engin akyürek

Racconto di Engin Akyürek per il numero 52 della rivista Kafasına Göre
Settembre-Ottobre 2023

Ho passato mesi a contare da quanti giorni non dormivo più, con le palpebre che sembravano cucite alle orbite perchè non si chiudevano. Ogni volta che cercavo di chiuderli, gli acidi che si formavano nel mio stomaco viaggiavano per tutto il corpo con il vigore che prendevano dal cuore, bruciandomi prima le narici e poi gli occhi assonnati, e ciò che accadeva era causato dal mio mal d’amore. Stavo sperimentando gli effetti chimici della sofferenza per amore, per questo non riuscivo a dormire da mesi. Medici, psicologi, farmaci e innumerevoli video su Internet che conciliano il sonno non funzionavano.

Cinque mesi e venti giorni fa era improvvisamente uscita dalla mia vita… Sono queste le conseguenze che si sperimentano, quando la persona che si ama lascia la tua vita e ne sceglie un’altra a migliaia di chilometri di distanza. Non sarebbe male se potessi cancellare dalla mia memoria le immagini che provocano il mal d’amore, come nel film “Se mi lasci ti cancello” *.
Quando ho visto questo film per la prima volta, avevo un secchio di pop corn in grembo e un sorriso stampato sulla bocca. Se lo guardassi ora piangerei come un bambino, come se versassi del sale sulle mie ferite aperte, e avrei ancora più insonnia.
Una sola frase mi ha legato a un mondo senza sonno per cinque mesi e venti giorni: “Me ne vado…”

Sognare, far riposare le mie cellule stanche, svegliarmi con le lacrime agli occhi e sbadigliare, erano come un sogno molto lontano. Quando non si riesce a dormire, ci si ritrova in un mondo nuovo, si seguono i tg della notte fin nei minimi dettagli, ci si ossessiona con dettagli assurdi e con gli errori di film già visti tante volte, si tempestano amici e familiari di messaggi, si prova a leggere qualcosa, ci si annoia, si tenta di dormire, ci si arrabbia, si inventano risate sguaite e si parla da soli.

Il dolore di non riuscire a dormire stava superando il dolore dell’amore e la nostalgia per chi era andata via… L’oscurità della notte si era infiltrata in casa mia, trasformando il divano a tre posti del soggiorno in un’unica poltrona, il telegiornale della notte era incollato al mio orecchio. Poiché le immagini non erano nitide per i miei occhi che stavano andando a fuoco, osservavo con le orecchie. I suoni diventavano immagini e le immagini sembravano suoni emessi da bambini che sanno appena balbettare.

Mancavano due ore all’alba. Fissavo assonnato il tavolino al centro del corridoio, sotto l’effetto ipnotico del riassunto del telegiornale della sera che avevo guardato ogni mezz’ora. Mentre mi sfregavo con le dita le orbite doloranti, un’immagine filtrata dal televisore mi spinse a guardare lo schermo con maggiore attenzione.
C’era una di quelle interviste di strada che si trovano su tutti i media, ma non riuscivo a capire cosa venisse chiesto nè come venisse risposto.

Due occhi luminosi mi fissavano attraverso lo schermo. Era come se il fermo immagine dell’intervista nella ventiduesima strada si fosse staccato e avesse preso vita sul muro della mia stanza. Le mie pupille, che bruciavano da tempo, si sono spalancate interrogandosi su questa ragazza che stava rilasciando un’intervista in un notiziario notturno. Forse era solo un gioco del mio cervello per curare l’insonnia.
Chi era questa ragazza?
Ha dipinto con gli occhi la parete della mia stanza ed è stato come se mi avesse svegliato con la sua anima nascosta dietro il microfono. Avevo voglia di tuffarmi in un gioco nel buio della notte, come un adolescente che sente l’odore della malizia.
Essendo un nottambulo esperto, sapevo quando c’era il telegiornale notturno. Cominciai ad aspettare con eccitazione le notizie successive. Il tempo non passava, il sole, che si preparava a sorgere, ammiccava attraverso le tende.

Dopo il riassunto della giornata, è iniziata la sezione con le interviste di strada e un’eccitazione che non avevo mai provato prima ha invaso il mio corpo. Sentivo con la mente e pensavo con il cuore, stavo creando un gioco per ingannare me stesso. Questa ragazza che appariva sullo schermo, con i suoi occhi profondi, girava per la mia stanza con voce familiare, come se fosse lì da anni e io la stessi guardando.

Sarebbe civile se scrivessero sotto queste interviste i nomi degli intervistati…
Quanto meno conoscevo la strada dove si svolgeva l’intervista, fantasticavo di poterla incontrare in quella via, dove ogni giorno passano migliaia di persone. Era un’ottima offerta di lavoro per la mia insonnia.
Sarei andato ogni giorno in quella strada ad aspettare che passasse quella ragazza. Non avevo nulla in programma da fare dopo…

Il sole aveva sfiorato le tende e si era insinuato nella mia stanza. Ho fatto colazione e sono uscito con una speranza fresca e frizzante, come se avessi dormito per giorni.

Giorno 1: ho trovato un nascondiglio dove potevo localizzare la posizione, determinare gli angoli avanti e indietro dalla strada, e riuscire a vedere dappertutto.

Giorno 2: il posto non mi piaceva, mi sono trasferito in un altro luogo dove non batteva il sole.

Giorno 3: pioveva, ho cambiato di nuovo luogo perché non era riparato.

Giorno 4: Il luogo che ho trovato era molto buono, ma avrebbe attirato l’attenzione dei commercianti che mi avrebbero cacciato in malo modo.

Giorno 5: poliziotti in borghese si sono insospettiti della mia presenza e mi hanno portato alla stazione di polizia. Mi hanno rilasciato dopo mezz’ora.

Giorno 6: ho iniziato a guardarmi intorno per strada.

Giorno 7: ho aspettato all’ingresso della strada.

Giorno 8: ho aspettato all’uscita della strada.

Giorno 9: non si è presentata in strada…

Giorno 10: non si è presentata in strada…

Giorno 18: non si è presentata in strada…

Giorno 19: non si è presentata in strada…

Giorno 37: non si è presentata in strada…

Giorno 38: non si è presentata in strada…

Giorno 39: tutti in strada mi riconoscevano e cominciavano a salutarmi, almeno così mi sembrava.

Giorno 40: capisco che mi trattavano come il pazzo della strada.

Giorno 41: i negozianti che mi inseguivano con insulti hanno iniziato a servirmi tè, caffè e cibo.

È più probabile incrociare qualcuno in una strada in cui si è già passati prima, che se non ci ci si è mai stati. Credevo che, probabilità, ciclo fatale, buone intenzioni sparse nell’universo, qualunque cosa chiamiate statistica, un giorno avrebbe attraversato quella strada. Avrei cercato di spiegare il nostro incontro in termini di coincidenze, poiché non avevo mai pensato a cosa dire se l’avessi incontrata e non riuscivo a trovare una spiegazione logica. “Stavo guardando il telegiornale della sera perché non riuscivo a dormire e ti ho visto lì, sono rimasto così colpito che ti ho aspettato per strada per giorni…”. Sento un primo schiaffo e poi uno schiaffo violento sul viso arrivare in un quarto di secondo…

Giorno 57: Non è comparsa ancora in strada.

Giorno 58: Non è comparsa ancora in strada.

Giorno 59: Qualcuno è passato per la strada togliendomi l’immagine dalla memoria…

Il mio corpo non riusciva a dare la risposta giusta a questo momento che aspettavo da tempo. Non sapevo cosa fare o cosa provare.

La sagoma che mi passò davanti cominciò a scomparire tra la folla. Con gli occhi seguivo la sua testa, che diventava una punta di spillo tra la gente, cercando di mantenere la distanza a piccoli passi.

Accelerai e cominciai a seguire l’ombra che avevo segnato con gli occhi. Regolavo la mia andatura in base alla distanza che ci separava e, man mano che mi avvicinavo, elaboravo nella mia testa la prima frase della messa in scena dell’incontro. L’onda della folla dietro di me mi trascinò fino alla fine della strada.
C’era una distanza di due metri tra noi.
La strada finì e la folla ci aveva avvicinati.
Muovevamo i nostri passi con lo stesso ritmo, camminando sulla stessa linea come se stessimo correndo a cavallo.

Entrò in una caffetteria in fondo alla strada.
I miei passi erano inutili quando entrò improvvisamente nella caffetteria.
Guardavo il caffè con gli occhi e con i passi mi allontanavo.
Come se mi muovessi in cerchio, feci un’inversione a U e tornai all’uscita della strada.
Era nel bar con tre tavoli e si stava accendendo una sigaretta, in attesa del caffè che aveva appena ordinato. Mi sedetti al tavolo vuoto della caffetteria con tre tavoli.
Stava inalando profondamente la sua sigaretta.
Ho ordinato anch’io un caffè, non fumavo una sigaretta, ma la inalavo anch’io.
Quando il cameriere mise il caffè sul mio tavolo, improvvisamente mi sollevai allungando la testa verso il suo tavolo, che era ad appena un metro: “Mi scusi, posso avere una delle sue sigarette?”.

Quando i suoi occhi toccarono i miei, capii che non era la ragazza che avevo cercato per un mese e che avevo visto in un’intervista per strada. Come un gioco di ombre, il mio cervello aveva giocato di nuovo, forse per chiudere la partita. Le briciole di speranza che aspettavano di germogliare erano sparse dentro di me, ma mi piaceva che una sensazione familiare fosse lì sul tavolo accanto a me.

“Prego…”

Con le sue dita sottili mi tese il pacchetto di sigarette e con la sua voce delicata mi accese la sigaretta.
Dato che non fumo, il fumo che passava dalle labbra sino alla gola mi fece gonfiare come un palloncino.
Se avessi liberato il fumo che mi riempiva, si sarebbe trasformato in tosse.
Con i miei occhi arrossati potevo vedere il sorriso che si posava sul bordo delle sue labbra.
Cominciai a tossire come se mi stessero cadendo i polmoni in mezzo al bar con tre tavoli.

“La sigaretta ti ha dato fastidio?….”
“Ho smesso di fumare, ecco perché tossisco”.

Bevevo il caffè come se fosse uno sciroppo per la tosse.
Io tossivo, lei fumava la sua sigaretta e rideva di gusto.
Allungai la mano come se seguissi il ritmo della mia tosse:

“Coff, coff, mi chiamo…coff…”.
“Piacere di conoscerti, io sono Nida”.

È così che ci siamo conosciuti.
Conversazioni, perdite, dolori, coincidenze, intenzioni che completavano le stesse frasi cominciarono a legarci.
Sapeva che non dormivo più da molto tempo. Dopo sette mesi e quattordici giorni, mi addormentai per la prima volta accanto a lei.

Ero alla deriva in un vuoto profondo, mi sembrava di sognare e avevo molta paura di svegliarmi.
Lo spazio in cui fluttuavo mi ha lasciato in un luogo che conoscevo molto bene.
Ero seduto a un tavolo con la mia ex ragazza. Il locale era pieno. La mia ex cercava di controllare il suo nervosismo, guardandomi con un sorriso finto. Nel mio sogno tutti i suoni scomparvero, la mia ex ragazza iniziò a muovere la bocca.

Riuscivo a capire cosa stava cercando di dire. Stava facendo il suo discorso d’addio, era come se tutti i presenti ci guardassero. La mia ex fece il suo discorso d’addio e all’improvviso se ne andò, le voci nel locale cominciarono a tornare e i volti indefiniti cominciarono a umanizzarsi. Quando alzai lo sguardo, c’era Nida al tavolo di fronte a me. L’uomo accanto a lei gridava e gesticolava. L’uomo si alzò rapidamente dal tavolo e se ne andò. Io guardavo Nida cercando di capire perché si trovasse nel mio sogno. Anche lei mi guardava.
Senza smettere di guardarci, mi alzai per avvicinarmi al suo tavolo…

Improvvisamente i miei occhi si aprirono. Ero di nuovo nel mondo reale.
Mentre cercavo di capire cosa fosse successo nel sogno, al mio orecchio sinistro la voce di Nida, che dormiva accanto a me, sembrò diversa. Girai la testa, dagli occhi chiusi di Nida uscivano delle lacrime:

“Ti prego, chiudi gli occhi…”.
“Non capisco…”.
“Vieni da me al tavolo… Chiudi gli occhi…”.

*Eternal Sunshine of the Spotless Mind  in italiano Se mi lasci ti cancello, è un film del 2004 con Jim Carrey e Kate Winslet. E’ la storia di una coppia che dopo aver interrotto la loro relazione si sottopone ad una procedura medica per cancellare l’un l’altro dai rispettivi ricordi.

Ros
Editing del testo tradotto. Fonti consultate: Kapa Gözlerini,
comparazione con le traduzioni delle bravissime fan straniere di EAFOREVER; EAUHW

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Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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