L’algoritmo /capitolo 5

L’incontro con la casa di produzione andò come previsto. Irene aveva fatto colpo, aveva ricevuto il suo primo ingaggio e ora faceva parte di un team di sceneggiatori che avrebbe scritto una nuova serie per la Tv. Ancora non le erano stati comunicati i dettagli: non sapeva nulla del cast, né il nome della serie, né la storia.  Prese la metropolitana per andare a Beşiktaş, voleva scusarsi con la signor Meral per il giorno prima, ma anche avvertirla che non sarebbe più andata al lavoro, le avrebbe dato giusto qualche giorno di preavviso: avrebbe continuato a lavorare fino al giorno della prima riunione col team di sceneggiatori. Provò a chiamare Şenay per aggiornarla sugli sviluppi, che però non le rispose, le mandò un vocale.
Camminava e si sentiva così leggera che avrebbe potuto volare…era quasi arrivata al Salone e lo vide.

Lo straniero era lì ad aspettarla.
Era appoggiato di schiena ad una macchina. Indossava degli occhiali da sole neri, dei jeans chiari e una felpa blu notte, con una maglietta bianca dentro.

Semplicemente sexy. Sexy da morire.

Lui si voltò e la vide. Si sfilò gli occhiali da sole. La guardò e il suo sguardo non aveva bisogno di parole. So che sei arrabbiata e mi dispiace, sembrava volerle dire.

Irene si sentì come spogliata da quello sguardo. Si fermò un istante. Un lungo istante nel quale tutto quello che avevano intorno si trasformò in un fotogramma immobile. Un fermo immagine. Tutto il quartiere smise di respirare. Cosa sarebbe successo? Si chiedevano il fruttivendolo, il fioraio, il macellaio e Yaşar il ragazzo del bar di fronte che tutti i giorni le preparava un kahve buonissimo. Sarebbero corsi uno incontro all’altro abbandonandosi in un lungo, appassionato, languido, bacio?

No.  

Irene indietreggiò, cambiò direzione e cominciò a camminare a passo svelto da tutt’altra parte. Lo straniero, Engin o come diavolo avrebbe dovuto chiamarlo, le corse dietro, la prese per un braccio e la trascinò nel vicolo nascosto che si affacciava su Mumcu Bakkal Sokağı. Erano a un millimetro l’uno dall’altro. I nasi di entrambi quasi si sfioravano, Irene lo annusò come fanno i cani che si incontrano per la prima volta, per studiarsi.

E ciò che sentì con le sue narici le piacque.
Guardò le sue labbra.
Lo stesso fece lui.  
Grandi, scure, carnose.
Le labbra dell’uno erano pronte ad accogliere quelle dell’altra.

Irene si irrigidì e lo guardò come a dire: Non lo fare!

Lo straniero rimase immobile. Poi le si avvicinò all’orecchio, talmente vicino che lei sentiva il calore umido che le scaldava la pelle.
Le sussurrò all’orecchio: «Ho imparato che non posso esigere l’amore di nessuno. Posso solo dar loro buone ragioni per apprezzarmi ed aspettare che la vita faccia il resto».

Quella voce capace di accenderle il desiderio, ora le sussurrava all’orecchio le parole di Shakespeare, del cantore dell’amore. Ma Irene si irrigidì ancora di più. Lui lo avvertì.

«Irene ti prego non fare così» le disse scrutandola negli occhi

«Vedi, tu puoi chiamarmi per nome, io no. Non so chi sei veramente. Abbiamo giocato, ma il gioco deve essere alla pari. Mi sento una stupida idiota per essermi aperta così con te, senza veli, senza inganno. Tu di me sai tutto. Io di te nulla. Sei l’ingannatore perfetto. Ami vivere nel torbido della menzogna, prenderti gioco di me, magari ridere anche di me. Sai anche che ho scritto una sceneggiatura su un tuo racconto. Ma io no. L’ho dovuto capire da me, scoprirlo qui al lavabo di un parrucchiere per uomini e donne, dove tu sei venuto. Perché sei venuto? Per farti fare un massaggio dalla tua stupida odalisca personale? O per mostrami quanto sei più abile di me? Quanto sei bravo a giocare con i fili dl destino? Ah, no! Forse volevi mostrarmi che sei tu quello che decide, tu sei il destino, il fato, che tu puoi andare oltre e decidere per entrambi! E che tu puoi ridere, ridere, ridere ancora e ancora di me. Alle mie spalle. E chissà, magari volevi farlo spavaldamente anche di fronte a me!»

«Morivo dalla voglia di incontrarti» rispose con calma lui.

Le prese le mani. La guardò teneramente e continuò:
«Domani riparto. Sarò via a lungo. Prima di immergermi nel lavoro che non mi lascerà molto tempo, volevo dirti di me. Te lo dovevo. Ancor di più dopo che ho letto il tuo lavoro. Ma non solo per quello. Abbiamo giocato e volevo continuare a farlo. Voglio continuare a farlo. Ma desideravo guardarti negli occhi, sentire il profumo della tua pelle e dei tuoi capelli. Sentire finalmente la tua voce. Toccarti. Vederti. Accarezzarti. L’ho desiderato così tanto, poi ho visto le tue foto sul tuo profilo e…ho solo avuto una pessima idea, deduco. Vorrei spiegarti tutto. Vorrei dirti che la tua reazione, in realtà, è la cosa più bella che potesse accadere. Vorrei farlo bene, però, non qui, adesso. Se ti va ti aspetto stasera al Cafe Cadde».

Al Cafe Cadde, il ristorante che, insieme alle poesie, li aveva messi sulla stessa strada.

Se ne andò. Lei rimase sola, con il turbinio di emozioni che l’avevano travolta. E che adesso doveva provare a scandagliare.

Era molto arrabbiata. Principalmente con sé stessa.

Dio quanto era bello. E la dolcezza del suo sguardo. E la sua voce…..

Sapeva che se fosse andata all’appuntamento si sarebbero baciati. Lei lo desiderava più di qualunque cosa al mondo. Ma non voleva che fra di loro ci fossero ombre, né che la rabbia rovinasse tutto. Sì, era ancora molto arrabbiata. Doveva smaltire la sua rabbia.

All’appuntamento non ci andò.
Lui l’aspettò per un po’, poi capì e andò via.

Nessun messaggio, nessun vocale, niente versi di poesie.

Mise solo una foto sul suo profilo: la testa di una donna di spalle. Con i capelli ricci. Era lei. Gliela aveva scattata di nascosto, quella mattina.

Con la foto aveva scritto semplicemente «Hoşça kal».
Le lacrime rigarono il volto di Irene alla vista di quel post.
Hoşça kal.

Le settimane successive Irene fu presa dal nuovo lavoro. Era entusiasta di lavorare con un team incredibile di sceneggiatori affermati, che avevano scritto alcune delle serie turche più famose. Anche con Engin. Era entusiasta ma non era felice. Una malinconia le continuava a stringere il cuore. Un senso di tristezza le impediva di godersi pienamente quanto di magnifico le stava  – finalmente – accadendo. Era riuscita a ottenere il lavoro che aveva sempre sognato. Ma non era felice.
Aveva pensato spesso allo straniero (non riusciva a chiamarlo per nome). A quello sguardo. Al suo profumo. Alla bellezza dei suoi occhi. Alla sua voce. E alle sue parole.

La tua reazione è in realtà la cosa più bella che potesse accadere‘, le aveva detto quella mattina.

Ne parlò a lungo anche con Şenay, perché non comprendeva appieno il senso di quella frase. O forse sì, ed era solo in cerca di conferma. «Irene lui è un personaggio famoso e come ho provato a dirti quella sera, sei fortunatissima, ma eri troppo arrabbiata per capire. Un’altra si sarebbe buttata al collo di Engin Akyürek, cioè ma ti rendi conto? E -N- G- I- N – A- K- Y- Ü- R -E -K, l’uomo più desiderato al mondo.  Invece tu ha avuto una reazione opposta. Perché in quel momento eri ferita, ti sentivi tradita, offesa, umiliata. Non da Engin, ma dallo straniero. Dall’uomo che ha fatto centro nel tuo cuore. Come te gli darei un’altra possibilità.  E così raro trovare quel feeling pazzesco che si era creato fra di voi».

Le mancava, lo straniero.
Le mancava tutto.
Le mancava quella complicità fantastica.
Le mancavano i loro giochetti.
Le mancava l’eccitazione che le dava ascoltare la sua voce.
Sentirlo sussurrarle al suo orecchio, a due millimetri dal suo corpo….Dio quanto era stato bello, intenso….

La rabbia era passata. E ora si sentiva, se possibile, ancora più stupida per aver esagerato.  E forse per aver perso l’occasione di conoscere l’uomo della sua vita.

Cosa avrebbe potuto fare?

Azzardò una chiamata. Aveva aspettato un orario che le sembrava conciliabile con le riprese. In realtà era una considerazione stupida, sapeva bene che le riprese potevano avvenire in qualunque ora del giorno. Ci provò lo stesso.

L’utente da lei chiamato potrebbe essere spento o non raggiungibile

Mi richiamerà?  Si chiedeva di continuo Irene.
Passarono i giorni ma dallo straniero non arrivò nessun segnale. Intanto lei scandagliava la rete alla ricerca di notizie sulla nuova serie che stava girando. Tutto sembrava procedere come da programmi. Perché non la richiamava?

Era evidente che era arrabbiato.  Ora era lui ad essere arrabbiato.

© Rosaria Bianco

Leggi qui IL 6° e ultimo capitolo: https://machenesaengin.com/2021/12/16/lalgoritmo-capitolo-6/

11 Replies to “L’algoritmo /capitolo 5”

  1. Ciao Rosa, l’,ho letto, tutto di un fiato. Voglio di piu, scusa la pressione, e lá scena del viccolo, mama mia, sembrava de esserci li, io era Irene!
    Per favore, fai presto, mi racommando. Grazie Mille e buone feste a tutte.
    Vi abracio
    Céu

    Piace a 1 persona

  2. Ho avuto un dejavue…Omer che trascina Elif nel vicolo, a Roma.
    Vorrei rivivere queste scene cento volte! Niente di più sensuale ed erotico…la sua voce sussurrata, il suo respiro 🔥🔥🔥😵‍💫😵‍💫😵‍💫. Grazie , grazie , grazie ♥️😃😜

    Piace a 1 persona

  3. L’ho letto tutto d’un fiato, come hai suggerito, ma adesso??? Sono stordita e ansiosa.
    Lui non sarà arrabbiato ma stranito, non gli era sicuramente mai successo una buca in un appuntamento !
    Quando la spinge in quel vicolo….. brividi lungo la schiena.
    Complimenti è proprio forte! Ma ti prego non farci aspettare troppo il 6 capitolo!!!

    Piace a 1 persona

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: