Il vento prima o poi si alza/3

Terza parte del racconto ispirato da Engin Akyürek .

LUI ♂

Mentre Engin fantasticava sulla reazione della donna una volta scoperto il libro nella sua borsa (avrebbe sorriso? sarebbe stata contenta? avrebbe conservato il libro come ricordo di una fugace conversazione con uno sconosciuto forse troppo curioso?), il treno cominciò a rallentare, erano arrivati alla stazione di Konya.

Della donna però ancora nessuna traccia.

Che fine ha fatto? E la sua borsa ora rimane qua? si chiedeva Engin.

Gli sarebbe piaciuto salutarla, attese qualche minuto, ma poi si alzò per scendere dal vagone. Cominciò a camminare verso l’uscita della stazione, con una strana sensazione addosso, si sentiva a disagio per aver lasciato la borsa sul sedile del treno prima che arrivasse lei. Poi notò un capannello di persone che si agitavano, intravide la barella portata a braccio dagli infermieri e il medico accanto, capì che era lei.

La donna sulla barella era la donna con la borsa rossa.


Rimase immobile per qualche istante, giusto il tempo di sentire le gambe talmente pesanti che avrebbero potuto impedirgli di muoversi da quella stazione per sempre.  Poi, però, reagì e la prima cosa che gli venne da fare fu correre e risalire velocemente sul treno per recuperare la borsa. Riuscì ad arrivare in tempo, era ancora lì dove l’aveva lasciata lei. La recuperò e riscese dal treno andando sempre di corsa verso l’infermeria. Ci arrivò trafelato, bussò per chiedere informazioni, ma non sapeva il suo nome, non sapeva chi fosse, non sapeva nulla di lei. Sapeva solo che parlava quattro lingue, amava l’arte e aveva una grande borsa rossa, che adesso custodiva il suo libro.

L’uomo che era in infermeria lo riconobbe subito, gli fece un sacco di complimenti e gli chiese se potessero fare un selfie per la figlia, che era una sua fan. Engin accettò, strappandogli subito dopo qualche informazione su quello che era successo: la donna era stata portata in ospedale per sospetto trauma cranico!

Engin rimase di nuovo come pietrificato e per qualche istante ammutolito. Riuscì, però, a farsi dare il nome dell’ospedale dove avevano portato la donna. Tenne la borsa con sé. Ma non sapeva cosa fare. Così, uscì dalla stazione e si sedette al primo bar che i suoi passi trovarono, ordinò un çay, poi chiamò Banu. Le raccontò quello che era successo e le chiese un consiglio su cosa fare adesso con quella borsa.
In realtà Engin avrebbe voluto chiederle altro. Ma tenne per sé le sue domande.

«Non preoccuparti Engin, ci penso io, gliela faccio recapitare in qualche modo, stai tranquillo», lo tranquillizzò Banu.

Si accordarono sul suo ritorno a Istanbul, ci avrebbe pensato il buon Osman a riportalo a casa in auto, dopo l’appuntamento con İbrahim.

Si diresse verso Azîziye Câmii, la bellissima moschea tardo ottomana, dove avrebbe incontrato il suo caro amico archeologo, era da tempo che rimandavano di incontrarsi, ma İbrahim lo aveva messo alle strette: “Amico mio dobbiamo vederci!”.
Fece una lunga passeggiata a piedi per le strade di Konya, che Engin trovava ogni volta più bella.  Aveva con sé la borsa rossa, che portava a tracolla come fosse stata sempre sua. L’avrebbe lasciata all’Aziziye Otel, a Çiğdem un’amica di Banu che era già stata messa al corrente: si sarebbe occupata lei di consegnare la borsa in ospedale.
Al momento di lasciare la borsa rossa, Engin si sentì stranamente malinconico, con addosso una sensazione di tristezza, come se si stesse separando da qualcosa che sentiva che in qualche modo gli appartenesse. In realtà era un pensiero stupido, rifletté, dal momento che la legittima proprietaria di quella borsa era un’altra persona ed era, peraltro, una sconosciuta!

Poi si dedicò all’incontro con İbrahim, che gli raccontò degli ultimi scavi a Karahan Tepe, il sito archeologico nella provincia di Şanlıurfa, ben più antico di Göbekli Tepe, dove è stato rivenuto un insediamento ribattezzato dagli studiosi come il “punto zero della storia”. Parlarono a lungo dei rispettivi lavori, rinvangando qua e là episodi della loro amicizia, İbrahim gli raccontò della fidanzata che ancora Engin non aveva conosciuto. Finito di pranzare, rimasero ancora a chiacchierare sorseggiando un çay, Engin si godé quel momento di confidenza col suo vecchio amico. Si sarebbero rivisti a breve, si ripromisero, per recuperare. Poi, come da perfetta organizzazione di Banu, all’uscita dal locale Engin trovò Osman ad aspettarlo.
Sprofondò sul sedile dell’auto.
Era stata una giornata intensa. Chiuse gli occhi.

LEI ♀

Bianca aprì gli occhi e capì di essere in ospedale. Accanto a lei c’era un’infermiera e un medico, che le spiegarono cosa era successo. Niente di grave, avrebbe potuto lasciare l’ospedale dopo qualche ora, i medici però avevano preferito tenerla un po’ sotto osservazione.
In quel momento arrivò anche Neylan: era stata avvisata da un’infermiera che aveva dato un’occhiata al cellulare di Bianca trovando in rubrica un numero salvato come “chiamare in caso di emergenza”.

Era stata un’idea di Neylan, non le piaceva l’idea che Bianca se ne andasse in giro tutta sola in una terra nella quale non aveva nessuno. Solo qualche amicizia, conosciuta tramite lei, un numero sparuto di artisti e i contatti di lavoro. Stop. Era fatta di pochi numeri di telefono la sua rete di relazioni in Turchia. E di sole due persone la rete di affetti: Neylan e il fidanzato Ismet. Neylan e Ismet erano corsi in auto subito dopo aver ricevuto la telefonata, avevano paura che fosse grave, di trovarla in coma. Nel giro di pochi minuti, però, Neylan aveva fatto un paio di telefonate ai colleghi dell’ospedale e si erano tranquillizzati. Ora erano lì.

«Ma cosa è successo, lo ricordi?», chiese Neylan all’amica.
«Ero al telefono con Pierre, abbiamo litigato, poi la frenata del treno e non so come né perché ho sentito una grande botta alla nuca mentre provavo ad uscire dal bagno», rispose Bianca.
«Sì, un signore ha spinto la porta per entrare mentre lei usciva, la stazione di polizia ha raccolto la sua testimonianza. Per fortuna alla fine niente di grave!», aggiunse l’infermiera.
«Pierre e il cesso del treno: sembra una metafora, ma invece è tutto fantasticamente reale!», disse Neylan prima di scoppiare in una delle sue fragorose risate! Anche Bianca rideva: era in un letto d’ospedale con la testa bendata e la flebo al braccio, con la sua amica di fronte a lei piegata in due dalle risate!
Ismet, che era rimasto fuori dalla stanza, fece capolino dalla porta sentendole ridere: era bello guardarle così. L’ansia di poco prima si era dissolta.

«Oddio, la mia borsa!! Deve essere rimasta sul treno, che disastro! C’era il mio portatile dentro!», esclamò Bianca interrompendo quel momento di complicità e risate.
«Non si preoccupi, le è stata recapitata qui in ospedale, l’abbiamo messa in quell’armadietto», la tranquillizzò l’infermiera.
«Chi l’ha portata qui?», chiese Bianca.
«Non saprei», rispose l’infermiera facendo spallucce, prima di uscire dalla stanza.
«Devo avvisare subito il professore Kaya, gli ho dato buca, devo avvisarlo immediatamente!», disse Irene che si ricordò dell’importante appuntamento del pomeriggio.
In effetti il direttore della galleria d’arte di Konya aveva chiamato diverse volte, ci pensò Neylan a richiamarlo e spiegargli il tutto. Si sarebbero risentiti con calma.
Dopo un paio d’ore i tre amici erano in macchina sulla strada del rientro.

Alla radio le note di Chasing cars degli Snow Patrol, Bianca era stremata, chiuse gli occhi.

LUI ♂

Engin aveva pensato alla donna dalla borsa rossa per tutta la settimana. Non riusciva a capire perchè quella donna, incrociata in fondo per pochi minuti, gli aveva rapito la mente. Aveva ripensato alla sua risata, a quel suo gesticolare esagerato, a quel ciuffo lungo di capelli che le ricadeva su un lato del volto, allo sguardo complice e divertito che si erano scambiati riguardo al libro di poesie di Cemal Süreya. Anche quella mattina, mentre si dirigeva alla radio per la trasmissione, si ritrovò a pensarla. Il cielo era grigio e carico di pioggia, almeno come la sua testa era gonfia di pensieri. C’era qualcosa che lo aveva colpito di quella donna che sembrava avere qualcosa di familiare, ma Engin non riusciva a capire esattamente cosa. Le era piaciuto il modo in cui rideva, il modo solare in cui aveva riso al telefono e anche come aveva sorriso quando avevano scherzato nella conversazione più breve della storia delle conversazioni fra sconosciuti. Poi lei si era alzata per rispondere al telefono ed era sparita. Non l’aveva più vista. Engin aveva riflettuto anche sul fatto che era bella di una bellezza intrigante, magnetica, matura, misteriosa.  Avrebbe desiderato rivederla. Sì, desiderava decisamente rivederla, ma era impossibile dal momento che di lei praticamente non sapeva nulla. Se non che parlava correttamente quattro lingue, si occupava di arte e amava Cemal Süreya. E che era raggiante quando rideva.

Sì, non poteva nasconderlo a sé stesso, si sentiva stranamente attratto da quella donna, che aveva incrociato la sua vita per poco, pochissimo, tempo.

Decise così che quella puntata sarebbe stata dedicata al sorriso e in qualche modo a lei…Come prima canzone in scaletta mise Lip Lock Rock degli Alice in Chains, una canzone perfetta per partire con una buona carica di energia!
«Amici e amiche “Di lunedì” tutto bene questa settimana?», esordì Engin sulle note finali della canzone. «Oggi parleremo del sorriso. Cosa avete fatto o cosa fareste per un sorriso? Per il sorriso della vostra donna o del vostro uomo? Per quel raggio luminoso che può cambiare il senso di una giornata? O addirittura dare un nuovo corso alla vista stessa. Ci avete mai pensato? Chiamate o scrivete, io sono qui!».

Engin Akyürek racconto

Dopo un po’ cominciarono ad arrivare le prime telefonate e le prime e-mail per Engin, che si divertiva a interagire con i radioascoltatori. Chi aveva preso un treno, un areo o si era fatti 400 chilometri in auto solo per dare un bacio alla propria amata, chi aveva appeso uno striscione con una frase d’amore di fronte casa, chi aveva composto una poesia, chi scritto una canzone….
«Ma quando riuscite a capire che quello è il sorriso giusto? Il sorriso che aspettavate?», chiese ancora Engin prima di far partire le note di Sarah Smiles dei Panic! at the Disco.
«Il sorriso giusto sa di estate», scrisse Esther in una delle mail che arrivarono in redazione. Engin rimase colpito da questa frase.  

 «Il sorriso giusto sa di estate. Esther, grazie per questa bella immagine che ci hai regalato. In effetti, l’estate è allegria, spensieratezza, colore, armonia, è il tempo in cui tutto sembra possibile, dilatato, addirittura eterno. E a volte un sorriso può suscitare tutto questo», disse Engin mentre il brano sfumava e lui pensava, inevitabilmente, a lei.
Poi, per chiudere la trasmissione di quel lunedì, Engin lesse l’e-mail di una ragazza (aveva notato che di solito erano le più creative). Era un’italiana che si trovava in Turchia per lavoro, faceva la fotografa e ci tornava spesso, perché “Istanbul è la città perfetta per chi fa questo mestiere. Colori, volti, culture diverse…” aveva scritto, prima di riportare i versi di una poetessa italiana, Alda Merini, che aveva provato a tradurre in turco.

A Engin piacquero talmente tanto che decise di leggerli in diretta:

Sorridi donna
sorridi sempre alla vita
anche se lei non ti sorride.
Sorridi agli amori finiti
sorridi ai tuoi dolori
sorridi comunque.
Il tuo sorriso sarà
luce per il tuo cammino
faro per naviganti sperduti.
Il tuo sorriso sarà
un bacio di mamma,
un battito d’ali,
un raggio di sole per tutti.

«Questi versi sono per te, donna misteriosa con la borsa rossa. Spero tu stia bene».  Senza neanche accorgersene, Engin dedicò pubblicamente la poesia a lei. Le parole gli uscirono con una naturalezza che per primo spiazzò Engin stesso, che si ritrovò con una smorfia di incredulità sulla bocca.  

«E ora vi saluto amiche ed amici, ci troviamo qui come sempre di lunedì…. Vi auguro una settimana bella come può esserlo un viaggio in treno, direzione Konya, di lunedì». E con queste enigmatiche parole, partirono i primi giri di chitarra della versione acustica di I’d Lie di Taylor Swift.

LEI ♀

Era stata una settimana anomala. Strana. Era stata chiusa in casa più di quanto non fosse abituata, perché i medici nel dimetterla erano stati chiari: avrebbe dovuto riposare molto, perché comunque anche se non era stato grave si era trattato di un trauma cranico. Ci aveva pensato Neylan a tranquillizzare i colleghi, si sarebbe presa cura lei di Bianca e si sarebbe accertata del suo assoluto risposo.  Infatti, era un continuo telefonare e messaggiare a Bianca: Sei a letto, vero? Non devi lavorare! Non sarai mica uscita? Perché non rispondi? Cosa vuoi mangiare per cena? …con Neylan non si scherzava! Tutti i giorni era passata a portarle da mangiare e a farle compagnia.
E tutte le volte che parlavano di quello che era successo, scoppiavano a ridere come due bambine! «Ti rendi conto? Un trauma cranico causato dalla porta del bagno del treno! Il primo nella storia dei traumi cranici!», la prendeva in giro Neylan.
«Mamma che figura!!! E di chi è la colpa? Come sempre di Pierre…», rispondeva come un ritornello Bianca. E poi si ritrovavano a ridere di gusto, come sempre d’altronde quando erano insieme.

Era passata una settimana da quel lunedì, in cui avrebbe dovuto incontrare il professor Erol Kayal per parlare del progetto che Bianca aveva molto a cuore. Poi quell’incidente, mentre era chiusa in bagno a litigare con Pierre.
Il professore era stato avvisato da Neyaln dell’incidente, ma poi si era sentito con Bianca in videochiamata dopo qualche giorno e oggi si sarebbero incontrati. «O almeno ci riproviamo, meglio essere scaramantici!», scherzava Bianca.
Quel lunedì mattina si era alzata con calma, come aveva fatto nell’ultima settimana, ma si sentiva meglio. Decisamente meglio. Le cure e le coccole di Neylan avevano funzionato. Aveva un’insolita energia addosso. Quel giorno sarebbe uscita per l’appuntamento col direttore Kayal in tarda mattinata, mentre la sera sarebbe andata a cena con Neylan e Ismet, dove avrebbe conosciuto Azra, Hakan ed Hasan.

«Perché ho l’impressione che tu voglia vedermi insieme a un fidanzato?», aveva detto Bianca alla sua amica al telefono, come risposta all’invito.
«No, non voglio vederti fidanzata, voglio solo vederti rilassata e sorridente, voglio che ti diverti, che incontri nuove persone, non dico che devi innamorati, ma divertirti sì, però!»
L’idea di conoscere qualcuno, in realtà, le piaceva.  Quella botta in testa l’aveva metaforicamente scossa, come quando sua madre, da piccola, scuoteva il barattolo di vetro con il sale dentro che si era un po’ indurito. Le era tornata in mente sua madre e avvertì come una nuvola di nostalgia posarsi sui suoi pensieri.

Se ci fosse stata sua madre le avrebbe detto di reagire, come sempre faceva con la sua “bambina”, le avrebbe ripetuto di lasciarsi il passato alle spalle una volta per tutte e di andare incontro alle emozioni. Ma sua madre non c’era. Non c’era più da undici anni, da quando un terribile incidente le aveva sterminato la famiglia. Sua madre e suo padre cancellati via in un pomeriggio d’inverno.


Aveva avuto un rapporto stupendo con la madre, che l’aveva sempre incoraggiata a seguire le sue passioni: «Non fermarti mai Bianca, insegui sempre i tuoi sogni, devi volare come vola un aquilone».
«E come vola un aquilone?», le chiedeva ogni volta Bianca.
E tutte le volte sua madre le rispondeva come una filastrocca: «Vola senza fretta, si muove quasi danzando, segue la forza del vento».
«E poi?» la incalzava come da copione Bianca.
«Si diverte a disegnare strane geometrie nel cielo, facendosi guidare dai flussi d’aria, ma anche dalle sue forme, dall’angolazione che si crea fra la sua ala e l’aria»
«Cos’è l’angolazione, mamma?»
«L’angolazione sono i tuoi sogni».
«E se non c’è vento?», era la domanda finale di Bianca, che in realtà sapeva già che sua madre avrebbe risposto: «Il vento, prima o poi si alza».
Se ci fosse stata ancora sua madre, l’avrebbe chiamata al telefono per chiederle come vola un aquilone. Aveva così tanta nostalgia della sua voce e delle sue parole.

Decise che quella mattina avrebbe bighellonato un po’ per casa e poi sempre con comodo si sarebbe diretta versa la stazione. Stesso treno, stesso orario.
Speriamo in un esito diverso, pensò Bianca, mentre dall’armadio si mise a scegliere cosa avrebbe indossato.

Ci vuole una scelta furba, una cosa che vada bene per l’appuntamento di lavoro e poi anche per la sera, rifletteva Bianca mentre guardava dentro al suo armadio. Optò per un vestito morbido scuro e lungo con una giacca, per la sera avrebbe aggiunto una grande collana e una pashmina colorata e avrebbe cambiato le scarpe. D’altronde, la sua grande borsa rossa non serviva anche a questo?

La borsa rossa. Fu felice, quando in ospedale l’infermiera le disse che le era stata recapitata, non solo perché dentro c’era il suo laptop, ma perché lei si sentiva un po’ una tartaruga: giramondo come era sempre stata, aveva sempre amato portarsi dietro delle grandi borse con dentro tutto quello che le poteva servire.

Chissà chi si era preso il disturbo di farmela riavere, è stata una vera gentilezza, si era ritrovata a pensare diverse volte Bianca durante la settimana.
Era pronta. Guardò l’orologio, c’era però ancora un po’ di tempo per il treno, così decise che sarebbe andata a piedi fino alla stazione, approfittando per fare una bella passeggiata, mentre lungo il tragitto avrebbe ascoltato il podcast “Di Lunedì”.

Era bella Eskişehir, le era mancato passeggiare per le vie della città. Il cielo era cupo, grigio, quella mattina, avrebbe sicuramente piovuto. Bianca amava la pioggia. Sin da bambina, le piaceva farsi travolgere dalle goccioline d’acqua: quando iniziava a piovere, specie d’estate, durante gli acquazzoni intensi e brevi della bella stagione, iniziava a correre con le braccia aperte e il viso rivolto verso il cielo. C’è un certo che di magico nella pioggia, è un elemento che ti ricongiunge con il cielo, con il tuo dio qualunque esso sia. Mentre sei sotto la pioggia, in quel momento sei un tutt’uno con l’universo, si ritrovò a pensare Bianca mentre guardava il cielo dalla finestra. E le tornarono alla mente alcuni versi di D’Annunzio:

E piove su le tue ciglia, Ermione.
Piove su le tue ciglia nere sì che par tu pianga ma di piacere.

Accompagnandosi con un gesto della mano, scacciò via quei pensieri e il carico di ricordi che quei versi si portavano appresso. Si ricompose e pensò che non sarebbe stata certo una buona idea arrivare all’appuntamento bagnata dalla testa ai piedi, sorridendo di sé con tenerezza.
Alla peggio prenderò un taxi, si disse Bianca camminando per un’insolita città deserta, con gli auricolari alle orecchie, respirando quell’aria satura di pioggia. Era a metà strada, quando la trasmissione – particolarmente bella, quel lunedì – stava per finire; amò subito quei versi di Alda Merini, che letti dal conduttore risultarono particolarmente caldi e sensuali.

Poi quella frase, Questi versi sono per te, donna misteriosa con la borsa rossa. Spero tu stia bene: fu come un fulmine che squarciò un cielo carico di elettricità!

Bianca si bloccò di colpo, poté guardare la sua espressione stupita nella vetrina del negozio dove si era fermata.  Ebbe l’ulteriore conferma che il conduttore ce l’avesse proprio con lei, quando sentì i saluti finali: «Vi auguro una settimana bella come può esserlo un viaggio in treno, direzione Konya. Di lunedì».

Quindi l’uomo seduto di fronte a me sul treno era il conduttore della trasmissione? Era Furkan Aslan? Ha citato la borsa rossa, quindi sarà stato lui a riconsegnarmela? Spero tu stia bene…sì, avrà saputo dell’accaduto e quindi…

Una giostra di pensieri affollava ora la testa di Bianca alla velocità di un tagadà.

Il treno da Istanbul a Konya di lunedì… voleva dirmi qualcosa? Che era lui, quel lunedì sul treno? Che voleva sapere come stessi? Che mi aveva fatto recapitare la borsa? Che mi trovava misteriosa! (Misteriosa?!?) E che quel viaggio in treno era stato bello….

E poi quella poesia le aveva veramente toccato il cuore:

Sorridi agli amori finiti
sorridi ai tuoi dolori
sorridi comunque.

Quando ripensò a quegli ultimi versi, “Il tuo sorriso sarà un bacio di mamma”, due lacrimoni le rigarono il viso.

Si ricompose quando una coppia le si avvicinò un po’ preoccupata. Reagì di istinto e si mise a correre, non voleva perdere il treno, sperava che anche quel lunedì lo avrebbe incontrato. Sì, lo avrebbe ringraziato, era stato così gentile!  E poi quella dedica, quelle sue parole l’avevano toccata! Avevo così tanto bisogno di emozioni, Bianca! Nonostante avesse il terrore di una nuova relazione, si sentiva attratta dalle emozioni. E quell’uomo sconosciuto, gentile, premuroso, l’aveva emozionata.

Era in lotta con sé stessa, da una parte sapeva bene di doversi tenere al riparo da un nuovo coinvolgimento, a malapena era riuscita, ancora una volta, a riprendere in mano le redini della sua vita. Ma sapeva bene di non essere talmente forte da rinunciare alle emozioni. Ne aveva bisogno. Ma ne aveva anche paura.

Arrivò alla stazione, ancora una volta trafelata e con la testa che sembrava quella della piccola Riley Andersen di Inside Out. Il treno frenò sui binari con un suono che sembrò quasi pronunciare il suo nome.
Le scappò una risata a questo pensiero e pensò a cosa è capace di generare il sorriso di una persona.

Perché aveva scelto quella poesia sul sorriso? Avrà capito che stavo soffrendo?

Mentre aspettava che il treno si fermasse, però, si disse che se anche ci fosse stato, sarebbe stato impossibile riuscire ad incontrarlo. E’ un pensiero stupido: fu così che fermò le emozioni e le aspettative, con una frenata stridula che sentì solo il suo cuore.

to be continued…..

© Rosaria Bianco

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10 risposte a “Il vento prima o poi si alza/3”

  1. “Prima o poi il vento si alza” … con questo capitolo ho capito il vero significato del titolo del racconto. Leggendo le tue righe, vedo chiaramente Engin e Bianca… sai che la immagino come te? Non so perché ma ti vedo con una grande borsa che contiene, oltre al tuo tablet, tutte le cose che ti possono servire durante la tua giornata frenetica.E qui mi fermo … to be continued
    Grazie Ros!

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