L’algoritmo / capitolo 6

Qualche giorno dopo, mentre gironzolava distrattamente su Facebook, si accorse che lo straniero aveva postato una foto sul suo profilo. Era un paesaggio con alcuni versi:

«Il peso del mondo è amore.
Sotto il fardello di solitudine
sotto il fardello dell’insoddisfazione
il peso, il peso che portiamo è amore.
Chi può negarlo?»

Controllò su WhatsApp: era on line. Le avrebbe scritto? L’avrebbe chiamata?
Attese impaziente. Ma invano.
Allora fece l’unica cosa che poteva fare, per tentare di riavvolgere il nastro del tempo. Sul suo profilo scrisse il seguito di quella poesia di Allen Ginsberg che aveva postato lui:

«In sogno ci tocca il corpo,
nel pensiero costruisce un miracolo,
nell’immaginazione s’angoscia.»

Insieme ai versi ci mise una foto che le aveva scattato Şenay: era di profilo, guardava il mare mentre il vento le spostava i capelli sul volto.

Era certa che lui avrebbe letto. Avrebbe capito. Avrebbe risposto?

Di nuovo silenzio. Ancora silenzio. Un lungo silenzio che Irene non sopportava più. Ora stava male. Aveva una maledetta nostalgia di quello straniero che le aveva rubato la mente e il corpo.
Affidò i suoi sentimenti, come sempre, ai versi di una poesia. Voleva che lui sapesse. Che capisse.

«Non c’è prova di vita più grande
che sentire la nostalgia
di una città ..
di una voce..
di un respiro..»

Fece velocemente una valigia e corse alla stazione.
Prese il primo treno per Gaziantep.
Più di 18 ore di viaggio, che lei scandì postando su Facebook le foto scattate alle fermate principali. E per ogni foto un verso di una bellissima poesia di Vincenzo Cardarelli:

«Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti»

L’ultima foto, così come aveva fatto per il parrucchiere dove si era presentato a sorpresa lo straniero, fu un dettaglio dell’insegna dell’albergo che aveva prenotato su internet mentre era in viaggio, l’Aynur Hanim Konagi Butik Otel.

Avrebbe capito? Lei lo sperava ardentemente.

Şenay, che era una fonte ineguagliabile di contatti, le aveva dato il numero di una guida di Gaziantep, İpek. Si erano messaggiate e si erano accordate per incontrarsi quella sera stessa. La guida sapeva dove era il set dell’ultima serie che stava girando Engin Akyürek, l’avrebbe accompagnata il giorno dopo, ma intanto si sarebbero viste la sera per un primo giretto in città.

Era emozionata. Non sapeva a cosa andava incontro.
Cosa sarebbe successo quando lui l’avrebbe vista arrivare sul set?

Si sistemò in albergo e si buttò sul letto, il viaggio l’aveva stremata. Si addormentò e dormì a lungo. Al suo risveglio era quasi sera. Decise di fare una bella doccia. İpek, la guida, sarebbe passata a breve a prenderla.  Dalla finestra entrava una luce fioca che proveniva dal bellissimo giardino interno, la stanza era carina, aveva delle tende a grandi quadrettoni blu e verdi, delle travi in legno sul soffitto che rendevano l’atmosfera ancora più calda e al centro un grande letto matrimoniale con coperte e lenzuola bianche.  A illuminarla, in quel momento, solo la luce di una lampada da terra: Irene adorava quella penombra, la rilassava.

Bussarono alla porta.
Sarà İpek, pensò Irene. In effetti era in ritardo, aveva ancora i capelli umidi e non si era vestita.  Andò ad aprire alla porta.

Era lui.

Avevo visto i suoi post. Aveva capito. Aveva ricomposto il puzzle. Ed ora era lì, davanti a lei.

Rimasero entrambi immobili. Con gli occhi dell’uno che si perdevano negli occhi dell’altro. Rimasero immobili per un istante che sarebbe potuto durare un’eternità. Almeno così sembrò a lei.

Irene fece un passo indietro e gli fece segno di accomodarsi, non riusciva neanche a parlare. Lui, chiuse la porta dietro di sé, la prese per il braccio per avvicinarla lentamente al suo corpo, accostò la bocca al suo orecchio: «Non vuoi proprio farmela ascoltare ancora una volta la tua voce?» disse dolcemente.

Lei sorrise e a sua volta sussurrò all’orecchio di lui: «Come posso dire se la tua voce è bella. So soltanto che mi penetra…»
«…e mi fa tremare come una foglia…» proseguì lui.
«…e mi lacera ….», incalzò Irene.
«…e mi dirompe» chiuse lui.

La magia si era ricreata. Entrambi conoscevano i versi di Karin Boye e – accidenti – quello era il modo più erotico che potesse esserci per recitarli!

«Mi sei mancata».
«Anche tu».

Lui le prese con le mani il viso e si avvicinò, lei era docile, cedevole, malleabile a qualunque cosa quelle mani calde e grandi avessero fatto. I loro volti erano di nuovo vicini, lei chiuse gli occhi, sentiva il profumo che emanava la sua pelle – intenso, penetrante, speziato – e il calore della bocca che si avvicinava. Le labbra di lui ora erano sulle sue. Si baciarono. Un bacio lungo, morbido, complice. Si erano finalmente ritrovati.

Entrambi sentivano il respiro ansimante dell’altro, le labbra calde e umide, il battito veloce del cuore, i movimenti dei corpi che si avvicinavano lentamente uno all’altro.

In quel momento lo squillo del telefono interruppe la magia che si era creata. Lo straniero ed Irene si guardarono imbarazzati e scoppiarono a ridere!

Era İpek! Irene farfugliò velocemente una scusa per disdire il loro appuntamento.

Erano di nuovo soli. Che fare adesso? Che dire? Lo straniero che straniero non era più e lei, soli in una stanza d’albergo a Gaziantep. Si erano baciati, desiderandosi intensamente. Avrebbero di sicuro fatto l’amore se il telefono non avesse squillato.
Ma ora si guardavano con un certo imbarazzo. Si guardavano e sorridevano, col cuore colmo di emozioni.

«Hai fame?» chiese lui, per rompere quell’imbarazzo.
«Si», rispose a malapena lei.
«Preparati, allora. Andiamo a mangiare qualcosa di buono».

Irene si chiuse in bagno. Si guardò allo specchio. E cominciò a respirare lentamente, profondamente e in modo regolare, per calmare il battito del cuore. Era felice, felicissima, lo avrebbe urlato al mondo intero. Si sentiva ancora eccitata.

Dopo dieci minuti era pronta. Uscirono dal retro, sul davanti si era raggruppata una folla di fan, alcune di loro avevano scoperto che Engin era entrato in quell’albergo e la notizia si era diffusa subito. Una macchina li stava aspettando. Salirono quasi con fare furtivo, alla guida c’era un ragazzo simpatico e discreto, Can, che li portò al ristorante Hışvahan, dove aveva prenotato un tavolo in una zona più appartata del locale.  Erano a due passi dal castello, il ristorante si trovava in un palazzo storico da poco restaurato, un’atmosfera resa ancora più fantastica dalle tende bianche nel cortile anteriore: Irene non avrebbe potuto desiderare di meglio.

Si sedettero e ordinarono degli abbondanti meze e due calici di vino rosso, italiano.

Erano seduti lontano dalle sale principali.
«Ora capisci perché la falsa identità? Ho maledettamente bisogno di normalità, Irene. Cioè, io amo alla follia il mio lavoro, amo l’entusiasmo e il calore con cui le fan mi coccolano, adoro tutto questo. Però mi fa anche paura. Perché quando conosco una donna che magari potrebbe piacermi, inizio a dubitare. Non so se è interessata al me vero o al me attore, alla mia fama, alla celebrità. Fa parte del gioco, non me ne lamento. Però ci sono momenti in cui avverto una forte solitudine del cuore.  Poi sei arrivata tu, quella sera. Quella coincidenza, l’algoritmo che ci ha messo sulla stessa strada. Due persone che cercano le stesse cose sul web hanno un’altissima possibilità di incrociarsi. Sui social accade. Tu fai una ricerca su Google poi entri e toh ti compare un profilo, una pagina, una pubblicità che ha che fare con la tua ricerca. Quella sera sei apparsa tu».

Il ristorante e la poesia. Lo stesso ristorante e gli innumerevoli versi di poesie che entrambi avevano cercato li aveva fatti incontrare casualmente sul web e condotti lì, adesso, in un ristorante di Gaziantep. A desiderarsi. Ancora di più.

Parlarono tutta la sera, mangiarono di gusto.  Irene non poteva fare a meno di guardare le sue labbra. Le mani. Gli occhi. Il naso. Era bello, di una bellezza sì oggettiva, ma che trasudava una bellezza interiore, che lei aveva conosciuto bene quando era ancora lo straniero.

Anche lui la guardava, ogni tanto si fermava e immobile si soffermava sui dettagli del suo viso. Gli occhi, poi le labbra, le sopracciglia, che volle sfiorare lentamente con le dita, provocandole un fremito breve e intenso di piacere. Era come se stessero facendo l’amore. Lì seduti a quel tavolo, lontani da tutto e da tutti.

Finirono di cenare e rifecero lo stesso percorso al contrario. Non ci fu bisogno di dirsi nulla, scesero dall’auto e salirono in camera. Si guardarono a lungo. Irene si sentiva avvolta da un piacevolissimo calore che le risaliva lungo tutto il corpo.

«Ti ho portato una cosa» disse improvvisamente lei, spostandosi per prendere dalla valigia un libro di poesie che gli voleva regalare. In realtà, in quel momento voleva prendere tempo, una nuvola di dubbi si era impossessata della sua testa

E se non funziona? E se insieme non funzioniamo? E se vedendomi nuda non gli piaccio? E se mi sta mentendo? E se…

Lui intuì, sembrava leggerle il pensiero.
Le si avvicinò.
«Sshhhhh……» le disse quasi sottovoce.
«Facciamo un gioco..» proseguì, mentre iniziò a sfilare lentamente la giacca di Irene.
«…facciamo quel tipo di gioco in cui tu parli e io ti ascolto…» sussurrò mentre le abbassava dolcemente la cerniera sulle spalle.
«….tu sorridi e io ti guardo… » le disse avvicinandosi al collo, mentre le sfilava il vestito.
«…tu ridi ed io ti fisso le labbra….» continuò con un filo di voce all’orecchio di Irene.
«..tu respiri e io ti accarezzo lentamente la fronte..» e  con le mani cominciò a sfiorarle la schiena.
«…facciamo che tu vivi e io m’innamoro», disse prima di baciarla sul collo.

Aveva recitato per lei, con una voce meravigliosamente erotica, una poesia di Margaret Atwood.

Irene si abbandonò completamente, posando la testa sulla sua spalla. Poi infilò le mani sotto la maglia di lui.  E con le dita iniziò a sfiorargli la pelle. Era calda e tesa, turgida e meravigliosamente calda, sì. L’odore della pelle, quel che di speziato che aveva sentito prima, ora si faceva strada con più insistenza nelle sue narici: lei chiuse gli occhi per trattenere ogni singola molecola che dal naso sarebbe arrivata alla corteccia olfattiva, imprimendosi per sempre nel suo cervello. Non avrebbe dimenticato quel profumo caldo, avvolgente, seducente. Era fresco e caldo, insieme. Come di mare inzialmente, ma poi le note di testa marine avevano lasciato spazio a quelle più morbide, leggermente di cannella e vaniglia e più intense di patchouli, legno di cedro e vetiver.
Con le mani afferrò, poi, i lembi della maglia e gliela sfilò.
Dopodiché cominciarono a spogliarsi freneticamente l’un l’altro. Lui la prese in braccio e la portò sul letto. Cominciò a baciarle i seni, a toccarla ovunque mentre si baciavano come due assetati in un’oasi nel deserto.
I loro corpi si adagiarono perfettamente l’uno all’altro.  
E insieme iniziarono a muoversi in una danza sensuale, a tratti brutale, disperata, sofferta, a tratti  dolcissima, lenta, delicata, con i loro bellissimi corpi nudi che ora erano tesi, ora invece diventavano morbidi.
Fecero l’amore senza smettere di toccarsi. Senza smettere di guardarsi. E di baciarsi.
Fecero l’amore per tutta la notte.
Fu una lunga notte.
E non fu l’ultima.

© Rosaria Bianco

11 Replies to “L’algoritmo / capitolo 6”

  1. Era fresco e caldo, insieme. Come di mare inzialmente, ma poi le note di testa marine avevano lasciato spazio a quelle più morbide, leggermente di cannella e vaniglia e più intense di patchouli, legno di cedro e vetiver: VOGLIO IL NOME DI QUESTO PROFUMO 😉

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  2. Magari Ros!! Quanto vorrei vederlo in un ruolo di questo tipo! Svincolato dalla censura turca! Un po’ ci siamo avvicinati in Bir ASK IKI Haiat …chi può dimenticare la scena di Engin Akyürek che sgancia un reggiseno, off!!, (nemmeno in KPA!)
    ♥️🔥
    Grazie cara 🙏…almeno l’ho immaginato.

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  3. E purtroppo siamo arrivati alla fine di questo racconto….avrei voluto che non finisse mai perché è un racconto intrigante, imprevedibile e che ti prende per mano e ti fa sentire dentro la storia. Una qualità che ho sempre apprezzato in Engin. Bravissima Ros

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