nei suoi pensieri, aprì la porta di casa, Şenay la stava aspettando, era il giorno della felicità: un pomeriggio della settimana dedicato solo a loro due, in cui chiacchierare, passeggiare se ne avevano voglia, mangiare schifezze sdraiate sul divano, confidarsi. Nel giorno della felicità, Irene regalava a Şenay il suo fantastico massaggio ai capelli: li lavava, poi massaggiava a lungo il cuoio capelluto con i polpastrelli, dopo averle messo un intruglio di banana, olio di ricino e broccoli, «un toccasana per i capelli sottili e spezzati!». Con la musica dei Rolling Stones a palla, trascorsero il loro giorno della felicità. Dopo cena, Şenay uscì con i suoi nuovi colleghi di lavoro e Irene si concesse un bagno caldo con i suoi sali profumati preferiti. Poi si dedicò ai suoi di capelli, una nuvola di ricci castani, che le davano un’aria sbarazzina. Ne aveva tanti, spessi e corposi e mentre li asciugava le tornò alla mente la foto che aveva visto la notte prima. Si mise sul divano con il notebook sulle gambe e aprì Facebook. Aveva scelto il verso da pubblicare, era di Fernando Pessoa:

«Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’esser niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo»

E ci mise una foto di due ragazze che si tenevano per mano, che aveva incrociato lungo İnönü Caddesi, nei pressi di Çamlık Park. Una era castana chiara con i capelli lunghi e lisci, l’altra aveva i capelli un po’ più scuri e ricci. Avrebbero potuto essere lei e Şenay, chissà se anche le vite di quelle due ragazze sconosciute era incasinate come le loro. Un leggero venticello e il passo spedito delle ragazze aveva dato un certo, piacevole, movimento ai capelli lunghi di una delle due: era una foto dinamica che esprimeva bene lo stato d’animo di Irene, alla ricerca di qualcosa, in movimento. Sì, in movimento.

Buttò un occhio ai messaggi, ne aveva ricevuto un altro da mister Aslanoğlu, il turco misterioso che le aveva scritto la sera prima. Nel leggerlo un brivido le corse lungo la schiena.
Non è possibile!
Lo stesso identico verso che aveva postato lei.
Non è possibile!, continuava a pensare Irene.

Controllò a che ora aveva ricevuto precisamente il messaggio e a che ora lo aveva pubblicato lei. Non c’era alcuna possibilità di errore: glielo aveva mandato poco prima che lei lo postasse sul suo profilo.

Quasi scioccata per quello che aveva sotto gli occhi, stava per uscire quando ricevette un altro messaggio dallo sconosciuto: «Ehi, che fai, mi copi i versi?».


Indecisa se mettersi a spiegare o lasciare perdere, optò per la seconda, non aveva voglia di mettersi a chattare: «Sì, certo».
Risposta secca di Irene, che lasciava spazio a più interpretazioni: ironica, risentita, veritiera…

Chiuse il notebook. Ma poi lo riaprì dopo qualche secondo, era quasi pentita di avergli risposto così. Lo richiuse di nuovo, pensando che era uno sconosciuto e che gli stava dando troppo peso.  Accese la tv a basso volume, più per compagnia, aveva voglia di fare un pisolino, era stanca, più tardi si sarebbe messa a lavorare un po’.

© Rosaria Bianco

Leggi il 2° capitolo qui: https://machenesaengin.com/2021/12/05/lalgoritmo-capitolo-2/

12 Replies to “L’algoritmo/ capitolo 1”

  1. Ros, questo tuo racconto mi ha completamente rapito! Sei fantastica: il tuo algoritmo è magico come la tua scrittura! Non vedo l’ora di vedere come continua la tua storia! Un abbraccio

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  2. Questi algoritmi di solito sembrano freddi….questo credo che ci riscalderà. Brava Ros, questa credo che sia una di quelle storie che non vedi l’ora di leggere e rileggere…Io te lo dico, aspetto un tuo libro. Intanto non vedo l’ora di leggere il continuo.

    Piace a 2 people

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