Engin Akyürek

Traduzione del racconto di Engin Akyürek pubblicato sul numero 57 di Kafasina Göre, luglio-agosto 2024.

Forse la casa dell’uomo non era un luogo,
ma solo una condizione inevitabile. (James Baldwin)


*( da La stanza di Giovanni, secondo romanzo dello scrittore afroamericano James Baldwin, pubblicato per la prima volta nel 1956).

L’imbianchino strofinava il rullo di calce sul muro, sfregando le crepe con le mani come se stesse cambiando il pannolino a un neonato, cercando di trovare la fonte dell’odore con il naso. Mia madre camminava per le stanze, respirando profondamente, mentre mio padre inspirava con il naso all’altezza della testa dell’imbianchino ed espirava con rabbia. In casa c’era un odore difficile da descrivere, tutti sentivano questo odore tranne me, il mio naso non riusciva a trasmettere le sensazioni che avrebbe dovuto al mio cervello ancora acerbo. La casa era stata ridipinta e spruzzata tre volte, i vecchi mobili e tutto ciò che di vecchio poteva essere considerato sospetto erano stati buttati via.

Da tre mesi non veniva più nessuno a casa nostra.
Quelli che erano venuti per curiosità, per vedere se il cattivo odore fosse sparito, si sarebbero tenuti il naso, lottando con il vomito che si era fermato in gola, in attesa di esplodere. I miei genitori andavano da un medico all’altro, mi facevano esami e radiografie, consultavano amici e parenti, ma io non riuscivo a sentire il cattivo odore in casa.
Quelli che pensavano che stessi scherzando e mentendo, hanno cambiato opinione su di me quando sono venuti a casa e hanno sentito l’odore che non poteva certo reggere uno scherzo.

Mio padre iniziò a cercare una nuova casa.
Se la nostra casa non avesse avuto un giardino, i nostri vicini avrebbero sigillato la casa davanti al municipio e ci avrebbero mandati alla discarica di Mamak.

Il mio naso, che non riusciva a percepire i cattivi odori della casa, sentiva tutti gli odori provenienti dall’esterno non appena varcavo la soglia della casa, riuscendo a distinguere tutto ciò che sentiva dal colore.

Il problema era il cattivo odore della casa che tutti sentivano…

Disperato, mio padre affisse un cartello di vendita all’ingresso del giardino.
Se l’acquirente avesse demolito la casa fino alle fondamenta, l’avesse pulita, insaponata e spruzzata, avrebbe potuto convincere gli abitanti del quartiere.
Chiunque avesse intenzione di comprare la casa, si ritrovava una testa che spuntava dall’angolo: wow signore, c’era un letto sotto la casa, no signore, anche se questa casa fosse stata completamente demolita e ricostruita non sarebbe stata comunque riabilitata, ora signore, il problema non è l’odore, ma il fatto che la fonte dell’odore non è nota.
Ogni settimana che passava mio padre abbassava un po’ di più il prezzo della casa e, poiché avevamo bisogno di soldi, accettò di venderla per niente.
Con i soldi ricavati dalla vendita si sarebbe potuta acquistare una casa più piccola, magari inodore. Non sarebbe stato bello per i miei genitori vivere come ospiti in affitto, pur essendo proprietari di casa.
Se non avessi avuto sei anni, la nostra gente avrebbe reso ancora più grande la questione dell’odore. Sebbene i medici avessero descritto la situazione come psicologica, questa spiegazione non sortì alcun effetto.
Ovunque andassi, respiravo profondamente con il naso e classificavo ogni cosa in base al suo odore. Con il tempo, avevo sviluppato questo metodo: c’erano odori di luoghi, cose, alberi, persone.
Mentre gli odori degli alberi e degli animali erano simili tra loro, gli odori delle persone non lo erano e ogni odore percepito dal mio naso creava nel mio cervello immagini sconosciute.
Mi sorprendeva il fatto che le persone di bell’aspetto avevano colori che andavano dal giallo al grigio, mentre le persone brutte avevano le più belle sfumature di blu. Era come se gli odori rappresentassero il nostro interno e i colori chi eravamo. Col tempo, questa situazione era progredita a tal punto che potevo sentire gli odori e i colori di un luogo immaginandolo.

I miei genitori avevano ceduto la nostra casa con giardino a un imprenditore in cambio di un appartamento. Non solo non ci saremmo allontanati dal nostro quartiere, ma al posto della nostra casa maleodorante sarebbe stato costruito un edificio pulito di sei piani. Avremmo avuto una casa con un doppio balcone al secondo piano. Non appena la notizia si diffuse nel quartiere, si moltiplicarono sussurri e pettegolezzi. Come famiglia, fummo processati a vita dal tribunale di quartiere per aver turbato l’unità e l’ordine della zona. Un edificio di sei piani sarebbe stato costruito nel mezzo di un quartiere di case con giardino. Avremmo regalato al quartiere un ombrello di cemento che avrebbe tagliato il cielo e ombreggiato dal sole.
Ci fu anche chi si rallegrò per questo, con gli occhi luccicanti mentre si sfregava le mani.
Il cattivo odore della nostra casa agitava l’intero spirito del quartiere e creava sogni che molti non potevano reggere.
“Caspita, signore, adesso lasceremo le nostre case con giardino e vivremo in case in affitto, dovremo passare i nostri ultimi giorni in case di qualcun altro con un piede nella fossa, no, signore, quell’odore è arrivato e se n’è andato, io non sento niente…“.

Il quartiere era diviso in due, quelli che passavano davanti a casa nostra respiravano profondamente, cercando di calcolare con il naso l’aria che inalavano in base ai metri quadrati delle loro case. Come un verme in una mela, un solo edificio avrebbe cambiato l’intero quartiere. C’era anche chi girava con i titoli di proprietà e il metro, e chi cercava nuovi appaltatori. Il bar del quartiere si era trasformato in un piccolo studio di architettura.
Il quartiere si rese presto conto che, quando c’era di mezzo l’affitto, non si potevano tollerare sogni velleitari. Tutti avevano locali abusivi, giardini sovraccarichi e troppo cresciuti, superfici di metri quadrati cresciute eccessivamente. Non fu facile affrontare tutto questo: ciò che si aveva in mano sarebbe sparito e i sogni sarebbero stati pari al valore stimato dall’appaltatore.


Mio padre non visitò il quartiere, aspettando in silenzio che tutti prendessero una decisione.
Dopo un po’ l’intero quartiere cominciò a sentirsi come me. Non c’erano cattivi odori in casa nostra, anzi, la casa aveva un buon odore di fresco e attraverso i conoscenti ci fu detto che ci saremmo trasferiti presto.
Gli appaltatori che giungevano nel quartiere per fare un’offerta vennero insultati, non poterono più entrare in strada, vennero scacciati a colpi di pietre lanciate da lontano. Gli abitanti del quartiere, raccolsero denaro nel bar e ristrutturarono la nostra casa maleodorante dal tetto alle fondamenta, fino ai muri del giardino.

Purché non si demolisca la nostra casa e si lasci un edificio di sei piani in mezzo al quartiere….


Mio padre si convinse e decise di trasferirsi nella nostra casa.
Quando il camion con le nostre cose entrò nel quartiere, un’ondata di gioia ci accolse. Mio padre era sul camion e salutava la gente come un comandante dell’esercito di ritorno da una campagna. Dal mio letto sul pianale del camion, osservavo le manifestazioni di gioia nel quartiere e rispondevo ai saluti degli anziani zii con i loro bastoni. Gli oggetti portati di mano in mano avevano una genuinità che ricordava i film di Yeşilçam.

Tutti erano felici, sui volti pendevano sorrisi profumati.
Siamo entrati nella nostra casa ristrutturata con emozione, tra gli applausi.
Nessuno aveva conati di vomito o respirava profondamente.
Le nostre cose venivano sistemate con voci sorridenti.
Mentre mia madre dava le coordinate dei mobili con la felicità di tornare a casa, mio padre annuiva con la testa per esprimere le sue congratulazioni.
Anch’io ero felice di tornare nella nostra casa con giardino.

Appena varcata la soglia, i miei piedi si bloccarono a terra e non riuscii a fare un passo.
Tutti mi guardavano e i miei genitori cercavano di capire cosa avessi, senza fare domande. Le lacrime nei miei occhi raggiunsero le corde vocali e iniziai a piangere a dirotto.
Lo zio Ahmet, che aspettava nel corridoio con il suo bastone, allungò il bastone come per tendere la mano: “Cosa è successo, perché piangi?”.
Le teste appese alle porte del corridoio aspettavano con curiosità quello che avrei detto.
Le mie narici, che si aprivano mentre piangevo, aggiungevano un’aria triste alla mia voce.

Annusò col naso: “C’è una puzza tremenda”.

Tutti si guardarono improvvisamente in faccia e cominciarono a respirare profondamente. I sorrisi si dispersero e i fruscii provenienti dal naso si fusero con i rantoli. Ci fu anche chi vomitò sul posto, chi si coprì bocca e naso e si lanciò fuori.

Io ero in piedi sulla soglia della porta, piangendo e respirando affannosamente.
Riuscì a pronunciare solo una frase: “Non è la casa che puzza, sei tu”.

tradotto dal turco da Ros

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Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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