L’algoritmo/ capitolo 3

«Ciao cucciola, chatti col moro sconosciuto?», disse Şenay dall’altro capo del telefono.

«Siiiiiiiiii!!!!!!», fu l’urlo di Irene.

«Ti chiamo a quest’ora perché ho una notizia bomba: la zia di una mia amica, la signora Meral, fa la parrucchiera, sta cercando per il suo Salone – un grandissimo ed elegante Salone al centro di Istanbul –  una nuova collaboratrice, in realtà si tratterebbe di fare solo lo shampoo….lo so che da grande non farai la parrucchiera, ma tu lavi i capelli divinamente, si tratterebbe di lavorare solo il pomeriggio, ti pagherebbero bene e così non sarai costretta a fare mille altri lavoretti e potrai concentrarti meglio sulla tua sceneggiatura! Ti avviso che ho già detto di sì!!!! Lunedì cominci, ho parlato talmente bene di te e dei tuoi massaggi che ho sbaragliato tutta la eventuale concorrenza!»

Şenay era così, era la persona più dolce, travolgente, premurosa e generosa che avesse mai conosciuto!
Chiuse il telefono prima ancora che Irene potesse dire qualcosa.
Tornò dal moro misterioso.

«Rieccomi! Era la mia amica, mi ha trovato un lavoro!!! Un impiego provvisorio….ma un po’ più stabile, che mi consentirebbe di non sbattermi a destra e a sinistra e potermi dedicare meglio alla scrittura»
«Wow! Sono felice per te!»
Irene si commosse nel leggere quelle parole. Avvertì che erano sincere.
«A proposito di telefono» – aggiunse lo sconosciuto – «che ne pensi se ci spostiamo su WhatsApp?»
Un minuto dopo erano sulla chat verde e naturalmente la prima cosa che fecero – entrambi – fu guardare la foto profilo dell’altro.

Lei rimase delusa, era la stessa foto che aveva su Facebook. La sua, invece, era un bellissimo primo piano, una porzione di un selfie che aveva fatto insieme alla sua amica. La foto la ritraeva superba e solare: la pelle abbronzata, d’altronde lo avevano fatto a fine estate quello scatto, gli occhi grandi e scuri, ancora più profondi e magnetici grazie al kajal nero che aveva messo, la bocca dalle labbra grandi e carnose. E una nuvola di capelli ricci castani che le incorniciavano il viso. Era bella Irene. Di una bellezza sfacciata. Anche se lei non ne era del tutto consapevole.

«Ma così non vale!!! Non è giusto, tu vedi me ma io non vedo te», scrisse in chat Irene
«Meglio così», rispose secco lui.

Meglio così? E che vuol dire? Perché meglio così? Perché nascondersi? Cosa ha da nascondere? Perché tutto questo mistero?…..una raffica di domande cominciarono a martellare la testa di Irene.

«Non farti tante domande», lo sconosciuto sembrava leggerle nel pensiero.

Sei sposato? Sei fidanzato? Hai una coppia di bellissimi figli che domani andrai a prendere da scuola e nel frattempo ti sollazzi in chat con le sconosciute? avrebbe voluto chiedergli lei. Ma non lo fece.

Le venne in mente una frase di Oscar Wilde, che usò per rispondergli: «Le domande non sono mai indiscrete. Le risposte lo sono, a volte».

«Vivi le domande ora. Forse poi, in qualche giorno lontano nel futuro, inizierai gradualmente, senza neppure accorgertene, a vivere a tuo modo nella risposta», replicò lo sconosciuto, che volle in qualche modo rassicurarla, prendendo in prestito le parole di Rainer Maria Rilke.

Ma non ci riuscì del tutto.
Irene era turbata, si era quasi messo a nudo con lo sconosciuto, ma lui? Continuava in questo gioco del mistero, di cui lei non riusciva ad afferrarne il senso, il motivo, la ragione.

Con una scusa Irene lo salutò. Lei era fatta così, appena c’era un motivo di tensione, si ritraeva, finiva di essere la bella e solare ragazza italiana incuriosita dalla vita, per diventare più cupa e riflessiva. Si chiudeva in sé stessa. Era come un riccio. I suoi aculei adesso l’avrebbero difesa da tutto e da tutti. D’altronde, non aveva sempre pensato che i suoi ricci servissero a questo?

Si mise su internet a googlare il nome e cognome dello ‘straniero’, Sevda da quel momento divenne per lei lo ‘straniero’. Non trovò molto, solo tre persone sparse per la Turchia: un professore universitario di papirologia, un impiegato delle poste di Smirne e un camionista. Di tutti e tre aveva scovato le foto: guardò con attenzione i capelli e i dettagli in comune con la foto di 3/4 dello straniero, nessuno sembrava essere lui. Sempre che la foto dello straniero fosse vera. 
Ad un certo punto fu attratta dal sito di un ricercatore di letteratura antica dell’Università di Ankara, che aveva raccolto e pubblicato stralci di racconti della tradizione popolare turca. Uno di questi aveva come protagonista un tale “Sevda Aslanoğlu”.

Irene era certa, quello non era il suo vero nome.
E questo non fece che turbarla ancora di più.

Indossò gli auricolari, scelse una canzone dei Goo Goo Dolls, Iris, e se ne andò a letto. Ci mise un po’ ad addormentarsi, troppe domande le martellavano il cervello.  Ed erano tutte senza risposta.

La mattina dopo, al risveglio trovò un vocale dello straniero.

Questa cosa le sembrò un azzardo. Una mossa audace. Si stava avventurando troppo, lo straniero.

Tutto questo mistero e poi manda un vocale?

Ovviamente non prese minimamente in considerazione l’ipotesi che non lo ascoltasse. Ci cliccò sopra e dagli auricolari che le erano rimasti infilati nelle orecchie dalla notte, le arrivò una voce calda e avvolgente ma al tempo stesso cristallina. Calma, carezzevole, dolce.

Distesa sul letto, con lo sguardo rivolto al soffitto, Irene sentiva che la voce dello straniero entrava dentro ogni singola cellula del suo corpo.

Questa voce lenta, maschia, gentile, morbida e pacata pronunciava queste parole:

«Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, con calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la miglior posizione.»

Il Dilemma del Porcospino di Arthur Schopenhauer era in quell’istante la cosa più sensuale che avesse mai sentito. Lì nelle sue orecchie si era infilata la voce di quest’uomo, turbandola. Felicemente, questa volta.

Decise che non gli avrebbe risposto. Almeno non subito. Forse mai. O forse sì. Forse solo dopo aver ascoltato il vocale per la trentesima volta. O forse avrebbe aspettato la miliardesima volta. Perché, sì, avrebbe potuto continuare a vivere lì, semplicemente distesa sul letto di quella minuscola e colorata casa nel cuore di Kadıköy nutrendosi solo di quella voce.

Si fece un selfie per fermare il momento. Che postò subito dopo sul suo profilo. Tagliò la foto in modo da mostrare una parte di lei: l’orecchio con l’auricolare, un ciuffo dei suoi capelli ricci – i suoi aculei -, la spalla nuda con la bretella che le cadeva di lato e sullo sfondo le lenzuola stropicciate.

«Silenzio», solo questa parola ad accompagnare la foto.

Rimase a lungo mezza nuda nel letto. Un piacere inaspettato e improvviso contrasse i suoi addominali bassi, che lei accompagnò strofinandosi dolcemente l’interno coscia con le lenzuola sgualcite dalla notte agitata e ora complici di un momento di dolcezza solitario. Senza accorgersene, si riaddormentò.

Passò la domenica oziando. E pensando. Pensava alla voce, ma anche al perché lo straniero aveva scelto Il Dilemma del Porcospino, soffermandosi su un passaggio: ‘una moderata distanza reciproca’.

Voleva dunque mantenere le distanze? E allora perché andare oltre scambiandosi i numeri di telefono e addirittura facendo irruzione nella sua vita con la sua voce?

Immersa in questi pensieri, non si era accorta di aver ricevuto un messaggio dallo straniero. Questa volta non era un vocale.

«Ciao Irene ti lascio nell’abbraccio del tuo silenzio. Il silenzio è l’unica difesa che abbiamo, talvolta, per difenderci dai rumori dolorosi della vita. Se ne hai voglia mandami un tuo vocale, però. Io sarò via per alcuni giorni, vado a Gaziantep per un sopralluogo e sarò molto preso. Scrivimi. Per favore.»

Aveva visto la foto. Partiva.

Scrivimi. Per favore.
Scrivimi. Per favore.
Scrivimi. Per favore.

Se lo ripeteva fra sé e sé mentre si preparava qualcosa da mangiucchiare. Decise che avrebbe in qualche modo reagito. Si vestì e usci a fare una passeggiata fra le vie brulicanti del quartiere. Era domenica sera, un fiume di persone attraversava i vicoli di Kadıköy riempiendo ristoranti, locali e gli occhi avidi di Irene.

Decise che gli avrebbe scritto. La sua voce le era sembrata talmente cristallina che era impossibile potesse appartenere ad un mentitore seriale. Doveva esserci un motivo valido per tutto questo mistero. Sì, ma quale?

«Ciao straniero, non esagerare con i pistacchi 😄 mentre fai il tuo sopralluogo! Sono sola in casa, avvolta dal silenzio e dalla tua voce. Stasera finirò la mia sceneggiatura e domani inizierò il mio nuovo lavoro! E tu? Dammi un indizio. Ps: Le distanze esistono per essere colmate», gli rispose Irene

Tornò a casa, si sentiva carica e decisa a finire la sceneggiatura! Si sedette come sempre alla scrivania e fece partire la musica di Far Away dei Nickelback. Si immerse nel suo lavoro, era eccitata e motivata. Non c’era quasi più traccia della rabbia che aveva provato la sera prima. Voleva però capire. Voleva capire perché si sentiva così attratta da quell’uomo e perché la teneva all’oscuro sulla sua vera identità.

Scrisse l’ultima parola della sua sceneggiatura e chiuse il file. Prese lo smartphone, lo straniero le aveva risposto.

«Irene= tempo di pace. Il significato del tuo nome è bellissimo e corrisponde al vero, perché leggerti mi dà (anche) una sensazione di pace. E in questo periodo ne avrò bisogno, per bilanciare le brutture con cui avrò a che fare. Intendiamoci il mio è sempre lo stesso lavoro, il più bello del mondo. Ma stavolta mi porterà a confrontarmi con i lati più orribili dell’umanità. Non mi chiedere altro, ti prego. Sono d’accordo con te, le distanze esistono per essere accorciate. Ma non è forse vero che quando ci siamo conosciuti siamo stati vicinissimi l’uno all’altro? Che la poesia ci ha messo a nudo, ci ha preso per mano e condotti uno nella vita dell’altro? Io, davvero, avverto di aver toccato la tua più profonda essenza, di essere entrato nella tua testa e anche nel tuo corpo. E tu nel mio.  Non fermiamo questo torrente di emozioni che mi dai – e che io sono certo di dare a te – anche solo pensandoti. Pur non conoscendoti. Ancora. Accorceremo le distanze, te lo prometto, giurin giurello 😄 Sono contento di leggere le tue novità. Non mi hai detto del tuo nuovo lavoro: dove, quando, come?»

«Ehi straniero, te lo dirò, giurin giurello 😄 ma per ora non fermiamo questo gioco fra di noi. Chissà, forse ti darò degli indizi 😉  Tu mandami un altro vocale, ti prego.  Scegli una poesia, ti immaginerò mentre me la sussurri all’orecchio»

Ci volle un po’, ma poi il vocale arrivò. Con la sua voce, calma e gentile, che sottovoce le recitava in turco i versi di una poesia di Birhan Keskin  che – diavolo – sembrava scritta per loro due!

«La nostra vita è un groviglio
di sogni intrecciati
chi può decidere
sulla pietra e l’acqua che si sfiorano,
su chi delle due regge l’altra,
e che in realtà il giorno
non sia fatto di sale, luce e sabbia?
Il senso della vita emergerà
quando riempiremo i vuoti,
e una metà comprenderà l’altra
quando sapremo interpretare
correttamente la pietra e l’acqua:
per noi la maturità è come un frutto selvatico;
un veleno che giunge
le nostre languide bocche!
chi può districare ciò che ti ho dato,
da ciò che ho preso da te?
La nostra vita è un groviglio
di sogni intrecciati,
e bisogna sorreggere i sogni.
Io premerò i tasti morbidi della vita,
tu costruisci il tetto.
Io indagherò sui segreti,
tu cerca il senso della vita.
Io invertirò la direzione dell’estate,
tu parti per un viaggio.
Io sentirò nostalgia di quel giardinetto
tu insisti, piuttosto.

Buonanotte Irene. Ps: e tu, mi manderesti la tua sceneggiatura? La leggerò immaginando che l’hai scritta pensando a me. Ti mando la mia mail».

© Rosaria Bianco

Leggi qui il 4 capitolo: https://machenesaengin.com/2021/12/10/lalgoritmo-capitolo-4/

9 Replies to “L’algoritmo/ capitolo 3”

  1. Quel vocale io l’ho sentito veramente…🥰Ho ripensato alle sue * interviste, alla sua voce calma e sensuale , avvolgente come il velluto – non posso che rinnovarti l’augurio di incontrarlo, Ros 🙏😍

    * di Akyürek

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  2. Beautiful writings about Engin Akyürek, the Ambassador who made us love him and his country. Great work Ros I am enjoying each single line of The logarithm. Love the chapter, love Engin Akyürek and love amazing writings of Ros.

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  3. Non ho più parole Ros: una favola che tante di noi vorrebbero si avverrasse…. nella vita tutto è possibile… Il misterioso sconosciuto assomiglia sempre di più ad una persona che tutti amiamo… Non ci deludere! Sei fantastica, ti auguro una bella giornata!

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