Traduzione italiana dal turco del racconto di Engin Akyürek scritto per la rivista Kafasina Göre, nr 26 maggio 2019 e pubblicato nel suo secondo libro Zamansiz (Indigo Kitap), maggio 2023
Aveva freddissimo… Ismail non riusciva ad abituarsi a camminare col freddo che gli si appiccicava ai piedi… Il freddo di Ankara afferra senza scrupoli le persone nel loro punto più debole, percorre tutto il corpo e si annida nei punti dai cui può diffondersi.
Ismail aveva sempre freddo ai piedi. I suoi minuscoli piedi, incompatibili con quel suo aspetto allungato da pesce aguglia, avevano difficoltà a sostenere il corpo.
Stava per finire la scuola superiore. Se i suoi piedi non s’inzuppassero di acqua, le strade che percorreva sarebbero diventate quelle dei corridoi dell’università, dove avrebbe studiato con una borsa di studio…
L’aria fredda che respirava gli si era bloccata in gola. Avvertiva il freddo non tanto al corpo ma ai piedi, e sentiva il suo respiro sulla pianta dei piedi. Le cuciture sulle suole delle sue scarpe si intonavano con il suo aspetto da pesce aguglia*, ma se avesse avuto uno stivale con una suola spessa, con queste temperature fredde e senza scrupoli, non gli sarebbero dispiaciuti né la strada per la scuola, né il freddo di Ankara…
Se riuscisse a salire la collina di corsa, riuscirebbe a raggiungere la sua casa a un piano con stufa. Nel punto più difficile della salita, incontrò suo padre che lavorava come rigattiere:
“Casa, papà?”
“Si, afferra qui”.
Ismail impugnò il carretto a quattro ruote e iniziò a risalire il pendio con il padre, lanciando un’occhiata furtiva verso il cassone di legno, sperando di scorgere uno stivale dalla suola spessa. Suo padre si mortificherebbe se si accorgesse di questo suo sguardo speranzoso, meglio evitare. Ismail distolse lo sguardo fissando la parte più ripida del pendio, per non incrociare gli occhi del padre.
Sul cassone c’erano pentole, padelle e una vecchia stufa…
“Com’è andata al lavoro, papà?”.
“Che diavolo, è sempre lo stesso, pentole e padelle, pinze di ferro”.
“Quindi niente che valga soldi…”.
“Non preoccuparti di questo adesso, come vanno le lezioni?”.
“Bene, molto bene”.
Sul volto del padre c’era sempre un sorriso benevolo, che ora si era riscaldato alle parole del figlio, sedendosi a gambe incrociate sul bordo dei suoi folti baffi. Sembravano dire “Il figlio del rigattiere Nizam è diventato medico”, era quello che continuava a ripetere nella sua mente, e divertito rideva tra sé e sé.
Padre e figlio avevano percorso la discesa ed erano entrati nella strada della loro casa. Ismail spinse il carretto di legno con il suo corpo lungo, dimenticandosi per un po’ del freddo. Il giardino della loro casa sembrava un piccolo negozio di cianfrusaglie. Sbarre di ferro, mobili arrugginiti, vecchi vestiti raggrinziti dal freddo…Ismail guardò il camino della loro casa a un piano, sperando che sua madre fosse tornata dal lavoro e avesse acceso la stufa.
“Ismail, dammi una mano e portiamo questa stufa in casa”.
Il camino della casa non fumava e le dita dei piedi di Ismail si stavano accartocciando.
“Useremo questa stufa?”.
“La stufa in casa ha un buco, non tiene più il calore”.
Ismail, come per ripicca contro il freddo, portò la stufa da solo nel soggiorno di casa. Si ritrovò a fare una similitudine tra la stufa bucata e le sue suole lacerata. Insomma, le cose che dovrebbero tenerti al caldo si rompono, proprio quando meno te l’aspetti…
Il rigattiere Nizam, mentre spiegava al figlio la tecnica per accendere la stufa, notò i piedi infreddoliti di Ismail: “Cambiati i vestiti. Non sporcarti, la mamma arriverà presto”.
“Accenderai la stufa, vero papà?”.
“Lo farò, lo farò”.
Ismail appese con cura la camicia bianca e stirata e la giacca dietro la porta.
Gli unici rimedi per i suoi piedi freddi erano una stufa accesa e i calzini di lana spessi.
Mentre si lavava le mani e il viso, sentì un calore provenire dall’interno. La nuova stufa era fantastica, non solo si occupava di riscaldare tutto il soggiorno, ma pensava anche alle altre stanze.
Con le sue calze di lana, poteva rannicchiarsi accanto alla stufa accesa, studiare e dormire dolcemente con lo scoppiettio della stufa. In giardino, suo padre stava rompendo la vecchia stufa come se stesse lottando contro il freddo. Ismail sbirciò dalla finestra, senza farsi vedere dal padre. Nizam il rigattiere potrebbe aver bisogno di aiuto.
Avvicinò i piedi alla stufa, accartocciandosi e rimpicciolendosi. Ismail ascoltava il crepitio della stufa che ardeva, come fosse una ninna nanna. Mentre le sue palpebre si arrendevano al calore, le sue orecchie si arrossavano e il suo volto esprimeva uno stato di pace.
“Ismail, Ismail…”
Le palpebre di Ismail stavano per passare al più profondo stato di sonno.
“Ismail, stai dormendo, figliolo?”.
Ismail fece addormentare anche le sue corde vocali per impedire al padre di chiedere aiuto:
“…”
“Ismail?”
“Papà…”
“Vado a prendere tua madre al lavoro e andiamo al mercato”.
“Va bene, papà”.
Ismail, contento che il padre non avesse chiesto aiuto, si strinse un po’ di più alla stufa, sistemandosi meglio sul pavimento. I suoi piedi si erano appena riscaldati, le dita erano tornate al loro posto e avevano cominciato a non ribellarsi al corpo.
“Ismail, se ti viene fame c’è del cibo nella credenza, non faremo tardi”.
Il giorno stava per tramontare, l’oscurità dipingeva dolcemente il cielo di grigio.
Le merci rimaste al mercato del martedì, pomodori e patate mescolati a cianfrusaglie, aspettavano il carretto di Nizam il rigattiere e di sua moglie. Era importante l’ora in cui si andava al mercato, il sole doveva tramontare un po’ e l’oscurità doveva calare sulla frutta e sulla verdura.
Nella stufa il fuoco si stava spegnendo e poiché aveva bruciato velocemente, i carboni sul fondo si stavano spegnendo prima ancora di ardere. Ismail era diventato un tutt’uno con la stufa, con il suo libro sul petto, la penna sulla pancia e i calzini di lana ai piedi.
I suoi piedi cominciarono ad agitarsi, erano comparsi i segni di un risveglio esterno che annunciava il freddo. Sapeva che questa agitazione, soprattutto se iniziava dai piedi, si sarebbe impossessata di tutto il corpo, il suo fisico da aguglia sarebbe crollato e non avrebbe saputo come alzarsi per ore.
Quando aprì le palpebre, il freddo creò un nuovo modo di vedere, mescolandosi con l’aria fredda che usciva dalla sua bocca, impregnando l’interno della casa. Si alzò da dove era sdraiato e guardò nella stufa. Le stufe a secchio**, se non vengono accese per bene, possono trasformarsi in spregiudicati collaboratori del freddo, aspettando l’occasione di spegnersi…
Anche se Ismail vorrebbe fare un’analogia con il suo stivale lacerato, la sua mente correva su una stufa coscienziosa che bruciava furiosamente… Guardò l’orologio, la gente a casa sarebbe arrivata presto, ma se Ismail avesse aspettato, i suoi piedi non lo avrebbero fatto. Scrutò con gli occhi l’intera stanza per capire come poter accendere i pezzi di carbone rimasti sul fondo della stufa, ma non trovò nulla di rilevante.
Provò a strappare alcuni fogli dal suo quaderno cercando di bruciare i pezzi di legno accatastati sui resti di carbone, ma non riuscì ad accendere il fuoco. Non voleva uscire in giardino e affrontare ancora una volta il freddo. Guardò le cose in casa che potevano prendere fuoco. Mentre rovistava negli armadi, una vecchia giacca gli fece l’occhiolino e lo salutò. Una giacca di velluto, con la fodera strappata e il colore dimenticato, che suo padre non indossava da molto tempo.
Prese in mano la giacca di velluto, la piegò in quattro dai bordi come per rispetto e la gettò nella stufa.
Quando la giacca di velluto prese fuoco, i pezzi di carbone nascosti negli angoli si arresero alle fiamme. Ismail abbracciò il sonno che aveva interrotto e si scaldò come se la stufa fosse una trapunta.
I suoni provenienti dall’interno della stufa sembravano i passi di un esercito in campagna…La porta si aprì e Nizam il rigattiere e sua moglie entrarono in casa con il carretto. Sui loro volti si nascondeva un sorriso. Il mercato era stato abbondante e aveva soddisfatto il fabbisogno settimanale della cucina. Nizam il rigattiere, mentre sistemava ciò che aveva preso nella credenza lo chiamò: “Figlio, dai, svegliati, stanotte non dormirai…”.
Ismail non voleva svegliarsi, ma il caldo gli aveva fatto venire fame.
La madre urlò spingendo forte su tutte le sue corde vocali:
“Ayyy Allah!”
“Cosa succede?”.
“Un ladro è entrato in casa”.
Ismail si mise a sedere cercando di decifrare la parola ladro.
“Ladro!”
Ora gli occhi di sua madre erano pieni di lacrime, come la sua voce intrisa di pianto.
“Un ladro è entrato in casa, non c’è più la giacca di velluto”.
Appena sentì parlare di giacca di velluto Ismail si drizzò in piedi.
Nizam il rigattiere cercò di capire la moglie in lacrime: “Cosa stai dicendo, quale giacca, quale ladro?”.
“Non c’è più la giacca di velluto nell’armadio!”.
“Beh, pazienza, non la indossavo comunque”.
“Ci ho nascosto i soldi che avevo messo da parte, nella fodera strappata”.
Ismail si era rimpicciolito e sbriciolato nel punto in cui si trovava.
“Stavo per comprare degli stivali per Ismail con quei soldi, ma qualcuno che sapeva li ha rubati”.
Ismail si accasciò a terra guardandosi i piedi.
I suoi piedi bruciavano, le sue piante bruciavano di fuoco infernale, le sue dita bruciavano sino alle orecchie.
Non poteva dire di aver bruciato la giacca, né di aver lacerato lo stivale…
Un ladro era entrato in casa, un ladro…
Da quel giorno, Ismail non sentì più freddo ai piedi….
*Zargana è il pesce aguglia. Nel linguaggio parlato il nome “zargana” viene usato per indicare le persone molto delicate, fragili ma anche esili e molto magre.
** Stufa a secchio: è un tipo di stufa molto usata in Turchia, chiamata così poiché ha all’interno un secchio, che viene riempito in fondo e per 2/3 con il carbone, mentre la parte restante viene accesa mettendo la legna. Si accende dall’alto, aprendo il coperchio scorrevole quanto basta per favorire la combustione.

Meraviglioso Engin 💚 🌹 di nuovo mi ha portato nel suo mondo dove i buoni sentimenti ed il calore di una famiglia riescono a sopravvivere anche nei freddi inverno di Ankara. La vita è dura e, ma la speranza non muore! Grazie per la traduzione, Ros!
Le storie di Engin sono sempre piacevoli, piene di parole che ti fanno essere lì nel luogo della storia. Bravo come sempre ❤️