Le traduzioni

Engin Akyürek, il narratore: l’amore, la realtà e i sentimenti inquieti

Engin Akyürek
Traduzione italiana di Anlatıcı Sohbetleri, parte 3 della conversazione con Burak Tamdoğan

Continuiamo a pubblicare questa conversazione a puntate perché le parole di Engin Akyürek chiedono tempo e disponibilità per entrare in sintonia con il suo pensiero. Ogni parte permette così di accedere con più attenzione in un nucleo del dialogo, lasciando che le sue parole trovino il loro spazio. Mi sembra un metodo più rispettoso, ecco, di un mondo interiore complesso, ricco, profondo come il suo, che merita il tempo necessario per essere “ascoltato” e compreso.

In questa terza parte di di Anlatıcı Sohbetleri, il dialogo tra Burak Tamdoğan ed Engin Akyürek, si sposta verso un territorio più intimo e complesso: l’amore nei racconti di Engin Akyürek. Burak parte da una constatazione delicata: nelle storie di Engin l’amore felice, quando esiste, non è mai una felicità semplice, immediata, spensierata. È una felicità filtrata, che passa attraverso qualcosa. E da qui nasce una domanda profonda: che rapporto c’è tra l’amore, la separazione, la realtà vissuta e il modo in cui tutto questo diventa racconto?

Engin risponde senza trasformare la domanda in una confessione privata. Parla invece da narratore: del rapporto tra realtà e immaginazione, dello scarto ironico che spesso si apre dentro gli istanti, della differenza tra vivere una cosa e riuscire davvero a scriverla. La realtà, da sola, non basta. Un fatto accaduto non diventa automaticamente una storia. Perché, nel momento in cui si prova a raccontarlo, bisogna piegarlo, modellarlo, con la finzione. E allora la domanda diventa quasi inevitabile: dov’è, davvero, la realtà?

È una delle parti più belle della conversazione, perché mostra con grande chiarezza il modo in cui Engin Akyürek guarda ai sentimenti: non come territori già posseduti, ma come luoghi da cercare. Da seguire. Da comprendere senza addomesticarli del tutto. Forse per questo dice di amare di più i sentimenti inquieti, non sicuri, quelli che non conosce fino in fondo.


BURAK
E veniamo alle storie d’amore nei tuoi racconti…
In generale, ce n’è una che mi ha colpito moltissimo. Adesso non riesco a ricordarne il titolo. Quella in cui lo vede in sogno, no? “Chiudi gli occhi…”
Mi sono scese le lacrime dagli occhi.

ENGİN
Ti è piaciuto quel racconto?

BURAK
Sì, mi è piaciuto.
Nei tuoi racconti, in generale, non c’è un amore felice. Ce n’è uno, certo: due persone che invecchiano insieme e così via. Però anche lì la felicità sembra qualcosa che viene compresa dopo, raggiunta dopo. E poi c’è la malattia della donna… Non racconto qui il libro, naturalmente.

Voglio dire: anche quella felicità è una felicità filtrata, passata attraverso qualcosa. Non è una felicità spensierata, leggera. Da questo, però, non voglio trarre una conclusione facile, del tipo: “Allora sono tutte storie d’amore negative”. No, non è questo. C’entra piuttosto il tuo modo di guardare l’amore. In queste storie, evidentemente, c’è qualcosa che tiene in equilibrio qualcos’altro. Perciò ti chiedo: partendo dai tuoi racconti, mi racconti un po’ Engin rispetto all’amore?

ENGİN
In realtà, quelle storie, pur non essendo me, e pur non rappresentando completamente il mio modo di guardare la vita e l’amore, sono comunque cose che filtrano lì dentro attraverso le mie parole, le mie frasi, ciò che in quel momento ho immaginato. Naturalmente può esserci anche questo, però non voglio impostare la questione dicendo che una cosa felice, o una cosa in cui tutto è perfetto, non meriti di diventare storia. Non voglio formulare una frase così grossolana. Ha a che fare, piuttosto, con ciò che scegli. Con il modo in cui vuoi guardare.

Credo che le mie storie, in fondo, non cadano mai in un luogo troppo brutto, troppo negativo o troppo oscuro. Anche come carattere, forse sono un po’ così. Pur essendoci storie che potrebbero meritare l’oscurità, io non le lascio cadere lì. Perché nella vita preferisco sempre l’altro versante. Preferisco ciò che porta con sé uno scarto, una contraddizione, qualcosa di più ironico. E credo che anche in questa cosa che chiamiamo amore, che chiamiamo relazione, io ami proprio quello scarto ironico tra la realtà e l’immaginazione.

In parte credo davvero in questo. Lo dico sempre: le persone ci conoscono attraverso la televisione, vedono i personaggi che interpretiamo, li vedono innamorati, ma noi non sappiamo come poi continuino la loro vita. Lo spettatore conosce soltanto la parte visibile.

Pensiamola così: in Titanic ci sono due persone molto innamorate l’una dell’altra, e poi c’è quella scena finale. Le mani si separano, scivolano l’una dall’altra, e l’uomo finisce nel mare. Ma molto probabilmente, se lui si fosse salvato, magari una settimana dopo, a New York, si sarebbero lasciati. Però ciò che rende forte quel film è quell’istante. È quello che quell’istante crea: il fatto che, in quell’acqua fredda, le loro mani si separino.

La forza del cinema è lì.
E anche nella letteratura, nei racconti, si tratta in fondo di cogliere quella contraddizione dentro gli istanti. È questo il mio punto. Io non sono mai stato un uomo con schemi molto rigidi, uno capace di dire: “Nella vita io sono così”. Sono una persona a cui piace aggiornarsi, aggiornare anche se stessa, cambiare. Mi allontano molto dal punto da cui guardavo cinque anni prima. E anche da quello da cui guardavo prima ancora. La mia storia si è sempre sviluppata così.

Per questo, naturalmente, ho delle preferenze riguardo alla vita, ma non ho mai avuto una visione generale, rigida. Non ho mai avuto una definizione dell’amore. Però i sentimenti, il modo in cui certe cose arrivano in certi luoghi… Credo che siano loro a creare la storia. Con le tue parole: la questione del narratore, della narratività.

Anche nel cinema è così: ciò che crea la storia è il fatto che due persone non riescano a incontrarsi davvero. E anche ciò che accade dopo essersi incontrate… In realtà è quel conflitto a creare la storia. Io amo quel modo di raccontare a partire da una zona ironica, da una contraddizione. Due persone si incontrano, cercano di incontrarsi, ma c’è sempre una situazione ironica.

BURAK
Quell’ironia è qualcosa che usi anche nella tua recitazione.

ENGİN
La amo. Amo usarla. Però, per conto mio, non posso farne una definizione. Non posso dire: “Io guardo l’amore, la vita da questo punto, perciò i miei racconti sono così”. Allora mi limiterei molto, mi chiuderei in un posto. Sessizlik, per esempio, era un libro molto più ingenuo rispetto a questo. Era più legato ai miei anni Novanta, all’infanzia, ad Ankara, a storie più ingenue…

BURAK
Anche i personaggi erano più fanciulleschi.

ENGİN
Era una storia così. In quel periodo era venuta fuori quella. Perciò le cose che scrivi possono svilupparsi un po’ insieme alla tua vita, insieme a ciò che in quel momento è presente nella tua vita.

BURAK
Crescendo.

E allora, tu come guardi l’amore?
In realtà, da quello che hai appena descritto, io capisco più o meno questo: va bene, loro si sono presi per mano e così via, quella lotta valeva la pena di essere guardata, ma poi che cosa è successo? Forse si sono lasciati.

ENGİN
Sì.

BURAK
Però secondo me tu ti interessi anche a quella parte. Perché nei tuoi racconti c’è. Ti interessa anche la separazione. Allora la nuova domanda è questa: tu, come scrittore e come attore, lavori su una relazione nella sua profondità, nei suoi conflitti più intricati; la costruisci, la porti avanti, ne immagini anche la fine. Però, quando viviamo una relazione nella nostra vita, non facciamo così. Perché, se pensi già alla fine, rischi di non arrivarci nemmeno. Dentro questo dilemma, che posto ha tutto questo nella tua vita?

Non ti sto chiedendo della tua vita amorosa. Quella la conosco già. Mi interessa la parte legata a questo discorso. Lasciamo pure ai curiosi le curiosità che li interessano.
Quando scrivi racconti e quando reciti, da narratore guardi anche alla costruzione di una relazione. Ma questa costruzione, rispetto alla tua vita personale, resta davvero separata? Oppure a volte ci vai a sbattere contro?
Io, per esempio, per quanto mi riguarda, ci sbatto.

ENGİN
Succede così: faccio attenzione a una cosa. Guardo se il sentimento che devo interpretare, o che sto per scrivere, è un sentimento familiare. Se lo è, è bellissimo. Se conosco quel sentimento, se ce l’ho tra le mani o da qualche parte dentro di me, allora è una cosa meravigliosa. Dico: va bene, ci siamo.

Però anche conoscere, a volte, è pericoloso. Credi di conoscere una cosa, e invece magari quella cosa si trova in un luogo molto lontano da te. Conoscere qualcosa, sapere qualcosa, a volte è pericoloso. Soprattutto quando reciti.

Anche tu lo avrai vissuto: pensi di conoscere molto bene quel sentimento, ma proprio questa convinzione ti impedisce di scoprirlo davvero. Perché conoscere, sapere, rende quel sentimento qualcosa di definito. Qualcosa di netto. Ha un colore, ha un odore. Invece una cosa che non conosci vuoi scoprirla, vuoi raggiungerla. Lì c’è qualcosa di più avventuroso. Ci entri, ci infili dentro la testa. Una cosa che conosci è più sicura. Credi di averla nel palmo delle mani, cominci a interpretarla, ma poi ti accorgi che in realtà non c’è. Pensavi di conoscerla.

Anche quando scrivi succede qualcosa di simile. Una cosa che credi di conoscere, che pensi di sapere, può trasformarsi in qualcosa di molto noioso. Scrivere una cosa che sai già è noioso.
La realtà, in questo senso… Io lo dico sempre: scrivere la realtà. Va bene, la realtà è una cosa straordinaria. E poi c’è quel sentimento della realtà, che è una cosa bella. Però scrivere la realtà, per esempio, non mi colpisce molto. Non mi sembra così efficace.

BURAK
Hai già un racconto così, infatti.

ENGİN
Quale?

BURAK
Un personaggio che trova noioso scrivere la realtà.

ENGİN
Sì, c’è. Perché lo penso davvero, perché è qualcosa che sento.
Ci sono moltissime storie nate da un fatto accaduto a me. Mi sono detto: “Abbiamo vissuto una cosa così, dai, scriviamola”. Ho pensato: “Ah, questa è una bellissima storia”. Mi sono seduto per scriverla, desiderando davvero farlo, e poi non ci sono riuscito. Perché quella cosa era già reale. Era già accaduta. Quando cominci a scriverla, se non ci inserisci la finzione, se non pieghi e non modelli quella realtà, alla fine il punto a cui arrivi diventa comunque un punto diverso dalla realtà da cui eri partito. E allora dov’è la realtà?

Per questo, in punti come questi, l’amore, il mio modo di guardare la vita, certo, sono elementi molto determinanti, molto preziosi. Del resto, ciò che sei, la tua esperienza, la tua esperienza di vita, passano lì dentro. Si riflettono lì. Non scrivi qualcosa che sia indipendente da tutto questo. Oppure, quando reciti, qualunque siano i personaggi che hai conosciuto nella tua vita, in qualche modo li immagini, li vedi, oppure distilli qualcosa da loro e lo porti in quel punto. Però ciò che credi di conoscere, ciò che pensi di sapere, ciò che pensi di avere nel palmo della mano, non sempre ti fa sentire bene.

Io amo un po’ di più i sentimenti inquieti, non sicuri, quelli che non conosco del tutto, quelli che cerco di seguire. Naturalmente quella ferita, quella linea emotiva appartengono al mio sentire. Anche quel sentimento ha a che fare con la mia natura. Ci sono cose che riguardano il tipo di uomo che sono, il mio carattere. Alla fine, da lì non viene fuori qualcosa di diverso dalla mia natura. Non viene fuori qualcosa di completamente altro. Le reazioni che quei personaggi hanno lì dentro — non sto dicendo “io sono così” — sono però cose presenti nel mio modo di sentire la vita, nel mio bagaglio emotivo. Non sono sentimenti a me estranei, sentimenti che io non conosca.

BURAK
Molto bello.

ENGİN
Non so se sono riuscito a spiegarmi.

BURAK
Io non sono riuscito a formulare bene la domanda, ma secondo me tu hai risposto. Bravo.

ENGİN
Bravo a me.

BURAK
Bene, adesso torniamo un po’ alla recitazione. Anche quella è un’avventura narrativa…


La terza parte si chiude su questo punto sospeso: il rapporto tra ciò che si conosce, ciò che si crede di conoscere e ciò che invece resta da scoprire. Subito dopo, Burak riporta il discorso verso la recitazione. Anche quella, dice, è un’avventura narrativa: un’altra forma di racconto, in cui l’attore non si limita a interpretare un personaggio, ma lo attraversa, lo completa, lo riscrive con il corpo, con lo sguardo, con la propria immaginazione. Continua nella quarta parte.

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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