L’algoritmo/ capitolo 2

Irene si svegliò dopo un paio d’ore, riposata, era da poco passata la mezzanotte. Pronta per lavorare alla sua sceneggiatura. Mise un po’ di musica in sottofondo, si accorse che Şenay era rincasata senza fare rumore per non svegliarla. Si sedette alla scrivania e aprì il suo notebook.

Prima di aprire il file word, un giretto come sempre su Facebook: aveva ricevuto ancora un messaggio dallo sconosciuto.

«Scusami, non volevo sembrarti impertinente, forse ho esagerato. Ma dai, era per scherzare, non ti sarai mica offesa??? Adoro come te la poesia, ho sbirciato sul tuo profilo» le aveva scritto lui.

Irene decise di rispondergli. Ma non lo avrebbe fatto con un messaggio privato.

Scelse una foto del Ponte delle vittime del 15 luglio, che aveva scattato una sera di qualche settimana prima e la pubblicò sul suo profilo personale con i versi di Vladimir Majakovskij:

«È già l’una passata.
A quest’ora tu sarai a letto.
Come un fiume d’argento
traversa la notte
la Via Lattea.
Io non ho fretta
e non ti voglio svegliare
con speciali messaggi.
Come si dice,
l’incidente è chiuso»

Voleva metterlo alla prova.

Si mise a lavorare, ma non riusciva a concentrarsi. Ogni due secondi faceva il refresh della pagina in attesa di un feedback dallo sconosciuto. 

Che arrivò.

Aveva postato una foto di una stretta di mano, due mani – di un uomo e di una donna – che si stringevano, come a rispondere «ok, incidente chiuso!». Con la foto, lo sconosciuto aveva scelto le parole di Alda Merini:

«Ho bisogno di sentimenti.
Di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori, detti pensieri,
di rose, dette presenze,
di sogni, che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzar le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…»

Intuiva che quei versi in quel momento significavano tante cose. Non a caso aveva scelto una poetessa italiana. Aveva messo a nudo un po’ sé stesso, ma le stava dicendo anche «ho capito quanto per te le parole siano importanti» (…stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…, questa frase la faceva impazzire!)  e volutamente – secondo lei – con un guizzo di complicità, aveva omesso il verso successivo:

«Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi»

E adesso? Irene meditò su quale poteva essere la mossa successiva. Non poteva negare a sé stessa che lo sconosciuto la stava intrigando….

Irene fece un altro post, con un verso sempre di Alda Merini, che lei amava molto:

«…. e pur qualcuno si alza ad ascoltarmi,
uno che il canto l’ha nel cuore chiuso
e che per tratti a me svolge la spola
della sua gaudente fantasia.»

Insieme ci mise la foto di una coppia, seduta su una panchina di fronte al mare.

La risposta dello sconosciuto non tardò ad arrivare. Questa volta usò una sua foto (dedusse Irene…) durante un’immersione, con i versi, ancora una volta italiani, questa volta di Sandro Penna:

«Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo»

Andarono avanti per un bel po’, postando entrambi sul profilo di Irene foto e versi di tanti diversi autori, uno dava il là e l’altro rispondeva. Sino a che lui, lo sconosciuto dai capelli scuri e corposi, postò la foto di una mano di un uomo che accarezzava i capelli di una donna. E scrisse:

«Penso a te nel silenzio della notte, quando tutto è nulla,
e i rumori presenti nel silenzio sono il silenzio stesso,
allora, solitario di me, passeggero fermo
di un viaggio senza Dio, inutilmente penso a te»

Era l’incipit della poesia di Fernando Pessoa Penso a te nel silenzio della notte. Leggerlo le procurò una sorta di breve ma intenso piacere. Le aveva dato la buonanotte. Erano le 3 di notte, uno sconosciuto dai capelli scuri e corposi le aveva augurato la buona notte. Dicendole, praticamente, che l’avrebbe pensata.

Si sentiva attraversata da una piacevole euforia. Sì, avrebbe desiderato che non fosse uno sconosciuto, che invece conoscesse il suo volto, i suoi occhi e le sue mani, il suo corpo e la sua voce. Avrebbe voluto poterci guardare dentro a quegli occhi, se li avesse conosciuti. E avrebbe voluto affondare le mani tra i suoi capelli. E che fossero ora, in quel preciso momento, uno di fronte all’altro. Sul suo divano. Nel minuscolo appartamento colorato a Kadıköy che condivideva con la sua amica turca Şenay.

Lei semplicemente aveva risposto con una emoticon. Fine. İyi geceler.

La mattina dopo, ci pensò Şenay a svegliarla alle 10. Era sabato e sapeva che Irene non lavorava, ma non era più nella pelle! Aveva visto sulla bacheca della sua amica tutti quei versi e tutte quelle foto, che lei, la sua amica italiana con la fissa per i capelli, aveva postato, ma che lo aveva fatto anche uno sconosciuto (almeno, lei non lo conosceva) con una foto profilo dei capelli!

«Poesia e capelli, praticamente l’uomo perfetto per te!» le aveva canticchiato Şenay, svegliandola dolcemente, poi si tuffò sul letto supplicandola «raccontami tutto, tutto, tutto!!! Ti prego, ti prego, ti prego!!!», mentre le faceva il solletico sulla pancia!

Irene si sentiva su di giri, era innegabile che si sentiva attratta da uno sconosciuto dai bei capelli scuri che come lei amava la poesia e che nella scelta dei versi era andato in crescendo, sino a quell’ultimo post della buonanotte, che era qualcosa in più di una semplice, innocua, innocente, casta buonanotte. Ma aveva saputo dosare il suo procedere in crescendo. Non era mai andato troppo oltre. Non si era spinto. Anzi aveva saputo fermarsi al punto giusto da suscitare in Irene una voglia pazza di saperne di più.

Chi era? Era quello il suo vero nome? Dove vive? Che fa? Sarà bello come quella foto di 3/4 lasciava immaginare?  Questi pensieri le giravano nella testa.

Ovviamente andò subito a controllare se le avesse scritto in privato. Nulla. O se avesse postato qualcosa sul profilo. Niente.

Si impose di non farsi vincere da sensazioni negative. Quello che doveva essere sarebbe stato, era il motto della nonna paterna, che era diventato anche il suo.

Si lavò velocemente, si vestì e andò a sedersi al caffè vicino casa, per mangiare qualcosa e lasciarsi rapire dalla bellezza di quell’angolo di città, dai colori dei muri e dei vestiti, delle vetrine e dei fiori ai balconi. Il frastuono, lo sciamare delle persone, i gatti… Quando poteva, si sedeva lì e stava ore per assorbire, diceva lei, l’energia di quella città che considerava magica. Osservava le persone, le ascoltava nei loro discorsi, anche per trarre spunto per il suo lavoro. Seduta al tavolino, ordinò e poi fece una cosa che ancora non aveva fatto per imporsi una disciplina e non lasciarsi tentare durante il giorno, mentre faceva i suoi mille lavori. Scaricò l’app di Facebook sul suo smartphone….moriva dalla voglia di controllare se aveva novità dal moro sconosciuto.

Le aveva scritto.

Col cuore in gola, aprì il messaggio: «Ciao Irene, ieri sera è stato magico. Ci ribecchiamo stasera?».

Senza neanche esitare un solo secondo, gli rispose con una faccina sorridente.
Un’altra faccina sorridente fu la risposta dell’uomo.
Che subito dopo, aggiunse:
«Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori».

Di nuovo una poesia che non era una poesia qualunque. Un poeta italiano. Che parlava di strade e di colori. Parlava di Irene.

Quest’uomo è veramente speciale pensò Irene, mentre avvertiva una piacevole sensazione che le avvolgeva il corpo. Rimase a lungo seduta da sola al tavolino di quel caffè, godendosi il sole di una bella giornata primaverile.

Trascorse il pomeriggio a casa, a lavorare sodo. Prima di cena chiuse il computer, era soddisfatta di quanto e come aveva lavorato. Fece una doccia veloce e si vestì, uscì di corsa per raggiungere Şenay, avevano appuntamento con alcune colleghe del master post-universitario. Rimasero a chiacchierare a lungo, tutte avevano da raccontare qualcosa di bello che era successo durante la settimana. Ma lei tacque sullo sconosciuto, non disse nulla, voleva custodire Sevda dentro di sè, come una cosa preziosa.
Risero molto. A mezzanotte era a casa, Şenay invece era corsa alla stazione a prendere il treno, andava ad Ankara a trovare la famiglia, voleva fare loro una sopresa.
Irene si chiuse in camera, col cuore in petto, aprì Facebook, mentre ancora si chiedeva come aveva fatto a resistere sino a quell’ora senza controllare!

Dopo qualche secondo arrivò il messaggio dello sconosciuto.  Si erano collegati nello stesso istante???

«Allora, come è stata la tua giornata?» le chiese lui.
«Colorata e intensa!»rispose Irene
«La mia, lunga e impegnativa. Ma sono felice, perché faccio il lavoro più bello del mondo. Ma non mi chiedere quale» fu la risposta misteriosa dello sconosciuto.

Irene avvertì che quello era un crinale insidioso. Non voleva rovinare il feeling che si era creato, la magia della sera prima. Non si sarebbe messa a fargli l’interrogatorio. Non voleva indisporlo. Voleva solo godersi quella cascata di emozioni inaspettate e attese. In fondo, da quanto non si sentiva così emozionata? Viva? Elettrizzata?

«Non te lo chiederò, promesso. Mmmmm, vediamo……allora, oltre al tuo bellissimo lavoro, qual è la cosa che ti fa stare meglio?».

«Scrivere»

Dio mio quest’uomo ha deciso di conquistarmi sul serio! pensò Irene.

«Ah ecco, la cosa si fa interessante», rispose divertita lei
«Scommetto che fa stare bene anche te…» incalzò lui.
«Sì, al punto da sceglierlo come lavoro, spero un giorno di riuscire a realizzare il mio progetto, il mio sogno, la mia ambizione, vorrei fare la sceneggiatrice».
Di punto in bianco Irene si ritrovò a parlare di sé senza fermarsi, era un fiume in piena.
Lui interveniva di tanto in tanto, commentando, facendole domande, scherzando…..
Ad un certo punto Irene invertì la rotta e gli chiese a bruciapelo:
«Cosa scrivi, poesie?»
«No, le poesie amo leggerle, preferisco scrivere racconti, lo faccio dai tempi dell’Università»
«E di che cosa parlano i tuoi racconti?»
«Mah, di tutto. Ricordi di infanzia, situazioni che ho vissuto in prima persona o alle quali ho assistito, storie immaginate, che mi sarebbe piaciuto vivere o che mi piacerebbe vivere.»
«E adesso cosa stai scrivendo?»
«Una storia che racconta l’incontro casuale tra due persone, un uomo e una donna, in un ristorante. Si ritrovano allo stesso tavolo per un errore alla prenotazione.  E siccome non c’erano altri tavoli, decidono di rimanere seduti. Superato l’imbarazzo iniziale, trascorrono tutta la sera a parlare. Come è successo a noi 🙂 »

«Vuoi dire che hanno parlato di poesia?»

«No, o meglio non in maniera esplicita come è successo a noi. Quando la poesia fa parte della tua vita, da qualche parte esce fuori. E quindi, sì, penso che i dialoghi siano abbastanza influenzati dalle poesie che ho letto e che sono dentro di me».
«Dove si svolge la tua storia, a Istanbul?»
«Si, al Cafe Cadde a Kadıköy».

Irene rimase impietrita. Era lo stesso locale che aveva cercato su Google la sera che aveva conosciuto Sevda. Era in cerca di ispirazione, Şenay le aveva parlato di questo posto e lei aveva cercato delle foto per immaginarsi meglio la scena che doveva scrivere.

Lui intuì che qualcosa stava accadendo:
«Ci sei sempre?»
«Ci sono».
E poi aggiunse: «Non ci crederai ma è lo stesso posto in cui sto ambientando la mia sceneggiatura che si svolge in un ristorante, ed è tratta da….uh scusami devo rispondere al telefono!».

In quel momento aveva iniziato infatti a squillare il cellulare di Irene. Era Şenay.

© Rosaria Bianco

Leggi qui il 3 capitolo: https://machenesaengin.com/2021/12/07/lalgoritmo-capitolo-3/

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