Quante storie per un vino Rosaria Bianco

Articolo di Rebecca Di Gregorio per L’attacco di Foggia (che ringrazio)

Nel panorama editoriale contemporaneo, dove la comunicazione del vino è spesso saturata da tecnicismi estremi, punteggi e descrizioni organolettiche standardizzate, emerge una voce fuori dal coro capace di restituire al prodotto della vite la sua dimensione più autentica: quella umana. Il nuovo libro di Rosaria Bianco, intitolato “Quante storie per un vino – Dodici racconti per dodici vini pugliesi”, edito da Kleos Press (marchio di Edizioni Ampelos), si pone esattamente su questo crinale. Non una guida, non un manuale per addetti ai lavori, ma una raccolta di dodici frammenti di vita che utilizzano il vino come bussola per esplorare i sentimenti. L’autrice, sommelier professionista e giornalista di lungo corso, ha scelto deliberatamente di far compiere alla sua competenza tecnica un passo di lato, permettendo all’emozione di guidare la penna. Questa scelta non è casuale, ma affonda le radici in una visione profonda del vino inteso come veicolo di messaggi. “Il vino contiene già gli elementi tipici della narrazione – spiega l’autrice a l’Attacco. Un luogo-il territorio, la cantina-, un tempo, quello necessario per produrlo, un evento, come la vendemmia, e dei personaggi, in primis il produttore. Ho riflettuto su un aspetto meno evidente: anche chi beve entra in questa narrazione e ne cambia la percezione. Lo stato d’animo, il momento che si sta vivendo, un incontro. Il vino ha una capacità rara: si lega a quell’istante e lo trattiene”.

Il volume si struttura come un mosaico geografico che tocca i punti nevralgici della vitivinicoltura pugliese. La selezione delle etichette non ha seguito logiche commerciali o di classifica, ma si è basata su una “chiamata” sensoriale che l’autrice ha sentito nei confronti di determinati vini e dei loro produttori. Bianco chiarisce infatti il metodo adottato: “Sono partita dalla mia esperienza, dai vini che avevano già una relazione con me. Una volta scelti, mi sono lasciata guidare da un dettaglio: una caratteristica del vino, il colore, un sentore, il nome, il luogo di produzione, la storia del produttore. Per ogni vino c’è stato un elemento che ha acceso la miccia, intorno a cui ho costruito la storia. Avrei potuto continuare: la lista è molto più lunga. Ma insieme all’editore abbiamo scelto di fermarci a dodici. Questo libro nasce così: come una prima esplorazione, quasi un laboratorio di scrittura”.

In questo processo creativo, la duplice veste professionale dell’autrice ha giocato un ruolo fondamentale. Se la sommelier conosce le regole del gioco, la giornalista sa come smontarle per arrivare al cuore del lettore. Sull’equilibrio tra queste due anime, Rosaria Bianco commenta: “La formazione da sommelier mi ha dato la conoscenza della materia, un metodo di approccio tecnico; la scrittura giornalistica mi ha insegnato ad andare all’essenziale. Nel libro però ho scelto di spostarmi su un altro piano. Non descrivo il vino, né racconto la storia del produttore, ma ho cercato di restituire, attraverso la forma del racconto, la complessità e la bellezza di questo mondo”.

Uno dei passaggi più significativi del libro riguarda il legame con la Capitanata. Partendo dalle terre rosse del profondo sud, il racconto risale la penisola pugliese fino a giungere a San Severo, terra di grandi tradizioni e visioni pionieristiche. Proprio qui l’autrice incrocia una realtà simbolo dell’eccellenza spumantistica: “Parto da sud, dalla Terra d’Otranto con il Negroamaro, e attraverso altri territori e vitigni- Verdeca, Fiano, Susumaniello, Primitivo -fino ad arrivare in Capitanata. Per questa zona ho scelto il D’Araprì Brut Rosé, uno spumante che racconta bene l’identità di San Severo e il percorso dei suoi produttori, capaci di trasformare un’intuizione visionaria in una realtà di eccellenza. È un vino che lavora molto sulla luce, già a partire dal colore, e proprio da questa suggestione è nato il racconto che gli ho associato: un sogno fatto davvero. In fondo, anche la nascita del primo metodo classico pugliese è stata, prima di tutto, un’idea che sembrava un sogno”.
I dodici racconti sono popolati da personaggi che vivono ritorni, riconciliazioni e momenti di quotidiana poesia. Sebbene si tratti di narrativa, è impossibile non scorgervi l’ombra dell’esperienza vissuta. Il vino emerge come una “matrice di identità”, un elemento che più di ogni altro prodotto agricolo riesce a cristallizzare il paesaggio e la cultura di un popolo. Bianco sottolinea la sacralità di

questo legame: “Dentro un vino c’è un territorio, ma anche il lavoro continuo di chi lo coltiva. I vignaioli, in questo senso, sono custodi del paesaggio: lo curano, lo trasformano, lo rendono leggibile. Il vino non si limita a rappresentare un luogo, lo rende vivo. Forse è anche per questo che ho sentito il bisogno di restituire qualcosa, attraverso questo libro, a un mondo che frequento abitualmente per ragioni professionali e che, nel tempo, mi ha dato molto”.

L’opera si pone anche come un manifesto per una nuova comunicazione del vino, meno elitaria e più inclusiva. “Sembrerò scontata ma sono legata a tutti i racconti. E sfogliare il libro mi dà un’emozione incredibile. Il linguaggio tecnico è necessario, il vino ha un suo codice e richiede strumenti adeguati per essere descritto, soprattutto per un pubblico competente. Ma essendo uno straordinario elemento culturale e narrativo, si può e si deve raccontare anche con un linguaggio diverso. Il mio libro in fondo nasce da qui: mi sono chiesta se fosse possibile raccontarlo anche attraverso una forma narrativa”.

Il volume è disponibile in libreria e negli store online.

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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