Le traduzioni

Engin Akyürek, il narratore: Ankara, la memoria e il bisogno di condividere

Engin Akyürek
Anlatıcı Sohbetleri, parte 1 della conversazione con Burak Tamdoğan

Questa è la prima parte della traduzione italiana della conversazione tra Burak Tamdoğan ed Engin Akyürek per Anlatıcı Sohbetleri.
La pubblicherò a puntate, per rispettare la lunghezza e la densità di un dialogo che attraversa molti temi: la narrazione, Ankara, la letteratura, la recitazione, la natura, l’amore, il tempo delle storie.
La conversazione ha il ritmo vivo del parlato: a volte le voci si accavallano, una frase dell’uno sembra proseguire nel pensiero dell’altro, alcuni passaggi procedono per intuizioni, riprese, mezze frasi. Nella traduzione ho cercato di restituire il più fedelmente possibile il senso, il tono e la sostanza del dialogo, privilegiando la chiarezza nei punti in cui la forma orale rendeva necessario sciogliere o raccordare alcuni passaggi.

Anlatıcı, in turco, significa “narratore”. È anche il nome della rivista/piattaforma intorno alla quale nasce questa conversazione.

Nel testo ho scelto di lasciare alcune parole turche quando conservano un valore affettivo o culturale. È il caso di edem, forma colloquiale e regionale usata con il senso di “fratello”, “fratello maggiore”, “abi”, qui carica anche della complicità tra Burak Tamdoğan ed Engin Akyürek. Ma che inevitabilmente ci richiama alla mente il modo in cui Hüseyin chiamava suo fratello Ömer Demir in Kara Para Aşk.


BURAK
Bene, buongiorno a tutti. Cominciare dicendo “oggi siamo insieme a Engin Akyürek” suona un po’ assurdo, perché io sono già qui con lui.
Engin’im, edem… Allora, la questione è questa: noi pubblichiamo una rivista che si chiama Anlatıcı. E il motivo per cui oggi, adesso, stiamo facendo una conversazione diversa dalle nostre solite conversazioni è che tu sei un narratore. E quando dico narratore, intendo il tuo essere narratore come attore, come scrittore, ma anche come qualcuno che raccoglie ciò che incontra, che parla, che racconta anche attraverso la parola.

Però bisogna entrare da qui. Tutti noi ci nutriamo da qualche parte e poi la forma, il colore della nostra foglia, del nostro ramo, diventano visibili, no? Ecco, scendere fino alla radice che nutre te come narratore: è questa la cosa che mi incuriosisce di più. Viene dalla famiglia? Dal quartiere?
Com’è il tuo rapporto con quel narratore? Nel racconto orale e in quello scritto. Raccontami un po’ questo. Da dove viene?

ENGİN
Hımm… Guarda, una domanda così, adesso, non me l’aspettavo. È una bella domanda, però rispondere come merita è davvero difficile.
Prima di tutto ti ringrazio per vedermi come un narratore.
È così, naturalmente… Mentre mi fai questa domanda, siccome un po’ mi conosci, siccome abbiamo anche alcuni punti in comune, puoi più o meno immaginare da dove io possa cominciare a rispondere.
Il fatto che siamo entrambi di Ankara, che siamo passati dagli stessi luoghi, che ci siamo laureati nella stessa università, che in quel percorso abbiamo incontrato molte persone dentro uno stesso orizzonte comune, che abbiamo camminato negli stessi posti… tutto questo porta con sé delle cose.

Naturalmente ricondurre la questione del narratore a un unico punto, a un unico luogo, sarebbe un po’ ingiusto. Però Ankara, come luogo in cui ho vissuto, qui ha un peso molto grande. Il suo clima, quell’aria, il liceo, l’università, quella cultura presente nel periodo dell’adolescenza: in realtà tutto questo ha avuto una parte enorme nella formazione del mio carattere e della mia personalità.

BURAK
Il mosaico umano di lì.

ENGİN
Esattamente. Ha avuto la sua parte.
E naturalmente qui entrano anche le caratteristiche del carattere, tua madre, tuo padre… Cioè, quando analizzi o racconti qualcosa, non puoi guardare da un solo lato. È un insieme.
Però qui l’elemento principalmente determinante è Ankara. Ankara, come sfondo del mio mondo interiore, occupa dentro di me un posto molto importante.
Del resto, quando scrivo, quando racconto qualcosa, nella mia immaginazione c’è sempre Ankara. Eppure la seconda metà della mia vita l’ho vissuta interamente a Istanbul. Sono arrivato a Istanbul a ventuno anni. Però ancora oggi, quando scrivo qualcosa, tornano le strade di Ankara…
Eppure non è che io conosca Ankara così bene. Cioè, Ankara adesso nella mia vita…

BURAK
Non conosci la nuova Ankara?

ENGİN
La nuova Ankara no… Per esempio mi chiedono: “Dove andiamo? Dove mangiamo?”. Io non conosco bene la nuova Ankara.

BURAK
Neanch’io, per niente.

ENGİN
Non la conosco. Ma è come quando nei sogni continui a vedere la casa della tua infanzia. Immagini sempre quella casa. Ci sono le stanze della casa in cui sei nato. Quella casa resta sempre da qualche parte nel tuo inconscio.
Le strade di Ankara, l’università, il liceo, le medie… Davanti ai miei occhi tornano sempre quelle strade che hanno formato la mia personalità e il mio carattere.

BURAK
Anch’io, leggendo, l’ho visto molto.

Scusami, in realtà avrei dovuto farlo all’inizio, ma a quanto pare questa sarà proprio una conversazione. Per chi non lo sapesse, diciamo questo: hai scritto tre libri, tre libri di racconti. Io li ho letti tutti e tre e li ho letti con piacere. Prima di tutto lo dico: consiglio di leggerli.
Ma l’attore Engin Akyürek lo conoscono già.

ENGİN
Grazie.

BURAK
Adesso, quando parliamo dei tuoi racconti, lo dico nel caso qualcuno che non lo sa pensi: “Ma che cosa sta dicendo quest’uomo, quali racconti?”.

ENGİN
Sì, certo. Ormai sono diventati tre. E io mi ritrovo a pensare una cosa del tipo: “Tre libri di racconti… Caspita, ma allora tu che cosa sei?”.

BURAK
Maşallah, Maşallah. E intanto naturalmente pubblichi anche una rivista.

ENGİN
La rivista, sì… In fondo questi libri sono un po’ la raccolta dei racconti che scriviamo sulla rivista.
Il punto di partenza, naturalmente, non è stato scrivere qualcosa dicendo: “Dai, facciamone un libro”. Questo viaggio non è iniziato così. Non è stato: “Pubblicherò un libro di racconti”.
Il mio percorso prende forma un po’ così. Io prendo forma durante il viaggio.
Per esempio, spesso mi chiedono: “Che cosa succederà tra dieci anni? Che cosa immagini tra dieci anni? Che cosa hai immaginato per te tra dieci anni?”. Io non ho mai avuto immagini così concrete di me nel futuro. Sono sempre cose più astratte. C’è una sensazione, c’è un odore, c’è qualcosa. Poi quella cosa prende forma da sé, arriva lì. Anche il libro è stato così.
Scrivevamo. Poi è nato da un punto del tipo: “Ah, allora aspetta, raccogliamoli insieme. Che resti qualcosa nel tempo, che rimanga come un ricordo per amici, persone care, per chi amiamo; qualcosa che possiamo regalare”. È cominciato da lì.
Poi ho capito una cosa: ho visto che nella vita produrre qualcosa al di fuori del lavoro che faccio come attore mi faceva stare bene. Ho visto che questo mi faceva bene come essere umano, e in realtà ho scelto di custodire questo sentimento.
E qui non sono partito da una pretesa letteraria. Proprio per questo dico sempre, tra parentesi: “Se avete qualcosa da condividere attraverso le vostre storie, condividetelo”.
Io, tra l’altro, condividevo già da sempre. Le persone leggevano le cose che scrivevo.

BURAK
Scrivevi anche prima.

ENGİN
Sì, scrivevo. Cioè, le facevo leggere alle persone. Le davo da leggere agli amici, alle persone vicine… “Ho scritto un racconto così”, cose del genere.

Non ho mai avuto nemmeno il problema che piacesse o non piacesse. Non ho una cosa del genere. Anche per questi libri, il fatto che potessero non piacere… Se piacciono, naturalmente ne sono felice, ma il fatto che potessero non piacere per me non era una questione.
Non essendoci una preoccupazione del tipo: “Oddio, non piacerà; oddio, venderà poco; oddio, succederà questo o quello”, e avendolo fatto con questa tranquillità… forse proprio per questo è arrivato fin qui.

Altrimenti, quando intraprendi questo viaggio orientandoti al successo o partendo da un’aspettativa di quel tipo, allora quella cosa ti porta su una strada molto diversa.
Io l’ho fatto in modo un po’ istintivo, perché rimanesse un ricordo, perché restasse da qualche parte.
Mi ha fatto bene scoprire che potevo fare qualcosa anche al di fuori della recitazione.

BURAK
Adesso però mi inserisco. Può anche darsi che tu non abbia una pretesa letteraria. Tu affronti la questione da una posizione molto modesta, però hai una lingua letteraria. Anzi, ti dirò questo: per esempio, leggendo l’ultimo libro, credo in “Cehennem”, ho pensato… Il tuo modo di descrivere la solitudine, il dolore… Cioè, si potrebbe creare un dizionario di queste tue definizioni.
E poi hai qualcosa che ti appartiene. Qualcuno potrebbe dire: “Fratello, questa cosa l’ha già detta anche lì, e anche qui torna qualcosa che aveva già detto altrove”. Ma è il tuo sentimento.
Se una stessa espressione ritorna — per esempio “ridere follemente”, che potresti usare anche in un altro racconto — non è lì che si esaurisce la questione. Letterariamente, tu stai dicendo qualcos’altro.
Parli di sprofondamenti interiori, di movimenti verso l’esterno. Hai una lingua letteraria. Voglio dire, essere modesti è una bella cosa, però…

ENGİN
La modestia può essere fraintesa. Io non sto cercando questo, però il motivo per cui parlo davvero da questo sentimento è questo: ho un grandissimo rispetto per la letteratura.

Ho un grandissimo rispetto per gli uomini e le donne di letteratura. Ho un grandissimo rispetto per il fatto che la scrittura sia una professione importante, una questione profonda, e per le persone che si guadagnano la vita da questo. Prima di tutto dobbiamo avere rispetto per questo.

Io lo dico con questo sentimento perché non mi guadagno la vita da questo, perché lo faccio un po’ per piacere, per desiderio personale. Naturalmente non posso essere io a decidere se questo stia o non stia dentro la letteratura. E il fatto che tu la pensi così mi rende felice, fratello.

Però questa pretesa… In realtà, il motivo per cui lo specifico tra parentesi è che, secondo me, ciò che permette alle persone di arrivare al punto di condividere qualcosa è, in parte, proprio trovarsi in questa tranquillità. Cioè, anche a diciott’anni facevo leggere a qualcuno il racconto che avevo scritto. Che questa condivisione nasca dalla fiducia in sé oppure no, in realtà bisogna mettere da parte il sentimento del piacere o non piacere, dell’essere approvati o non approvati. Quando ci si muove con quel sentimento, allora finisci per stringerti in un angolo e cominci a costruire con quel libro e con ciò che hai scritto un rapporto fatto di aspettativa, un rapporto pragmatico.

E questo significherebbe collocarsi in un posto molto diverso. Io non sono questo. Io sono un attore. Non ho aspettative da questo lavoro. Non ho un’aspettativa letteraria. Non ho il problema di essere approvato. Ho una sola aspettativa: condividere. Condividere, e le mie storie…
E poi c’è quella cosa, no? “Chi sei, che cosa sei, qual è la tua questione? Qual è il tuo modo di guardare la vita?”. In realtà, un po’ attraverso queste cose… In questo libro l’ho sentito ancora di più. Lì ci sono, anche se non in modo concreto ma in modo astratto, alcune cose su come io guardo la vita, su come comunico con la vita, con l’essere umano, con le relazioni, con il momento, con la natura.

BURAK
Ci sono molti indizi.

ENGİN
Ci sono.

BURAK
Io vorrei parlare proprio a partire da lì, però tornerò alla prima domanda.
La prima domanda adesso te la farò anche così. Forse prima l’avevo posta in modo più ampio. Chi è stato il primo narratore nella vita di Engin, del piccolo Engin, dell’Engin bambino?
Chi era la persona di cui ascoltava le storie?

ENGİN
Bella. Allora… In realtà mi hanno cresciuto mia nonna materna e mio nonno. Siamo cresciuti insieme a loro, dentro una casa. Era una casa con il giardino. E in realtà era un luogo in cui c’erano rapporti di vicinato molto stretti… Cioè, quella cosa che chiamiamo vicinato non corrisponde al vicino che intendiamo oggi nella vita moderna, dentro gli appartamenti, quello che incontri sulla porta o nel parcheggio.
Con il vicino avevi una relazione, c’era un’amicizia, c’era uno scambio, c’era un senso di responsabilità, c’era un’aspettativa.
Il vicinato, in realtà, è molto importante. Con la mia mente di bambino io lo vedevo. Cioè, il vicinato è una cosa importante.


Continua nella seconda parte, dove il racconto di Engin Akyürek torna ad Ankara, alla memoria dei quartieri e alla natura come luogo di interrogazione.

Per ascoltare la sua voce:
https://www.youtube.com/watch?v=I9GMPgUt3pM&t=59s

2 Comments

  1. Grazie Ros!!!🌺

    1. Di nulla 🙂

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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