Una foto, una storia.
Lo sapevamo: appena Engin Akyürek ha pubblicato quello scatto, qualcosa si è mosso.
Nella luce, nello sguardo, nella musica scelta (High Hopes dei Pink Floyd).
Ma anche dentro di noi.
Me lo avete scritto in tante: “Ora devi inventare una storia”.
La dedico a Melina che prima ancora che io vedessi la foto – segnalatami da Anna Maria con tono di sfida simpatica “Prova a scrivere!” 😊 – mi aveva scritto: voglio questaaaaa per la storia.
Insomma eccomi qua.
Mi sono lasciata guidare dalle emozioni, immaginando il suo modo di camminare, guardando quella giacca nera che sembra venire da un altro tempo, quel sorriso che sembra parlare a qualcuno. Già, ma a chi?
Vabbè, non mi dilungo, questa è la nuova storia per la rubrica “Una foto, Un racconto”
Ah se potete, leggetela ascoltando High Hopes.
E ditemi se vi è piaciuta 🙂
Un istante intero
Non l’aveva riconosciuto subito.
O forse sì. Ma era più facile fingere il contrario.
Era cambiato, certo — i capelli più lunghi, la barba più piena, la voce forse leggermente più roca.
Ma camminava ancora nello stesso modo. Come se avesse dentro una musica tutta sua.
Si erano incontrati per caso, mentre lui passava accanto al vecchio centro congressi.
Lei usciva dalla libreria, un libro in mano, il telefono nell’altra.
Poi si erano incrociati. Uno sguardo breve, forse più lungo del necessario.
In quel frammento di istante — lì, nel mezzo del nulla quotidiano — tutto si era fatto silenzio.
Era un martedì qualunque, l’ora incerta in cui la luce comincia a cambiare senza che te ne accorga, e le ombre allungandosi sembrano trattenere i pensieri.
Il traffico scorreva poco distante, distratto e regolare.
Ma lì, proprio lì, qualcosa si era fermato.
Come se il mondo avesse smesso di ruotare solo per un attimo.
Come se quella canzone — High Hopes — si fosse sollevata da terra, invisibile ma presente.
Arrivava da un locale lì accanto, a volume basso, quasi timido, come se qualcuno l’avesse scelta solo per loro.
“Ti aspettavo”, sembrava dire il suo sorriso.
Lei sentì qualcosa vibrare sotto lo sterno, un impulso improvviso, quasi infantile.
Come se il tempo si fosse contratto e tutto potesse cominciare da lì, da quel preciso secondo.
Per un attimo credette davvero che lui stesse per fermarsi.
Che avrebbe detto il suo nome.
Impossibile, non conosce nemmeno il mio nome, pensò lei.
Eppure si ritrovò ad aspettare quella voce che conosceva a memoria, che avrebbe riconosciuto tra mille anche dopo anni di silenzio.
Sentì le mani farsi leggere, come quando sei a un passo da qualcosa che hai desiderato troppo.
Rimase immobile, il fiato sospeso, le parole che premevano dentro ma non trovavano uscita.
Lui però non disse nulla.
Fece solo un piccolo cenno con il capo — o forse lo immaginò — e si voltò, continuando a camminare.
Non accelerò, non esitò.
E in quell’andatura decisa e leggera, lei capì.
Quel sorriso era per lei. Ne era certa.
Ma era tutto lì: un istante, niente di più.
E non c’era niente da trattenere.
Fu solo più tardi, rientrando a casa, che se ne accorse.
Aveva appoggiato la borsa sul tavolo, le chiavi vicino al vaso di vetro pieno di conchiglie raccolte anni prima, in un’estate che sembrava appartenere a un’altra vita.
Si era lasciata cadere sulla sedia, ancora con addosso quel senso sospeso — la sensazione precisa di chi ha visto qualcosa che non sa spiegare.
Aveva ancora il suo sorriso negli occhi. Nitido. Persistente.
E insieme a quel sorriso, l’immagine di lui:
la giacca di pelle che sembrava assorbire la luce e restituirla solo a chi sapeva guardare davvero;
il passo calmo, misurato, come se avesse dentro una musica tutta sua;
gli occhiali da sole, il viso in parte nascosto eppure riconoscibile in ogni tratto;
l’orologio al polso sinistro, quello che toccava ogni tanto con l’altra mano, come per assicurarsi che il tempo stesse davvero passando.
E quel modo di camminare.
Misurato. Silenzioso.
Ma pieno.
Di chi non ha bisogno di essere visto per esserci davvero.
Quando infilò la mano nella borsa per riprendere il libro, si accorse che non era quello che aveva scelto.
La copertina era diversa. Il titolo le era del tutto estraneo.
Un errore alla cassa, pensò. Uno scambio involontario.
Lo sfogliò con curiosità distratta.
E fu allora che vide la dedica.
Una grafia elegante, precisa, tracciata con cura su una delle prime pagine:
Istanbul, 13 maggio 2015
Per Engin,
perché certi incontri vanno lasciati accadere due volte.
Lei restò immobile, le dita ancora appoggiate alla pagina.
Per un attimo pensò che potesse essere uno scherzo, un caso.
Ma non lo era.
E all’improvviso, tutto prese una forma diversa:
il suo passo lento, quel cenno con il capo, quel sorriso.
Non erano per lei.
Non lo erano mai stati.
Chiuse il libro con calma.
Si alzò, andò in cucina, si versò un bicchiere di vino.
Poi tornò alla finestra.
Si sedette.
Fuori, la sera si stava stendendo piano, come un velo caldo sul giorno.
E si gustò il tramonto.
Ros 🙂
Il post di Engin lo trovi qui:

Un incontro indimenticabile, di quelli che ti rimarranno per sempre impressi nella memoria, che ti scalderanno il cuore quando la malinconia ti avvolge…e tu penserai: Io l’ho visto, esiste davvero ed il mondo ti sembrerà più bello…Grazie Ros, per avere saputo fermare quel momento come solo tu sai fare …
❤️