Di Fatmagül’ün Suçu Ne? e della grande recitazione di Engin Akyürek

Intensa, toccante, commovente. Fatmagül’ün Suçu Ne?  è uno schiaffo sul viso che sveglia dal torpore, per poi diventare una carezza rassicurante. Ma solo dopo. Prima, c’è il prima.

Prima c’è la storia, il tema. Di quelli duri, difficili, spinosi. Dolorosi.
C’è un percorso da intraprendere. Altrettanto duro, difficile, doloroso.
C’è da fare i conti con i demoni che un crimine abominevole come lo stupro può scatenare.
Prima c’è la morte. Poi, può esserci la rinascita.

Fatmagül’ün Suçu Ne? racconta la storia di Fatmagül, interpretata in maniera sublime da Beren Saat, a cui uno stupro di gruppo ha stravolto il corso della vita.  Ma Fatmagül’ün Suçu Ne? è anche altro, è molto, molto, di più.

Azzeccatissimo il titolo, che tradotto nella nostra lingua è “Che colpa ha Fatmagül?”: non vi tornano alla mente pezzi di cronaca nei quali neanche tanto sottilmente si fa passare il messaggio che alla fine la colpa è della vittima? Perché ha bevuto un bicchiere di troppo, perché indossava una gonna troppo corta, perché aveva uno sguardo troppo ammiccante….

Molto ben amalgamato il cast: anche i comprimari sono perfettamente in ruolo ed esprimono tutti una bravura recitativa che non sempre ho riscontrato nelle altre serie di Engin, dove alcuni personaggi talvolta sono stati interpretati mediocremente. 

Perfetta, la coppia Beren SaatEngin Akyürek: entrambi superlativi nel dare vita a due personaggi difficili, Fatmagül e Kerim, e alla loro lenta evoluzione: dalla morte alla rinascita, appunto.

Rinascere è un percorso doloroso, lungo, in cui cadere è facile e rialzarsi è più difficile.
È un cammino lento, lentissimo, che ha bisogno di essere alimentato dalla speranza, da minuscoli ma significativi segnali, dalle piccole battaglie vinte. Ha bisogno che il “noi” prenda il posto dell’”io”. E in quel noi ci entra tutto: la famiglia, la società, l’amministrazione della giustizia, le tradizioni, le convenzioni e il sistema di relazioni fra ognuno di essi. In primis, ha bisogno della consapevolezza, che non è solo una presa d’atto personale, ma deve anzi divenire collettiva.

Fatmagül’ün Suçu Ne? è la serie che Engin Akyürek ha girato dopo Bir Bulut Olsan. Un altro personaggio difficile, dopo Mustafa, ma di registro completamente diverso: Kerim è delicatezza, sensibilità, è pazienza, ma anche determinazione.

Un ruolo, in verità, che per tutti gli 80 episodi è un continuo gioco di equilibrio per non scivolare nell’eccesso melodrammatico: mai, però, in nessuna scena, assistiamo ad accentuazioni espressive, a toni esagerati, a caratterizzazioni a tinte forti del personaggio.

Kerim, d’altronde, guarda da lontano, piange in silenzio, spera in solitudine; a lui tocca dormire in un capanno; a lui spetta nutrire in silenzio un sentimento che non è capace di pronunciare. È alle parole scritte in una lettera che affida i suoi sentimenti e il tentativo di gettare un’ancora oltre quel mare di dolore in cui rischiano entrambi di annegare.

 

Soprattutto nella prima stagione (39 episodi) questo “contenimento” espressivo è particolarmente percepibile, mentre i restanti 41 episodi, pur tenendo fede a una recitazione sempre molto essenziale, vede i due protagonisti sciogliersi dai lacci di un dolore così forte da togliere il fiato, man mano che procede il loro percorso personale e di coppia. La narrazione si fa più distesa, regalando anche momenti di emozioni e coinvolgimento positivi. Ma questo non potrebbe accadere, senza la prima, dolorosissima, stagione.

Ed è proprio l’assenza di toni esagerati a tenere incollati allo schermo. Nessuna enfasi barocca, dunque, piuttosto un minimalista, lento, essenziale, indagare lo stato d’animo e il tormento interiore di Fatmagül e Kerim. Un contenimento espressivo che ha impedito alla dolcezza di Kerim di essere stucchevole, di farne un personaggio sdolcinato che sarebbe potuto apparire addirittura mellifluo, svilendo la drammaticità della storia e al tempo stesso il peso di quel ruolo nell’evoluzione della narrazione.

Merito probabilmente di una scrittura e una regia femminili: Ece Yörenç e Melek Gençoğlu, la coppia di sceneggiatrici; Hilal Saral alla macchina da presa.

Preciso di non appartenere alla categoria di chi in quanto donna difende a prescindere le quote rosa, di chi pensa che donna sia sempre meglio. Sono una donna che ha combattuto (e sofferto) molto nella vita, madre di una figlia di dieci anni alla quale mi sforzo di trasferire un concetto di parità, ma anche di impegno per emergere. È l’impegno a fare la qualità, non il genere.

Detto questo, però, è indiscutibile che la visione femminile su un tema come quello dello stupro sia diversa. Sia più intima, più introspettiva, più lenta nella sua possibile evoluzione.  Ed è la ragione per cui ritengo Kerim un ruolo molto “femminile”, se così si può dire. Non c’è traccia in lui di quella mascolinità che caratterizza tutti gli altri suoi personaggi.
Ma non per questo è meno desiderabile, anzi.
Non per questo è “meno uomo”, anzi.
Non per questo, appare debole, anzi.
È una “femminilità del ruolo” che non sceglie di esprimersi con gli stereotipi di genere, la debolezza femminile in primis, quanto semmai attraverso un’attenzione meticolosa, premurosa, quasi materna, ad ogni singolo sussulto di Fatmagül.  Questa dizi denuncia gli stereotipi di genere, perché mattoni che impediscono alla persona di essere sé stessa, in quanto generalizzazioni che per troppo tempo hanno soffocato le aspirazioni delle donne, ma anche influenzato i comportamenti verso esse. Ne hanno limitato la libertà di pensiero, d’azione e di espressione, arrivando anche a giustificare violenze psicologiche e fisiche.

Mukkades, la detestabile, odiosa, insopportabile cognata, gli stereotipi di genere li incarna proprio tutti. Per fortuna c’è Meryem, adorabile figura controcorrente a cui si devono i primi importanti cambiamenti di Fatmagül. Il merletto lavorato da Fatmagül e custodito gelosamente e in silenzio da Kerim diviene, a mio avviso, simbolo di questa lenta trasformazione. Non è il fazzoletto bianco della dama che ispira i pensieri d’amore del principe che arriverà poi sul suo cavallo bianco; è il frutto del lavoro – paziente, meticoloso, minuzioso –  di una ragazza ferita che comincia finalmente a volersi prendere cura di sé. E che nelle mani di Kerim, che possono finalmente sfiorare qualcosa che appartiene a lei, al suo mondo al momento ancora impenetrabile, assurge a simbolo della battaglia che ha deciso di intraprendere. Una battaglia che sarà altrettanto paziente, meticolosa e minuziosa. E difficile.

La bellezza del personaggio di Kerim è dovuta principalmente alla grande abilità interpretativa di Engin Akyürek, che in ogni lavoro fa sue le indicazioni di regia e sceneggiatura, ma poi entra dentro ai personaggi con tutto sé stesso, con la sua sensibilità, il suo bagaglio valoriale, la sua capacità introspettiva ed empatica e li interpreta con il suo inconfondibile stile: cioè, con misura. Dosando minuziosamente espressioni, reazioni, sfumature, senza eccedere mai, anche quando il personaggio si inalbera, è irascibile, è rabbioso.  Una caratteristica che gli appartiene e che rappresenta in un certo senso la sua cifra identificativa, ma che in questo lavoro assume le dimensioni monumentali di un capolavoro. 

Basta ripensare alla scena in cui Fatmagül per la prima volta pronuncia il suo nome. Kerim sta correndo verso Mustafa in fuga, si ferma, è muto, non dice una sola parola, ma con lo sguardo si esibisce in una gamma espressiva di emozioni, una più credibile dell’altra: è prima incredulo, poi stupito, poi felice. Ma senza esagerare. D’altronde è solo un primo, primissimo passo che Fatmagül compie verso di lui.

Da brividi anche la parte in cui Kerim, che ha scoperto il vero motivo del suicidio della madre, deve ammettere a sé stesso di non essere stato un buon motivo per tenerla in vita. Deve dolorosamente accettare di non essere mai stato amato. Neanche dalla mamma.  E in un parallelo sofferto ma per lui necessario, realizza che alla fine sta facendo a Fatmagül lo stesso torto che a suo tempo il padre aveva fatto alla madre: costringerla a vivere con un uomo che non ama. Kerim vacilla, piange, indaga il passato della sua infanzia e quello recente con Fatmagül, ma ogni suo gesto esprime un contegno educato e rispettoso: il suo dolore non può mai essere più grande di  quello che lui e i tre dannati hanno inferto a Fatmagül.

Un autentico capolavoro la prima notte di nozze. Ho letto che Engin e Beren hanno abbandonato il copione e che la regista ha dato loro carta bianca. È una scena difficile, rischiosa, complicata. E qui a prorompere è la bravura mostruosa di Engin. Entrambi ci hanno accompagnato in quella camera da letto con un carico di aspettative e punti interrogativi, di sogni e desideri. Li abbiamo accompagnati ai piedi di quel letto con apprensione ma anche speranza, chiedendoci cosa sarebbe successo. A Engin il merito di aver reso indimenticabile una sequenza che a mio avviso entra di diritto nella storia del cinema: la lacrima che cade sulla spalla di lei;  la mano di lui che sta per aprire il vestito bianco ma si ferma, perché non può proseguire in quel gesto, pur desiderato chissà quanto;  il corpo di Kerim che si accascia a terra, svuotato da un dolore incontenibile; il suo pianto inconsolabile; le mani che gesticolano disperatamente nel tentativo di accompagnare le parole giuste da trovare per dirsi ancora una volta colpevole.

Essere dolce non significa essere uno smidollato.
Kerim, grazie proprio alla forza espressiva di Engin Akyürek è molto più di un ragazzone semplice, sensibile e dolce. Kerim è l’emblema del coraggio.  Del coraggio silenzioso. Quel coraggio che si manifesta in maniera più dimessa, nascosta, che non cerca ringraziamenti o medaglie, ma che risponde a una necessità impellente, a un impulso ad agire, al bisogno di compiere un gesto improvvisamente divenuto necessario. Accade quando empaticamente si riesce a sentire la sofferenza di un altro individuo.

Kerim è coraggioso quando accetta di sposare Fatmagül, di assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto, per provare in qualche modo a sottrarre la ragazza dal destino che aveva atteso sua madre, il suicidio. 
E lo è quando si autodenuncia per dimostrare a Fatmagül di essere diverso dagli altri, dai veri autori dello stupro.
Lo è quando incita Mustafa ad ucciderlo, a due millimetri dalla canna della pistola che l’altro gli ha puntato contro, pur di difendere l’innocenza di Fatmagül. 
È coraggioso nello scegliere di essere accanto a Fatmagül, di amarla nonostante sappia di non meritare né il suo amore, né il suo perdono.
È coraggioso e determinato. Ed è fragile. Di quella fragilità che ci rende umani e quindi sempre prossimi all’errore.

Ecco, per me Fatmagül’ün Suçu Ne? è la serie che più di tutte parla della fragilità degli esseri umani. Quella provocata dalla violenza, come nel caso di Fatmagül e quella che più in generale affligge chi ha vissuto un dolore lacerante, una perdita, un abbandono, un’ingiustizia. Un po’ tutti i personaggi sono accomunati dalla fragilità, ed è questo a rendere Fatmagül’ün Suçu Ne?, in fondo, un dramma corale che fa da sfondo alla storia dolorosa ma al tempo spesso di speranza di Fatmagül e Kerim.

È fragile Mustafa, che scivola in un vortice di errori da cui sarà impossibile riprendersi.
Lo è Mukkades. Odiosa, sebbene fondamentale per alcuni importanti snodi della narrazione. Ma è fragile anche lei, che ha vissuto sulla pelle l’abbandono dopo la scoperta di una gravidanza fuori dal matrimonio.
È fragile Rhami, per ragioni evidenti.  Di una tenerezza infinita, ho molto amato questo personaggio. E ho trovato l’attore straordinariamente bravo.
Anche Meryem, in fondo è fragile. La roccia, la saggia, generosa e anticonformista abla. È uno dei personaggi chiave di tutta la storia, ma anche lei ha sbagliato, anche lei ha commesso un grandissimo errore, che ha segnato buona parte dell’esistenza di Kerim.
Sono fragili Asu e Perihan, due donne con un destino diverso, eppure simile quando il bisogno di verità farà compiere loro scelte difficili, dolorose, ma giuste.
E sono fragili due personaggi che hanno un posto speciale nel mio cuore: Kadir Pakalın e Fahrettin Ilgaz.

Kadir Bey, l’avvocato con alle spalle un vissuto di dolore e debolezze, che lo hanno reso però più sensibile alle brutture del mondo, tanto da battersi per Fatmagül senza risparmiarsi. Il gentiluomo che scorge subito l’immensa bellezza interiore di Meryem, di cui si innamorerà e che accoglie e ama Fatmagül e Kerim come figli.

Che dire della telefonata fra Kerim ubriaco, disperato per aver nuovamente spaventato Fatmagül  e Kadir Bey di ritorno da Izmir? Engin superlativo nelle vesti di un Kerim ormai alla deriva, che solo la bontà paterna di un padre-non padre salva dalla distruzione totale. Engin mette completamente a nudo Kerim e la sua complessa fragilità, tanto da farci sentire vicinissimi a lui, tanto da riuscire a comprenderlo, tanto da desiderare di voler essere noi all’altro capo del telefono per rassicurarlo.

E poi, Fahrettin Ilgaz, il grande gigante gentile. Ho amato questa sua figura immensa, quest’uomo possente ma al tempo stesso delicato. Un uomo che è caduto ma che ha saputo rialzarsi. Un uomo incredibilmente attaccato alla vita e all’amore. Che parte non per fuggire, ma per darsi un’altra chance. Un padre che ammette i suoi errori e non smette di combattere per riavere suo figlio. 
Riguardo ogni volta con avidità e commozione le scene in cui padre e figlio parlano e si guardano. In queste sequenze c’era forte il rischio di esagerare, di cadere nell’eccesso melodrammatico, ma alla fine vince ancora una volta la misura.

Emblematica, in tal senso, la frase che Kerim dice all’aeroporto salutando quel padre sconosciuto che ha appena accettato: “Prima di correre insieme, proviamo a passeggiare”.

Ma i brividi Engin ce li riserva in ospedale: Kerim ha rischiato di morire, gli hanno sparato, Fahrettin Bey torna di corsa dall’Australia, è sul letto del figlio, ma a catturare la scena emotiva è lo sguardo di Kerim: lo sguardo innamorato di chi desidera immergersi profondamente in quegli occhi paterni, di fatto ancora sconosciuti, che per troppo tempo non ha potuto guardare. Io, mi commuovo ogni volta.

L’arrivo di Fahrettin Bey è il riscatto emotivo di Kerim, sono le radici solide di una quercia millenaria a cui può finalmente aggrapparsi, sotto la cui chioma può finalmente trovare riparo.  Nonostante l’amore sconfinato e la solida educazione che ha ricevuto da Meryem – sorella e madre – le tempeste della vita hanno reso Kerim emotivamente fragile e bisognoso di sapere che  la sua vera famiglia, almeno il padre, lo ha sempre amato. Ha bisogno lui stesso di amare quel padre, ha bisogno di perdonarlo, di imparare come perdonare per primo lui, prima di essere perdonato dalla vita e da Fatmagül.
Dinanzi all’amore che il padre è pronto  – è sempre stato pronto – a donargli, Kerim non potrà resistere: “Mi sentirei perso se non fossi oggi qui, grazie per non esserti mai arreso”, gli dirà nel suo giorno più importante. 

Il rapporto padre-figlio, d’altronde, è uno dei temi forti della narrazione cinematografica turca e non è un caso, dunque, che la regista lo abbia scelto per fare due “citazioni” all’interno della serie. Si tratta di due film dello stesso regista, Çağan Irmak.
La prima è durante un flashback in cui Fatmagül, che per la prima volta va al cinema con Kerim,  ricorda l’ultima sua esperienza al cinematografo: era con Mustafa, Mukkades incinta e il fratello Rahmi, a vedere “Babam ve Oğlum” (Mio padre e mio figlio), un film del 2005, pluripremiato dalla critica e dal pubblico, con oltre 3.500.000 di spettatori in Turchia.  Il film racconta tre generazioni di una famiglia di contadini che portano avanti un’azienda agrituristica sul mar Egeo. Il protagonista è un attivista politico che è stato incarcerato e torturato a sangue, con alle spalle un’adolescenza in contrasto con il padre che l’ha portato ad abbandonare il proprio paese inseguendo il sogno di fare il giornalista. Tornerà poi nella sua terra insieme al figlio di sei anni, nato durante il colpo di Stato militare nel 1980. Un figlio nato per strada e una moglie che perde la vita mentre lo dà alla luce.

La seconda citazione: Fahrettin Bey e la figlia Deniz sono appena partiti per tornare in Australia, Kerim è in preda a un terremoto emotivo e così decidono di andare tutti al cinema. Scelgono di vedere “Dedemin insanlari” (La gente di mio nonno) del 2011, quindi uscito nelle sale mentre si girava la dizi. Il film è ambientato in una città dell’Egeo e racconta la storia un nonno cretese, che era stato costretto a lasciare la sua casa a Creta durante lo scambio di popolazione tra Grecia e Turchia, e che spera di rivedere la città natale prima di morire.  Il film è ispirato alla vera storia di Mehmet Yavaş, nonno del regista, che aveva vissuto quel dramma della storia contemporanea, lo scambio di popolazione del 1923, appunto. Deciso da Grecia e Turchia con il Trattato di Losanna, lo scambio delle popolazioni musulmana e grecoortodossa presenti nei due territori, coinvolse, si stima, oltre settecentomila persone.

Due film, dunque, con lo stesso attore, il popolarissimo Çetin Tekindor e dello stesso regista, il talentuoso e prolifico Çağan Irmak (che nel 2018 dirigerà il nostro Engin Akyürek in Çocuklar Sana Emanet), vincitore di numerosi premi, celebrato per “aver svolto un ruolo importante nell’instillare l’amore per il cinema nelle giovani generazioni”.
Non è certamente casuale la scelta della regista di inserire due citazioni cinematografiche di Çağan Irmak, uno degli autori più popolari del cinema turco. Senza dubbio un omaggio che, probabilmente, vuol esser qualcosa di più.
I temi della sua filmografia sono l’amore, la solitudine, l’infanzia, la paura, la violenza, il conflitto di classe e generazionale e, soprattutto la famiglia, che indaga nella sua capacità di influenzare la formazione di un individuo e quindi i suoi atteggiamenti nei confronti della vita e i valori che lo accompagneranno.  E già qui colgo un primo motivo.

Ma i due film narrano storie dolorose sullo sfondo di due episodi storici profondamente drammatici: il colpo di Stato del 1980, uno dei momenti più tragici della storia turca moderna, e lo scambio di popolazioni del 1923, che si incuneano nel dramma principale della dizi. È come se in questo modo Fatmagül’ün Suçu Ne?  abbia voluto diventare ancor di più una narrazione di denuncia, una serie politica, nella sua accezione di impegno civico e sociale e quindi, appunto, di denuncia. A porre il sigillo definito, la dedica in apertura dell’episodio 70 a Meral Okay:

“Quello che hai scritto non è stato scritto sull’acqua, ma ci manca”.

Meral Okay non è stata solo una sceneggiatrice e un’attrice, ma anche attivista socialista, giornalista, intellettuale impegnata nella denuncia della condizione femminile nel suo Paese, morta a soli 53 anni il 9 aprile del 2012, a causa di un cancro. Documento di questo suo impegno è Bir Bulut Olsam, serie del 2009 che scrisse e sceneggiò e per la quale, intuendone il grande talento, volle proprio il nostro Engin per il difficile personaggio di Mustafa, che fu il suo primo – grande – ruolo da protagonista.

Non ho visto altri lavori di Meral Okay, come non ho visto i film di Çağan Irmak, ma la curiosità mi ha indotto a fare una ricerca in rete, dove ho scoperto che questo regista turco è stato proiettato (oltre che premiato) in numerosi festival del cinema (anche qui in Italia!) ed è argomento di tante tesi di laurea, studiato, analizzato e criticato (nel senso di oggetto di analisi critica) per il suo lavoro di regia e sceneggiatura.  Una di queste tesi è salvata nel mio archivio.
Ecco, anche questo è l’effetto che Engin ha su di me, quello di stimolare domande e curiosità e spingermi a cercare e ad approfondire.

Mi fermo qui, ma confesso che su Fatmagül’ün Suçu Ne?  potrei continuare a scrivere… Mi sono imposta di fermarmi, anche se i pensieri continuano a fluire.
L’ho rivista in questi giorni per la quarta volta e si conferma la serie capace di influenzare il mio umore, per giorni, nonostante conosca ormai tutto.  Mi commuove, mi fa riflettere e arrabbiare, mi rattrista, per fortuna mi fa anche gioire.
In alcune scene, non riesco a trattenere le lacrime. Non mi accade di frequente, ma Fatmagül’ün Suçu Ne?  non è una serie come le altre.
È emotivamente, intimamente, visceralmente, impegnativa.

E sono grata ad Engin, al mio, al nostro, Engin, per aver dato vita a Kerim, un personaggio unico, una perla di una bellezza rarissima.

17 Replies to “Di Fatmagül’ün Suçu Ne? e della grande recitazione di Engin Akyürek”

  1. Ho letto adesso questa meravigliosa e dettagliata analisi della altrettanto meravigliosa serie e volevo sinceramente complimentarmi. Per me quella di Fatmagul è la serie per eccellenza e mi piacerebbe molto che lei scrivesse ancora sulla capacità interpretativa del cast.

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    1. Grazie di cuore per le belle parole! Anche io penso che Fatmagü sia la serie per eccellenza. Sicuramente tornerò a scriverne, perchè è una grande fonte di ispirazione e di riflessione. Grazie ancora, ci segua (magari registrandosi al blog con la mail, così sarà aggiornata ogni volta che pubblichiamo qualcosa). A presto!

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  2. Cosa aggiungere ai commenti (tutti molto apprezzabili) che mi precedono? Assolutamente, nulla se non un’ulteriore lode alla bellezza delle tue parole ed all’analisi precisa e sensibile che ci hai regalato: grazie Ros! Mi hai fatto venire voglia di rivederla per la millemillesima volta!

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  3. Bellissimo articolo, ho rivissuto tutte le scene emozinandomi. Io per il momento questa l’ho vista solo una volta, non sono ancora pronta a rivederla… Ricordo quando lo scorso anno l’ho terminata sono stata più di una settimana a riflettere, non avevo nessuna voglia di vedere nulla, ma solo di rivivere nella mia testa e nel mio cuore tutte quelle emozioni suscitate da questi grandi attori, perché senza dubbio Engin è stato superlativo, Beren stupenda ma anche gli altri attori non sono stati da meno. Grazie Ros, continua ad emozionarci con le tue descrizioni, sei bravissima nel cogliere tutte le emozioni e a descrivere.

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    1. Grazie Antonella! Anche io quando l’ho vista la prima volta ho avuto un mix di emozioni dentro che facevano a pugni….ho dovuto come dire incassare il colpo per bene e solo molto tempo dopo ho deciso di rivederla per innamoramene perdutamente…

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  4. “ Per molti…ma non per tutti”
    Grazie Ros, quanto sarebbe utile che questa tua analisi accompagnasse la visione della serie! Spiegherebbe tante cose e soprattutto preparerebbe il pubblico a vedere , con i giusti occhi , questo capolavoro . Hai sviscerato, non solo l’anima dei protagonisti in maniera profonda e acuta, ma hai spiegato il senso che hanno i ritmi misurati, sapientemente dilatati …quasi a rallenty , con i quali puntata dopo puntata si dipanano le ombre, si vede la luce in fondo al tunnel e si sbrogliano le matasse delle vite dei protagonisti; senza fretta… piano, anzi pianissimo. E solo dopo che hai capito (e se hai capito ) che razza di capolavoro hai davanti , puoi assaporare fino in fondo tutta la sua poesia. Ma è un lavoro che richiede un’ intelligenza emotiva di cui non tutti sono naturalmente dotati e penso che la tua analisi sarebbe perfetta per “insegnare” a guardare , non solo con gli occhi , ma soprattutto con il cuore, un’ altra perla di Engin Akyürek .
    ( Sai emozionare sempre ♥️)

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    1. Ale ma che bello quello che hai scritto!!!!! Mi onora davvero 🙏

      Sono d’accordo quando scrivi “E solo dopo che hai capito (e se hai capito ) che razza di capolavoro hai davanti , puoi assaporare fino in fondo tutta la sua poesia.” proprio così….io infatti ho dovuto vederla una seconda volta prima di innamorarmene perdutamente, la prima ero troppo impegnata a incassare il colpo…..

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  5. Che dire Ros? Le emozioni che sai trasmettere con le tue parole mi hanno fatto rivere le scene più toccanti di Fatmagül’ün suçu ne? Nessuno meglio di te avrebbe potuto sottolineare i passaggi della recitazione di un dolcissimo Engin che ci sono rimasti nel cuore, ne fissare tutte le caratteristiche salienti di tutti gli altri protagonisti, Beren in primis. İmportante la riflessione sulla scelta non banale di aver voluto che la serie in due episodi ci volesse far conoscere due film importanti per il contenuto storico e sociale da essi rivestito. Come indicativo il voler voluto ricordare la figura di Meral Okay. Particolari che forse sfuggono ai più ma che tu hai avuto il merito di sottolineare per dare rilevanza ai messaggi contenuti negli stessi che ben si sposano con la complessità del tema spinoso, frutto della società dei nostri tempi che contenuto nella serie (Scusa la lungaggine) Grazie, Grazie ancora e non smettere mai di scrivere, ti prego!!😘💖

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  6. Bellissimo il tuo articolo Ros, Fatmagul è un capolavoro, ti scava dentro nelle emozioni più intime, fa male vedere una ragazza straziata in quel modo. Forse per questo l’ho vista una sola volta, al contrario di altre serie di Engin. Tu comunque continua a scriverne che leggiamo volentieri!!!!

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  7. Che bella analisi di una delle serie che più amo,sottoscrivo tutto quello che hai detto,Ros, Fatmagul è motivo di grandi riflessioni per il tema(purtroppo sempre attuale) e per i tanti sentimenti che suscita. Engin e Beren l’ hanno resa speciale insieme a tutto il cast che li ha accompagnati.Ti sei fermata per il momento ma spero tu riprenda a scrivere su questa serie e farci riflettere ancora su altro .Grazie 😘

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  8. Una serie che ci ha colpito da subito, brutalmente, ma che ha lasciato un segno. Quando ci domandano? Quale serie vale la pena vedere. Questa, assolutamente, per tutto quello che hai scritto. Grazie Ros, chiudo come sempre. E’ un piacere leggerti

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