Le traduzioni

Engin Akyürek, il narratore: Ankara, i gabbiani di Istanbul e la fame di capire

Engin Akyürek
Traduzione italiana di Anlatıcı Sohbetleri, parte 2 della conversazione con Burak Tamdoğan

Nella prima parte della conversazione con Burak Tamdoğan, Engin Akyürek aveva ricondotto la nascita del proprio essere narratore ad Ankara, alla memoria dell’infanzia, al vicinato, al bisogno di condividere.
Ho scelto di pubblicare la traduzione a puntate perché Anlatıcı Sohbetleri è un podcast di oltre un’ora: una conversazione lunga, densa, che tratta temi diversi. Ogni parte permette quindi di seguire con più attenzione un nucleo del discorso, senza perdere la ricchezza del dialogo originale. Almano questo è il mio intento.

In questa seconda parte, il discorso continua proprio lì: ad Ankara. Ma non come semplice luogo biografico. Ankara diventa una città interiore, una radice narrativa, un paesaggio umano fatto di quartieri, strade, case, uomini tristi e silenziosi, memorie urbane e vite rimaste in ascolto.

Poi il dialogo si apre verso un’altra direzione: la natura. Engin parla del rapporto dell’essere umano con gli altri esseri viventi, della necessità di capire che non siamo soli in questo mondo, dei gabbiani di Istanbul, osservati non dall’alto, ma con una curiosità partecipe. Ed è proprio Burak a cogliere il punto più profondo: il narratore non è soltanto chi racconta. È prima di tutto qualcuno che vuole capire.

Nel testo ho scelto di lasciare in turco il termine gecekondu. Letteralmente significa “costruito di notte” e indica abitazioni o quartieri nati ai margini delle città attraverso forme di edilizia spontanea e spesso abusiva, legate anche alle migrazioni interne e alla crescita urbana. Non si tratta soltanto di un riferimento architettonico: nel contesto della conversazione, il termine porta con sé un immaginario sociale fatto di periferie, case popolari, memoria urbana e vite rimaste ai margini.


ENGİN
Il vecchio quartiere… Quella cosa che chiamiamo quartiere nasce dal vicinato, tanto quanto dall’amicizia. Lì c’erano molte persone capaci di raccontare, molte persone che portavano con sé una storia. E anche se nessuno veniva da me dicendo: “Guarda, io ho una storia così”, in realtà lì ero testimone di moltissime storie. Nella mia infanzia ci sono quelle storie. Ci sono quei colori, quelle trame. Persone arrivate da culture diverse, da luoghi diversi…Tu sei di Ankara, lo sai. Ankara, in realtà, è un po’ una città costruita, plasmata.

BURAK
Certo.

ENGİN
Con la Repubblica…

BURAK
Costruita dalla Repubblica…

ENGİN
È una città costruita dalla Repubblica. E persone arrivate da luoghi diversi… Certo, Ankara ha una sua parte locale, ha una sua parte rurale. Però, insieme al suo essere città di funzionari, Ankara ha una cultura creata da persone arrivate da luoghi diversi, da culture diverse, e tuttavia riunite da quel sentimento dell’essere cittadini, dell’appartenere a una città. È urbana, ma allo stesso tempo è rurale. Ha anche una cultura rimasta sospesa tra l’essere città e l’essere provincia, e in realtà questa è una ricchezza. Lì c’è una storia.
In questo senso Ankara mi sembra un po’ una città che non è riuscita a raccontare la propria storia.
Oggi è in una fase diversa, è arrivata in un altro punto. L’Ankara degli anni Ottanta e Novanta che io ricordo non c’è più. Ne sono consapevole. E poi ci sono persone che hanno visto anche gli anni Settanta, gli anni Sessanta. Ci sono persone che hanno visto gli anni Cinquanta. In loro ci sono storie ancora diverse.
Naturalmente, con la Repubblica, c’è anche una cultura creata in parte da persone arrivate da Istanbul. C’è la sua provincia. Allo stesso tempo ci sono i quartieri di gecekondu.

E allo stesso tempo c’è quel sentimento dell’essere città che Ankara ha creato dentro di sé, c’è una cultura data dall’aver fondato la Repubblica. In tutti questi luoghi, di fatto, ad Ankara c’è sempre una storia. Nelle sue strade, ovunque. E penso che tutto questo, come narratore, sia entrato in qualche modo in ciò che ho scritto, in ciò che faccio.
A dire il vero, il mio modo di essere narratore nasce anche da lì. In questo senso, bisogna ringraziare Ankara..

BURAK
Certo.

ENGİN
Secondo me ogni luogo è bello grazie alle persone. Ankara, in effetti, guardandola da un certo punto, sembra un luogo amato soprattutto da chi è di Ankara. Ed è così, in fondo.
Ankara appare come un posto in cui gli abitanti di Istanbul non vanno molto volentieri, che non amano e che forse non riusciranno ad amare. Ma Ankara è una città, un luogo, che ha una storia e che, se vuoi davvero vederla, ha moltissimo da offrire. Che non sembri un elogio di Ankara. Cioè, siamo due di Ankara e sembra che ci siamo messi qui a raccontare Ankara così, però…

BURAK
E che importa, va bene così.

ENGİN
Poiché è entrata moltissimo in ciò che scrivo, e poiché uso molto Ankara come sfondo, Ankara per me è importante, e ci penso molto. Ogni volta che scrivo qualcosa, mi vengono sempre in mente le strade di Ankara.

BURAK
In effetti, nei tuoi racconti ci sono anche storie di colletti bianchi. E poi ci sono storie che si capisce siano ambientate in un gecekondu… Non lo dici direttamente, ma dalla descrizione si capisce molto.
Voglio dire, Deliler evi *— “La casa dei pazzi” —, per l’amor di Dio… Una casa con quei muri, che posto può essere? È un gecekondu, insomma.

ENGİN
Certo. Però, per quanto riguarda quei quartieri di gecekondu… Io i quartieri di gecekondu di Istanbul non li conosco. Ci avremo fatto delle riprese, saremo andati lì.

BURAK
Li conosci dal cinema.

ENGİN
Sì.

BURAK
Però, per esempio, quel colletto bianco non è il colletto bianco di Istanbul. Il colletto bianco che disegni tu è di Ankara. È tormentato, è introverso, ha un dolore dentro.

ENGİN
Esatto.

BURAK
Quando impazzisce, non va a vivere il suo dolore in un bar, in un night-club. Lo vive a casa sua, nel suo letto.

Bene, allora adesso faccio un piccolo ingresso da qui. In quest’ultimo libro di racconti, ma in realtà anche nei primi due, io ho visto uomini simili a questi. Sono uomini abbandonati, tristi, chiusi in sé stessi, e si somigliano.
Tra l’altro, ad Ankara ce ne sono mille così. Forse un tempo anche noi eravamo due di quelli.

ENGİN
Forse sì.

BURAK
Questa parte si capisce. Però, per esempio, c’è Geyik * — “Il cervo” —… Intanto, così, stiamo anche presentando un po’ il libro. Lì c’è una storia di natura. Per quanto ne so, in realtà eri a Mamak.

ENGİN
No, a Dikmen.**

BURAK
Ah, va bene. Bene. Ecco, cercavo di capire quella cosa. Il tuo rapporto con la natura, probabilmente… Per esempio, uno cresciuto con il nonno, con la nonna materna… Il fatto che loro vengano già dal mondo rurale porta con sé una certa idea della natura. Però il tuo rapporto con la natura, il modo in cui collochi te stesso rispetto alla natura, dentro la natura… Questo è uno dei due punti d’appoggio del narratore: dove collochi te stesso nel mondo, nella natura.

ENGİN
È una domanda molto bella. In realtà è così: guardandomi da fuori, quando si dice “natura”, alla gente vengono in mente cose tipo: “Dai, andiamo lì a fare campeggio. Dov’è la nostra tenda? Andiamo a camminare per monti e colline”, e così via. Noi non siamo stati uomini di questo tipo. Cioè, io non sono una persona così.
Però credo che anche il viaggio di questo libro abbia a che fare un po’ con il fatto che negli ultimi anni ho iniziato a riflettere su questo. Cioè: essere umano, natura… Noi dove siamo, dentro tutto questo? E dentro tutto questo dove finiremo? Dove resteremo? Adesso siamo qui, ma tra vent’anni dove saremo?
Questo, secondo me, mi dà qualcosa di molto prezioso. Cioè: dove va l’umanità?
Naturalmente questo è un tema molto profondo. Dove andrà l’umanità e dove ci ritroveremo tra cinquant’anni? In ogni senso.
Credo che negli ultimi anni il rapporto dell’essere umano con la natura… Lasciamo stare l’umanità: io stesso… Il mio rapporto con la natura, il mio rapporto con un animale, il mio rapporto con la strada: dov’è?
Oppure: dove sta andando? Ho cominciato a farmi molto spesso questa domanda.

Un po’ anche quei racconti… Cioè, non sono partiti con un inizio del tipo: “Vediamo com’è il rapporto dell’essere umano con la natura”. In realtà quella cosa è filtrata lì dentro. È filtrata dentro quel racconto. Del resto, io non scrivo, non riesco a scrivere, costruendo tutto in modo molto pianificato.

Arriva un’idea, arriva qualcosa. Tutto ciò che sento in quel momento, qualunque sia la questione presente nella mia vita in quel momento, o qualunque cosa abbia in testa allora, un punto interrogativo oppure qualcosa di bello… mentre scrivo, finisce lì dentro, prende la forma di una frase.

Molto probabilmente, anche nel periodo in cui è nato questo libro, io ho pensato: come decideremo, come esseri umani, il nostro rapporto con la natura? Questa è, allo stesso tempo, una decisione individuale. Ed è anche una decisione enorme. Che tipo di rapporto avremo? Come sarà? Ecco, questo è un tema importante.

BURAK
Molto bello. Proprio mentre crediamo di esserci separati dalla natura…

ENGİN
Esatto. Forse anch’io ho creduto di essermene separato. Forse anch’io mi sono sbagliato. Forse anch’io per molto tempo ho fatto finta di non vederlo. La fretta, le durezze, la vita… questo e quello…

Però qui c’è qualcosa con cui tutti noi ci confrontiamo. Un giorno ci confronteremo con un albero. Un giorno con un essere della natura, un giorno, in qualche modo, ci confronteremo. Da questo non possiamo fuggire.

Quando ci confronteremo con tutto questo, potrà essere un confronto buono, potrà essere anche un confronto cattivo, ma non possiamo sfuggirgli. La natura funziona così, ecco. Io lo dico sempre. Il gabbiano, il gabbiano sopra Istanbul… Non lo sappiamo. Da quante migliaia di anni vive a Istanbul, in un modo che passa da padre in figlio: tremila, cinquemila, diecimila? Non lo so. Vive qui. Io sono appena arrivato a Istanbul. Cioè, lui mi guarda come a dire questo. Perciò devo essere io a rispettare lui, oppure deve essere lui a rispettare me?

Io però metto al centro una cosa. Non bisogna saltare questo punto: dobbiamo capire che non siamo gli unici ad abitare questo mondo. Non ci siamo soltanto noi. Non c’è soltanto l’essere umano. Oltre a noi esistono moltissimi altri esseri viventi.

E questo non solo attraverso il rispetto… Naturalmente dobbiamo rispettare. Dobbiamo capire. L’essere umano è obbligato a capire gli altri esseri viventi, la natura, ogni cosa. Ma dobbiamo trovare una strada. Cioè, il punto è: come sarà tra cinquant’anni? Naturalmente non è molto facile per me dare una risposta personale a tutto questo, ma secondo me qualcuno deve anche rispondere a questa domanda.

BURAK
Almeno cercarla, quella risposta.

ENGİN
Esattamente.

BURAK
Voglio dire una piccola cosa per chi ci ascolta. Ogni volta che ci incontriamo, non so se tu te ne renda conto… C’è una cosa di cui io sono molto consapevole e che amo molto: per i primi quindici, venti minuti parliamo dei gabbiani intorno a casa tua.

ENGİN
Sì.

BURAK
E ne abbiamo parlato anche oggi. Abbiamo parlato dei piccoli gabbiani che ci sono qui. Abbiamo parlato dell’altro gabbiano che arriva. Abbiamo sempre una storia di gabbiani. Anche nella tua casa precedente ne parlavamo; anzi, è diventato perfino il tema di un mio racconto. Ne parliamo sempre, inevitabilmente.

E poi c’è il tuo gatto: parliamo anche di lui. Cioè, questo che cosa significa? Non ne parliamo nel senso di raccontarci “che cosa ci fanno passare”. Tu li racconti. Capisci? E questo è un punto molto bello. Perché è una cosa in cui sei osservatore, ma allo stesso tempo, quando vedi quell’uccello, ti metti dal punto di vista del gatto che muove appena la coda e resta lì.

ENGİN
Esatto.

BURAK
Quando racconti, tu stai lì, in quel punto. Non dall’alto, non dicendo “questi gabbiani…” e basta.
Oggi hai difeso una cosa con me, no? Qualcosa tipo: “Dicono sempre i corvi, ma anche i gabbiani sono intelligenti, fratello”. Cioè, con me hai difeso i gabbiani.

ENGİN
Io penso che ai gabbiani non sia stato riconosciuto il valore che meritano. Sui gabbiani si è fatto poco lavoro, si è detto poco. Secondo me anche le autorità dovrebbero occuparsene un po’ di più.

BURAK
Sì, oggi te ne sei lamentato.

ENGİN
Secondo me sui gabbiani di Istanbul c’è pochissima ricerca ed è stato detto pochissimo. Io dico questo: i gabbiani svolgono davvero un compito molto importante a Istanbul. Penso che ripuliscano tutto lo sporco e i rifiuti di Istanbul. Pensiamola così: togliamo i gabbiani da Istanbul per una settimana. Davvero, forse non si riuscirebbe più a passare, per la sporcizia.

BURAK
Mare compreso, no?

ENGİN
Mare compreso. Io lo vedo con i miei occhi. Cioè, è un pulitore molto serio. È un animale straordinario.

BURAK
In verità c’era una storia bellissima, però adesso non ne parleremo. È una storia molto lunga. Voglio solo dirlo io al posto tuo, per accorciarla. Perché per me è una cosa molto importante. La caratteristica di un narratore, la sua caratteristica primaria, è la fame di capire. C’è una storia di gabbiani, no? E per quella storia di gabbiani quest’uomo è arrivato fino alle associazioni ornitologiche per cercare di capire la questione. Cioè, che cosa succederà se lo imparo? Diventerò forse un gabbianologo? Non ha nessuna importanza, fratello. Il primo gesto di un narratore è la fame di capire.

*Deliler evi (“La casa dei pazzi”) e Geyik (“Il cervo”) sono racconti contenuti nell’ultimo libro di Engin Akyürek.

**Mamak e Dikmen sono due aree di Ankara. Mamak è un distretto della città, con quartieri urbanizzati ma anche zone verdi e naturali; Dikmen è un’area urbana legata anche alla Dikmen Vadisi, una valle oggi trasformata in parco.


Continua nella terza parte, dove il dialogo si sposta verso l’amore, la separazione e quel fragile confine tra realtà e immaginazione da cui, per Engin Akyürek, nasce spesso una storia.



Per ascoltare la sua voce:
https://www.youtube.com/watch?v=I9GMPgUt3pM&t=59s

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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