Più che un racconto, mi sembra la scrittura di un piccolo film. Per il modo in cui una voce entra nella scena prima di un volto, per gli sguardi che guidano il nostro, per la concretezza dei gesti e la struggenza di una storia che diventa una fotografia amara del contemporaneo.
Questo mondo è un fiore, pubblicato sul numero 70, settembre-ottobre, di Kafasına Göre, comincia dentro la bellezza sensuale di Istanbul. Le strade si abbracciano, si separano come innamorati; la città assume un corpo, un carattere, una capacità di seduzione. Engin Akyürek dà alle relazioni una forma visibile, prepara nel paesaggio ciò che poi ci chiederà di riconoscere nelle persone.
L’ironia accompagna i primi passi: il caldo, la tentazione dei taxi, i nomi sbagliati. Il narratore viene chiamato ogni volta in modo diverso dalla donna che gli chiede denaro; lui, il nome di lei, non lo ha mai domandato. Si conoscono da anni, eppure restano reciprocamente senza nome. Ho pensato a İsimsiz, “Senza nome”, la sua terza raccolta di racconti: qui l’anonimato abita una familiarità quotidiana, fatta di incontri che si ripetono senza diventare conoscenza. Soltanto i due bambini hanno un nome. È un principio di riconoscimento, del quale il racconto lascia avvertire tutta l’insufficienza.
Çiçek significa “fiore” ed è il nome della bimba. Il suo nome entra nel titolo e ne rende inquieta la promessa: questo mondo è un fiore, oppure il mondo è quella bambina? La traduzione letterale dice la prima cosa; la lettura continua a suggerirmi anche la seconda. Non anticipo la sua vicenda. Mi interessa lasciare aperta questa esitazione, fra la bellezza annunciata e la responsabilità che quel nome finisce per consegnarci.
Poi ci sono gli occhi. Quelli della donna, dove qualcosa di buono è rimasto impigliato; quelli di Yılmaz, sui quali si posa un giudizio forse troppo rapido; quelli color del cielo di Çiçek, che si annuvolano. Torna alla memoria la ragazza «con una nuvola nascosta negli occhi», di un altro suo racconto. Qui, però, lo sguardo diventa anche un problema di conoscenza: il narratore cerca risposte, dubita, si sorprende a leggere negli altri ciò che vorrebbe credere.
È in questa instabilità che riconosco la forza della scrittura di Engin. Le ripetizioni fanno tornare un gesto perché possiamo osservarlo diversamente; i silenzi incrinano le spiegazioni; l’ironia iniziale lascia emergere le difese di chi racconta. La scena rimane concreta, mentre il suo significato si fa sempre meno rassicurante.
E Istanbul, progressivamente, rivela la difficoltà di tenere insieme le vite che contiene. In questa frattura leggo la riflessione più dolorosa del racconto: una società può avere il disagio davanti agli occhi e perdere la capacità di comprenderlo, di raggiungerlo con un aiuto tempestivo. La buona volontà del singolo si muove dentro quella distanza. Engin le dà strade, corpi, voci. Leggendo, quella distanza finiamo per sentirla anche nostra.
Grazie come sempre alla preziosa Arzu.
Buona lettura e fatemi sapere la vostra!
Questo mondo è un fiore
Le strade di Istanbul si erano abbracciate… Le salite che promettevano il mare ti costringevano a respirare l’aria umida, rendendo il corpo appiccicoso.
Ogni bellezza ha un prezzo, e anche questa città dai sette colli aveva un suo modo di farsi desiderare. Istanbul era una città così: aveva fatto dei gabbiani un suono di sottofondo e lasciato i gatti a ogni angolo di strada come un ornamento. La brezza leggera che veniva dal Bosforo ti posava sulle labbra un piccolo bacio fresco nell’aria umida, per farti innamorare della sua bellezza…
Le strade abbracciate si allargarono e, come due innamorati che si separano, si abbandonarono alle vie più ampie. Faceva caldo e avevo un po’ di strada da percorrere a piedi. Per non restare bloccato nel traffico di Istanbul mi affidavo ai miei passi, non volevo che l’aria umida mi tormentasse l’anima. I taxi vuoti mi passavano davanti, rallentavano al mio fianco e suonavano il clacson, come per tentarmi. Normalmente, a quell’ora del giorno, trovare un taxi a Istanbul era impossibile. Lo sapevo: se fossi salito su un taxi, il traffico si sarebbe bloccato all’improvviso e sarei stato costretto a guardare, dall’interno del taxi senza aria condizionata, le persone che mi passavano accanto a piedi. Continuai a camminare, sentendo nei miei passi il peso delle incombenze quotidiane.
Una voce, un grido che mi suonava familiare, mi fece fermare.
Dall’altro lato della strada, una donna agitava le mani: capii che voleva raggiungermi e con i gesti mi diceva aspetta, aspetta.
«Mehmet abi, aspetta, ti prego, aspetta.»
Non mi chiamavo Mehmet; questa donna, ogni volta che mi vedeva, mi chiamava a gran voce con nomi diversi, mi si avvicinava e mi chiedeva denaro. Non sapevo mai quando e da dove sarebbe sbucata. Sembrava avere un suo angolo in ogni quartiere di Istanbul. Pur non conoscendo il mio nome, riusciva in qualche modo a spiegarmi le sue difficoltà e a ottenere denaro da me. Mi raggiunse trascinando il suo carrellino come fosse una parte del suo corpo: «Mustafa abi, ti supplico, devo comprare qualcosa da mangiare per stasera, non ho soldi.»
Era una donna bassa, magra e scura di carnagione; anche se la sua voce non ispirava fiducia, nel suo sguardo era rimasto impigliato qualcosa di buono. O forse ero io a volerlo credere, a voler convincere me stesso che facevo bene a darle quei soldi ogni volta.
La sua voce, che sembrava più vecchia di lei, portava il peso non degli anni, ma di ciò che aveva vissuto. Ogni volta che arrivava con il suo carrellino, aveva sempre accanto quel bambino che sapevo essere suo figlio, che andava in giro estate e inverno con una canottiera sottile, con il nero dei capelli che gli aveva colorato la pelle come un’ombra. Si chiamava Yılmaz, ma non conoscevo il nome della donna; a dire il vero, non glielo avevo mai chiesto: visto che già confondeva continuamente il mio, non avevo voluto aggiungere confusione. Mentre sua madre chiedeva denaro, Yılmaz di solito rimaneva in silenzio, mantenendo quel silenzio finché lei non otteneva il denaro richiesto.
Faceva caldo, a stare fermo lì ero diventato tutto appiccicoso. Senza tirarla ancora per le lunghe, infilai la mano in tasca e dal mazzetto che tastavo con le dita estrassi la banconota con più zeri. Ogni volta lei ripeteva la stessa frase e suo figlio indicava il negozio di alimentari più avanti:
«Mustafa abi, non darmi soldi, compra qualcosa al negozio.»
«Ho da fare, devo andare.»
Da tre anni ci scambiavamo quasi sempre le stesse parole.
Più era spesso il mazzetto che avevo in tasca, più lei insisteva per ottenere ancora un po’ di denaro. Mi stava davanti come uno sbarramento, impedendomi di camminare. Mentre cercavo di proseguire, incrociai lo sguardo di una bambina ferma sul marciapiede di fronte. Ci osservava; dal suo aspetto, dai suoi vestiti, capivo che conosceva quella donna di cui ignoravo il nome. Non aveva lo sguardo sfrontato di Yılmaz; dal marciapiede di fronte i suoi occhi color del cielo brillavano luminosi.
Accortasi di chi stessi guardando, la donna assunse un tono un po’ più lamentoso: «Mustafa abi, quella è la figlia di mia sorella maggiore, suo padre è in carcere e sua madre è appena morta, aiuta un po’ anche lei.»
Vedevo la bambina per la prima volta; era evidente che l’avevano appena avviata a queste cose.
«Come si chiama?»
«Çiçek, si chiama Çiçek, abi.»
La donna appoggiò a terra il carrellino, si stiracchiò e chiamò la bambina prima con la voce, poi con le braccia: «Çiçek, vieni qui.»
La donna mi fissava, sperando di ottenere altro denaro. Çiçek venne verso di noi trascinando i piedi; mentre si avvicinava, i suoi occhi color del cielo si annuvolavano.
«Quanti anni hai, Çiçek?»
Prima di rispondere, Çiçek guardò la donna, scrutò Yılmaz e abbassò la testa, come se volesse dire qualcosa con i suoi occhi color del cielo: «Ho otto anni.»
L’anima di Çiçek era ferita quanto il suo sguardo. Il vestito a fiori a maniche lunghe che indossava con quel caldo non era bastato a coprire i lividi sul collo e sulle braccia. Il vestito era lungo, ma la pelle livida che affiorava dagli strappi faceva tutt’uno con quel corpo che non veniva lavato da tempo. Non seppi come comportarmi e mi voltai verso la donna, come in attesa di una risposta. Lei non si rendeva conto di ciò che avevo visto: aspettava i soldi. Respirai profondamente l’aria umida e, senza sapere che cosa fare, tesi a Çiçek tutti i soldi che avevo in tasca. Senza alzare la testa, guardò il denaro che tenevo tra le mani.
Non seppe cosa fare; la donna mise da parte la sua voce lamentosa e passò a un tono allegro.
«Çiçek, su, prendi i soldi, Ahmet abi ti sta dando la paghetta.»
Çiçek prese il denaro con le sue mani piccole ma callose, non seppe cosa farne, volle nasconderlo tra i palmi. Sapevo che, appena me ne fossi andato, la donna avrebbe preso i soldi e se li sarebbe messi in tasca.
Ma sapevo anche che dovevo andare.
Volevo capire che cosa stesse succedendo a Çiçek.
Quella donna era davvero sua zia?
Perché quella bambina aveva quei lividi sul corpo?
Mi chinai fino all’altezza dei suoi occhi color del cielo e la guardai:
«Çiçek, vai a scuola?»
Non rispose, mosse la testa.
«Sei mai andata a scuola?»
Questa volta il suo sguardo era vuoto.
«Sai leggere e scrivere?»
Senza aspettare che Çiçek rispondesse, la donna intervenne: «Ahmet abi, quando suo padre è finito in prigione non è potuta andare a scuola, non avevano i mezzi, poi è morta anche sua madre ed è rimasta così.» Mi misi tra Çiçek e la donna e, senza farmi sentire dalla bambina, le chiesi ciò che dovevo chiederle: «Perché questa bambina ha dei lividi sulle braccia e sul collo?»
«Mustafa abi, è una gran monella, non credere che sia sempre così tranquilla, litiga con tutti i bambini della strada.»
Guardai Yılmaz in cerca di conferma: forse nel suo sguardo avrei potuto trovare un indizio di verità. Yılmaz non si rendeva conto della situazione, o forse ero io a volerla interpretare così; con le sue braccia scurite indicava il negozio più avanti. La donna aveva risposto tanto in fretta e senza pensarci che sembrava raccontare a tutti la stessa storia.
«Çiçek, questa donna è tua zia?»
Çiçek dondolò sul posto, come per dire di sì.
Il tono allegro della donna si trasformò in una melodia lamentosa.
«Ahmet abi, se vuoi vieni a casa, ti faccio vedere il suo documento d’identità, è la figlia rimasta orfana di mia sorella maggiore.»
Il caldo mi aveva lavato il corpo da capo a piedi; ero rimasto lì impalato, senza sapere che cosa fare.
«Va bene, dammi il tuo numero, chiederò anche in giro, cercherò di procurarle una borsa di studio o qualcosa del genere. Non può continuare così senza andare a scuola.»
La donna mi diede il numero di telefono con gli occhi che brillavano. Non so quali fossero le sue intenzioni, ma mi aveva confuso; anche ammettendo che mentisse, quella sua disinvoltura, il fatto che mi avesse dato il suo numero e mi avesse invitato a casa sua mi avevano un po’ rassicurato.
Gli occhi feriti di Çiçek, i lividi sul suo corpo non mi uscirono dalla mente per tutto il giorno. Mi trovavo ad affrontare una prova su un terreno sconosciuto, del tutto impreparato.
Avevo un problema vero, piombato come una bomba tra il lavoro, le incombenze e le preoccupazioni quotidiane.
Per giorni mi aggrappai a quella preoccupazione che avevo fatto mia. Sparsi la voce tra amici e conoscenti, trovai una borsa di studio, riuscii persino a mettere insieme una piccola somma per cominciare. Parlavo al telefono tre o quattro volte al giorno con quella donna magra e scura di carnagione di cui ancora non conoscevo il nome. Volevo dirle: se stai mentendo, ti sto alle calcagna.
Avevo un peso dentro, era come se ovunque guardassi ci fosse Çiçek, con i suoi occhi color del cielo e il suo sguardo ferito. A volte chiedeva aiuto, cercava di raccontare il suo dolore, altre volte con i suoi occhi color del cielo diceva che non c’era nessun problema; forse ero io a voler credere che fosse così, a non volere che occupasse tanto spazio tra le mie preoccupazioni quotidiane. Era tutto pronto: la borsa di studio, il denaro, la scuola che avrebbe frequentato; in una settimana avevo sistemato tutto. Per le pratiche e l’iscrizione a scuola servivano il suo documento d’identità e la presenza di chi ne fosse legalmente responsabile.
La donna magra e scura di carnagione faceva tutto quello che le dicevo e questo mi sorprendeva. Pensavo che non avrebbe voluto mandarla a scuola, eppure non aveva sollevato obiezioni. Forse mirava al denaro che avrebbe ricevuto da me per le spese scolastiche. I miei amici mi dicevano che avrei dovuto raccontare la situazione alla polizia, ma io non sapevo che fare, volevo credere a quella donna magra e scura di carnagione. Ottenuto l’indirizzo di casa, il giorno dopo mi misi in cammino. Le strade di Istanbul che si abbracciavano, lì dove mi aveva mandato la donna, sembravano essersi offese l’una con l’altra e non si parlavano più. Tra la polvere e la terra c’erano case simili a baracche. Alcune erano fatte di lamiera, altre non erano che tende. Tutto ciò che definiva Istanbul era emigrato da lì, se n’era andato. Nell’indirizzo che mi aveva dato la donna c’era un numero civico, ma davanti a quelle baracche non riuscivo a vedere né un numero né un segno che corrispondesse all’indirizzo che avevo in mano.
Chiesi ai bambini che giocavano, non sapevano; chiesi di Çiçek, mossero la testa; chiamai la donna, il telefono era spento. Non c’era neppure un motivo perché mi ingannasse: avrebbe almeno potuto prendere il denaro e poi sparire. Mentre mi guardavo intorno con un’ultima speranza, vidi Yılmaz: era seduto sotto un albero e scavava la terra con il pezzo di vetro che teneva in mano.
«Yılmaz, dov’è casa vostra? Non sono riuscito a trovarla, e anche il telefono di tua madre è spento.»
Yılmaz alzò la testa e mi guardò con gli occhi pieni di lacrime; questa volta non indicò il negozio, ma un posto che non conoscevo. Non capii che cosa fosse successo, cominciai ad avanzare verso il punto che indicava.
C’era un odore forte. Era tutto coperto di fango, facevo fatica a camminare, mi si bagnarono gli orli dei pantaloni. Camminavo come ipnotizzato. L’acqua accumulata aveva trasformato la strada sterrata in un piccolo stagno. Non riuscii ad andare oltre. Salii su una pietra, guardai davanti a me. Mi voltai nella direzione da cui ero venuto, pensando che forse Yılmaz mi avesse seguito. Sentii una voce, una voce che somigliava al cattivo odore e giungeva da più avanti, come un’eco. La voce si avvicinò, proveniva da dove non riuscivo ad andare. Mi alzai sulle punte dei piedi per cercare di vedere chi fosse.
«Mehmet abi, Mehmet abi.»
Era la voce della donna magra e scura di carnagione; nel suo tono c’erano agitazione e una supplica incomprensibile. La voce si avvicinò, agitai la mano come per dire sono qui; non so perché non gridai. La donna era dall’altra parte dello stagno; la terra rossa, mescolata all’acqua, era diventata fanghiglia. Passare era impossibile.
«Mehmet abi.»
«Che è successo, perché non rispondi al telefono?»
«Non chiedermelo, abi, stanotte sono successe cose terribili.»
La donna parlava gridando e piangendo, e io cercavo di restare calmo sopra la pietra.
«Che è successo, dimmelo.»
«Ahmet abi, ieri la nostra tenda è bruciata…»
La donna era a poca distanza; mi sembrava senza senso restare sopra la pietra. Forse cercavo di comprendere quello che diceva, prendevo tempo.
«Non ho capito.»
«Çiçek è morta, abi, la tenda è bruciata.»
Per molto tempo non riuscii ad andare alla tomba di Çiçek.
Forse aveva a che fare con il senso di colpa, forse con ciò che non riuscivo a mandare giù. L’essere umano è fatto così: non riesce a smettere di farsi domande, si chiede «e se non fosse andata così?» e tra migliaia di possibilità sceglie le più belle.
Non mi lasciavano gli occhi le immagini di Çiçek che andava a scuola, aveva successo, si reggeva sulle proprie gambe.
Avevo in mano un mazzo di fiori, dentro di me frasi che aspettavano di piangere.
Lo sapevo, i suoi occhi color del cielo mi avrebbero ricordato qualcosa ovunque avessi guardato…
