Riflessioni sparse sulle scene più belle con Engin Akyürek: episodio 13 di Fatmagül’ün Suçu Ne?
“Ora che non ci sei, quanti luoghi son diventati vani e senza senso, uguali a lampade di giorno.
La tua assenza mi sta attorno come la corda al collo, come il mare a chi affoga”.
Jorge Luise Borges
Dopo la lunga e felice parentesi di Adım Farah, ricomincio questo viaggio nello struggente universo di Fatmagül, divertendomi a soffermarmi a modo mio su alcune delle scene più emblematiche con Kerim, il meraviglioso personaggio interpretato da Engin Akyürek. Siamo all’ episodio numero 13. Il bellissimo tredicesimo episodio. Alzi la mano chi non ha stoppato almeno una volta (solo una?) per riascoltare la voce di Engin Akyürek che dà vita e corpo alla splendida, stupenda, straziante lettera scritta da Kerim a Fatmagül! Parole di una intimità pazzesca pur nella continenza che appartiene a questo personaggio. Parole che segnano un prima e un dopo nella storia di questi due ragazzi che, loro malgrado, si sono imbattuti nel percorso più tortuoso e doloroso dell’amore. Ma che, proprio perchè difficile, ha rappresentato per entrambi una straordinaria occasione di crescita, personale prima ancora che come (possibile) coppia.
Il valore dell’assenza. Questo il primo motivo per cui amo questo episodio. Non a caso è l’episodio nel quale avvengono due fatti diversi e distanti: muore il padre di Erdoğan e Kerim va via. Due diverse partenze che generano due diversi modi di vivere l’assenza. Intesa, in entrambi, come vuoto necessario per far emergere sentimenti, conflitti, speranze, propositi. Assenza come condizione per rivelare, a sé stessi prima ancora che agli altri, la propria vera essenza.
Erdoğan La morte di un genitore è senza dubbio uno di quegli avvenimenti che segnano in maniera forte e indelebile la vita di un figlio che è tale, è figlio, dall’istante stesso in cui nasce. Una condizione, dunque, di cui si viene privati con la morte di un genitore. Una doppia perdita, insomma, del padre (in questo caso) e della propria condizione di figlio. Nulla sarà come prima. La morte improvvisa del padre scaraventa Erdoğan in un mulinello di sensazioni frustanti che aggiungono al dolore profondo e alla tristezza, la rabbia scaturita dal senso di impotenza. Ma soprattutto, Erdoğan, perde l’occasione di “rileggere” il proprio vissuto in maniera nuova e sincera, impedendo a sé stesso di affrontare temi e vicende più o meno sepolti che la morte di un genitore quasi sempre porta a galla. Molto più banalmente, come spesso avviene nell’elaborazione del lutto, avrebbe potuto provare un infantile senso di colpa che avrebbe potuto affrontare emotivamente per poi legittimamente assolversi, in un percorso più o meno impegnativo di accettazione della morte. Erdoğan però non solo sciupa l’occasione di riflettere sulla sua vita, ma cede al suo vizio preferito, quello di dare la colpa agli altri (in questo caso allo zio), quale perfetta sublimazione della sua incapacità di dirsi responsabile delle sue azioni. La morte del padre segna per Erdoğan il passaggio a una nuova età, improvvisamente diventa adulto (o quantomeno crede di esserlo diventato) e pertanto si sente legittimato a prendere il posto del padre, nella dimensione familiare con il rapporto con la madre e in azienda dove potrà competere adesso apertamente con lo zio. Come se la morte del padre fosse stata solo una sorta di passaggio di consegne. Immaturo e in preda a un delirio di onnipotenza galoppante, che alimenta a dismisura il suo sentimento di competizione con lo zio, con gli amici, col destino, si farà risucchiare in un vortice incontrollabile di azioni tossiche.
Kerim Per Kerim l’assenza, invece, è rivelatrice dell’inaspettato. La scoperta di quanto sia importante, se non proprio terapeutico quando tutto si complica, prendere la distanza dalle cose, dalle situazioni e dalle persone per indagarsi meglio. Kerim, al contrario di Erdoğan, ammette di aver sbagliato, lo ha sempre ammesso. Kerim non ha mai negato né nascosto la sua responsabilità e anzi vive tutto il tormento per essere stata la causa dell’infelicità di Fatmagül. Per questo va via. L’assenza come rimedio. Come cura per lei e per sé stesso. Come balsamo per il caos nel quale sono piombate le loro vite. Per lenire l’infelicità di lei e la sua, per acquietare quel suo sentirsi “nello strato più profondo della terra” ogni volta che incrocia il viso di Fatmagül.
Kerim non va semplicemente via. Kerim, andando via lascia una sorta di testamento sulla sua vera dimensione intima, sulla sua vera essenza, quando consegna a Fatmagül la “chiave” per la sua libertà, la procura per poter procedere col divorzio. “Se vorrai”, precisa Kerim. Per la prima volta nella vita di questa ragazza qualcuno pone la sua volontà come condizione basilare: “Se è quello che vuoi, fallo. Io non mi opporrò”. È esattamente il contrario di ciò che è avvenuto dopo il fattaccio, quando ogni decisione è stata presa sulla sua testa. Dirsi favorevole al divorzio è un passaggio fondamentale per dare valore a Fatmagül come persona, al matrimonio stesso e a ciò che dirà fra qualche episodio, quando al contrario negherà il divorzio, spiazzando Fatmagül e noi che guardiamo. Ma lo vedremo.
Adesso questa sua scelta è essenziale, ha un valore speciale, significa “Ok è stato stupido pensare di poter risolvere tutto costringendoti a sposarmi”. Significa “Ti rispetto come persona, rispetto la tua volontà, decidi tranquillamente”. Ancora una volta Kerim ci spiazza. E spiazza Fatmagül.
Kerim andando via fa la sua definitiva ammissione di responsabilità. Chiede scusa prima alla sorella, con parole sincere che spezzano il cuore della sua abla in lacrime: “Scusami per averti delusa”. Chiede scusa a Fatmagul e lo farebbe un “milione di volte” come scrive nella lettera bellissima, sincera, vera, che le scriverà con la speranza di chiarire e di poterle chiedere perdono. Significativo che il coraggio di aprirsi un’ultima volta gli sia venuto in sogno, la dimensione perfetta dell’assenza, la dimensione in cui la presenza del sé si manifesta nell’assenza corporea. L’assenza ancora una volta. Un sogno avvolto dal buio, anzi dalle ombre, metafora forse di quella parte inconscia nella quale custodiamo richieste e desideri, proiezione sincera della nostra immagine senza trucchi e senza inganni. Il sogno si apre con l’inquadratura, buia appunto, del capanno di Kerim sul cui muro si riflettono i rami degli alberi di fronte, con un effetto di filo spinato, quasi a voler forse simboleggiare la gabbia in cui Kerim si sente intrappolato e da cui sta per fuggire con la sua valigia in mano. Ma ad aspettarlo, inaspettatamente, c’è Fatmagül. Nella libertà della dimensione onirica, Kerim dà voce al suo io interiore: “Mi dispiace che tu mi abbia conosciuto così. Ci sono così tante cose, che ho ripetuto così tante volte nella mia testa, ma che non sono stato in grado di dirti. Mi dispiace molto. Ti chiedo di perdonarmi, un giorno.”
Ti ho perdonato, gli dice in sogno Fatmagül.
Kerim capisce allora di potersi rivolgere alle parole scritte per dirle pienamente ciò che ha dentro. Per trovare il coraggio, persino, di chiederle perdono.
Kerim aveva provato più volte a spiegarsi, ma Fatmagül glielo ha sempre impedito. Anche in questo episodio ci aveva provato, quando le fa vedere il biglietto dell’aereo con la data della partenza. E Fatmagül ci dà l’impressione – impercettibile – di guardarlo in modo diverso: il fatto che lui stia andando via, che stia tenendo fede alla sua parola, glielo fa apparire diverso. Sente, forse, che ci si può fidare… “Non sarei voluto entrare nella tua vita così. Credimi, mi uccide sapere che mi odi. In realtà io…..” ma Fatmagül ancora una volta non gli dà modo di continuare, si alza. E in quel momento, di nuovo accade l’inaspettato.
Arrivano Emre ed Enise che sconvolgeranno piacevolmente la loro giornata. Fatmagül stupirà Kerim accettando la proposta di fare un giro per Istanbul con i due nuovi amici. Sarà una giornata diversa: da quanto entrambi non erano così spensierati? Da quanto non trascorrevano una giornata da ragazzi “normali”? Ho molto apprezzato la scelta della sceneggiatura di concedere un po’ di fiato a questi due ragazzi. Passeggiare per Istanbul come turisti è stata l’occasione per Fatmagül di guardare Kerim sotto una luce diversa, entrambi si scambiano degli sguardi nuovi, diversi, incuriositi, sorpresi. Kerim la guarda ammirato, Fatmagül è bellissima.
Non è cambiato niente, intendiamoci. Rimasti nuovamente soli, Fatmagül riprenderà a camminare come sempre lontano da lui. E’ stata solo una parentesi. Non è cambiato niente che possa invertire il corso della storia. Ed infatti arriva il momento della partenza. Kerim ha messo in valigia anche il fiore di Fatmagül. Doloroso il saluto con Meryem, struggente il pianto di lei.
Un milione di volte Intense, vere, semplicemente bellissime le parole che Kerim consegna alla lettera che Meryem darà a Fatmagül. Indimenticabile (lo riscrivo!) la voce di Engin che “ci” legge quella lettera, mentre Kerim è a bordo del taxi diretto verso l’aeroporto. Ad attenderlo, l’aereo per il Belgio. Verso l’ignoto. Verso una vita di cui non si riesce a presagire nulla, ma che Kerim spera possa essere l’occasione per entrambi di guarire.
Vorrei con tutto il cuore cambiare le cose che non ho il potere di cambiare, vorrei riportare indietro le lancette dell’orologio e salvare entrambi da questi giorni bui come la notte. Vorrei vivere nella speranza di un momento in cui potrei dire “Perdonami”, chiederei scusa un milione di volte a quegli occhi che non guardano mai nei miei. Sognerò i giorni in cui ricostruirai la tua vita dalle rovine che ho fatto delle tue speranze, sarei voluto andar via solo quando le tue ferite fossero guarite. Lascio questo denaro che mi brucia le mani in modo che tu possa andare avanti con la tua vita come vuoi, so che bruceranno anche le tue mani, ma per favore accettali. Devi solo andare in banca e dare la tua firma. Ovunque io sarò nel mondo, penserò sempre a te. Vorrei che non mi odiassi così tanto. Vorrei che mi credessi. Vorrei che le cose fossero andate diversamente, Fatmagül. Vado via con rimpianti e rimorsi e vivrò sempre con loro. Addio.
Ma l’episodio ci regala un finale inaspettato, Kerim non è partito. L’indomani mattina un’incredula e felice Meryem se lo ritroverà nel capanno. Un sollievo l’abbraccio fra i due. “Non potevo andare Abla, non potevo. Ovunque guardi vedo il viso di Fatmagül. Sono entrato in panico mentre mi stavo allontanando da lei. Sì, sarei dovuto andare via, ma non ho potuto. Credo di amarla”, le parole di Kerim alla sorella.
Ros con le tue bellissime riflessioni riesci ad interpretare esattamente e con precisione quello che provo quando guardo questa meravigliosa serie.
Grazie ❤️
Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo
Era ora che Ros tornasse con una appassionata riflessione!
Ahahah Grazie Mary ❤️
Ros con le tue bellissime riflessioni riesci ad interpretare esattamente e con precisione quello che provo quando guardo questa meravigliosa serie.
Grazie ❤️
Grazie a te Rita❤️