Engin Akyürek, il mio fantastico regalo di Natale

Questo è un racconto che mi sono divertita a scrivere per il concorso natalizio “Cuento de Navidad” organizzato dalle fantastiche ragazze spagnole del gruppo Facebook “Kerimeras”. Scrivendo ho sognato ad occhi aperti…..tanto sognare non costa nulla, no????? Mentre lo rileggo mi ritrovo a sorridere….spero strappi un sorriso anche a voi!

Sono impalata, immobile. Apparentemente immobile. 
Tutto il mio corpo, in realtà, è in subbuglio. 
Ho il cuore in gola. Ovvio. 
Le pulsazioni forse sono anche più di 400 al minuto. Forse dovrei cominciare a preoccuparmi.
Sono quasi in trance. Per fortuna (per fortuna!) che l’extrasistole (l’extrasistole!) con quel battito anticipato mi ricorda che sono viva. Meravigliosamente viva. 

Ho le gambe che mi tremano e le mani che mi sudano. 
Probabilmente sarei paonazza in viso, se non fosse per quell’arietta fresca che dal mare mi arriva sulle gote rinfrescandomi, ricordandomi che sono viva. 
L’aria fresca e l’extrasistole mi ricordano che sono viva. Perché potrei essere tranquillamente morta e trovarmi in paradiso: la visione di fronte a me è decisamente paradisiaca. 

Invece sono viva. Meravigliosamente viva e pronta per l’incontro che ho desiderato, agognato e immaginato innumerevoli volte. Alla fine, si è avverato: sto per intervistare Engin Akyürek. Ancora ricordo la telefonata del direttore: “Hai scritto la letterina a Babbo Natale?  È in arrivo il tuo regalo di Natale, perché sei stata una bimba brava!!! Ti commissioniamo l’intervista a Engin Akyüerk!”.

Ancora non ci credo. 

Mi sento come un’adolescente alle prese col primo ballo. Hai presente? Le mani che sudano, le gambe che tremano, la tachicardia…insomma tutto il corredo di sensazioni odiose che ti fanno sembrare un’ebete. 
Mi sento un’ebete. 
Sono un’ebete.

Ros, sii professionale. Sei qui per lavoro!  Fai un bel respiro profondo. Un sorriso rilassato e muovi quelle gambe! –  L’ altra me mi richiama all’ordine.

Mentre provo a ricompormi per non sembrare del tutto un’ebete, lo intravedo. È seduto al tavolino. È girato di spalle. Parla al cellulare. 

Ho qualche secondo per riprendermi, penso.
Mentre ripasso nella mente tutto quello che mi serve (dov’è il fotografo? l’interprete? l’agendina nera? e il registratore?)  – tenendolo d’occhio – mi accorgo che nel locale non c’è ancora nessuno. 

C’è solo una ragazza, che parla al cellulare pure lei, con addosso una felpa rossa. Ho sempre odiato le felpe rosse. Perché una felpa deve essere rossa? Se indossi una felpa lo fai per andare in palestra, dove meno ti si nota meglio è…o per comodità, perché magari ti aspetta una serata sul divano a vedere un film, a leggere un libro o semplicemente ad ascoltare un po’ di musica, insomma ci vuole un colore appropriato. Il rosso è più adatto per un vestito sexy da sera, anche se io a pensarci bene odio il rosso, meglio un grigio o un nero, in realtà odio anche i vestiti sexy e le scarpe con i tacchi a spillo! Ora mi trovo davanti all’uomo più bello del mondo (girato di spalle, che parla al cellulare…) e a una ragazza con la felpa rossa. Se una ragazza indossa una felpa, che dovrebbe essere grigia o nera e invece è rossa, ha qualcosa da dire al mondo.  Cosa avrà da dire al mondo questa ragazza? Ma è venuta con lui? E perché è venuta? E se è venuta, perché proprio con la felpa rossa? 

Mentre faccio questi discorsi deliranti – che dovrebbero essere in realtà un esercizio per distrarre la mente ed evitare che l’ansia si trasformi in panico – Engin posa il cellulare sul tavolo. E guarda l’orologio. Oddio, starà pensando che sono in ritardo. Io odio arrivare in ritardo. In realtà non sono arrivata in ritardo.  Sono qui da una vita.

EHI ENGIN SONO QUIIIIIIIIIII!!!!!, vorrei urlare, ma un barlume di lucidità me lo vieta. 

La mia voce è sparita. Le mie gambe non rispondono.
Penso che abbiano spalmato sul pavimento di fronte al Penguen Kitabevi un quintale di colla (perché mai hanno spalmato tutta questa colla???) e le mie scarpe sono belle che attaccate! Niente, mi dispiace non posso entrare: Engin l’intervista non la facciamo più, il fato ha voluto così. Quintali di colla proprio oggi di fronte al Penguen Kitabevi dove avrei dovuto fare l’intervista della vita! Però forse potrei slacciare gli anfibi ed entrare scalza al Penguen Kitabevi, nooooo, ma ti pare che entro scalza? 

In quel preciso istante, mentre vorrei prendermi a schiaffi per i pensieri ridicoli che la mia mente elabora pur di farmi prendere tempo, lui si volta, mi guarda e mi sorride. Capisce che sono io (cosa glielo avrà fatto capire? l’aria da ebete? oppure gli occhiali? o il notebook che ho in mano?).

Si alza in piedi (ma quanto è alto?) e mi viene incontro (oh Dio mio sta succedendo davvero?). Cammina come se non poggiasse i piedi a terra – Ros, forza muoviti anche tu, non pensare a quanto è bello, sexy, affascinante, non pensare che è Engin, muoviti e basta! – e gli vado incontro, con fare sicuro, addirittura senza tentennare, inciampare, cadere e rialzarmi chiedendo scusa! 

Lui allora si ferma e mi aspetta dentro, io entro, lo guardo negli occhi, gli sorrido appena e sussurro “Merhaba…”

– Benvenuta Ros, come stai?
– Bene grazie e tu? Ci diamo del tu, vero? 
– Certo, ovviamente. Sto bene grazie, spero ti piaccia il Penguen Kitabevi, mi sembra adatto per la nostra intervista. 

È perfetto.

Mi porge la mano. Gli do la mia mano. E per un attimo, un brevissimo, lunghissimo, intenso, indimenticabile attimo, un brivido mi attraversa la schiena, una scarica elettrica quasi, che si irradia sino alla punta dei piedi e sino all’ultimo millimetro di ogni mia singola ciocca di capelli. 
Lui deve essersi accorto di qualcosa. Perché invece di sfilare la sua mano dalla mia, esita qualche istante. E mi guarda negli occhi. 

Non so cosa sia accaduto in quel preciso momento, ma improvvisamente mi sento calma e a mio agio, mi sento particolarmente bella e affascinante, sicura di me. Ehi, sono Ros, una giornalista italiana – la prima giornalista italiana che ha scritto un articolo su Engin –  e sono qui a Istanbul, al Penguen Kitabevi per un’intervista esclusiva a Engin Akyürek. 

Ci sediamo al tavolino, lui prende un çay, io un caffè turco e cominciamo a chiacchierare. La ragazza con la felpa rossa è una sua assistente, gentile e molto professionale. Due tavolini più in là ci sono due altri ragazzi dello staff, che prima non avevo visto. Hanno uno una giacca grigia e l’altro verde militare. Dopo qualche minuto, arriva anche il fotografo e l’interprete che ho voluto comunque, nel caso un attacco di panico mi avesse annebbiato ogni facoltà mentale. 
E invece, no: io ed Engin stiamo amabilmente conversando davanti a un caffè e un tè caldi, seduti al tavolino di un bar-libreria a Istanbul, una mattina di dicembre fredda e assolata che non dimenticherò mai.

Mentre parliamo lo osservo: ha una maglia blu e i jeans. I capelli stanno ricrescendo dopo Sancar, non sono lunghi ancora, ha quella bellissima riga di lato che ha sfoggiato al matrimonio di Ahmet Tansu e un ciuffo più lungo, che gli ricade leggermente sulla fronte. Alla sedia è appoggiato il suo giaccone blu. 
Adoro il blu. 
In realtà avrei adorato anche il rosso, se lo avesse avuto addosso lui. Anzi lo avrei messo d’ufficio in cima ai miei colori preferiti. 

Osservo i suoi movimenti, le mani bellissime, le lunghe braccia, gli occhi ……quel suo gesticolare che dà ancora più colore e calore alla conversazione, il suo “yani” di cui ero già innamorata prima di salire sull’aereo che mi avrebbe portato qui in Turchia a due centimetri da lui, e soprattutto l’attenzione con cui mi ascolta quando parlo. Percepisco che non è un’attenzione di circostanza, che non mi ascolta con gentilezza perché “deve” o solo per le sue buone maniere…è proprio interessato a me, a quello che dico, forse anche a come lo dico…

All’improvviso si ferma. Si guarda le mani. Poi alza il viso verso di me e fa: 

– Io e te abbiamo qualcosa in comune, qualcosa che ci lega.

Lo guardo stupita. 
Muta. 
Stupita e muta. 
Muta e stupita. 

– Abbiamo una purezza che ci lega, che viene dall’animo, è sedimentata nel nostro DNA, ci è stata tramandata dai nostri avi, è l’eredità con cui viviamo il mondo, le relazioni, le esperienze. E guardandoti capisco che è proprio così. Non ti conosco, non so chi sei, ma è da ieri che ci penso. E no, non può essere una coincidenza. 

Il suo cognome e il mio. Cuore bianco e Bianco (mi piace anche il bianco, da adesso!). Un cognome turco e un cognome italiano, un colore in comune destinato a incrociare le nostre rispettive vite per il tempo di un’intervista. 

Non ci avevo mai pensato. 
Lui sì. 

Di nuovo un brivido mi attraversa il corpo. Di nuovo lui sofferma il suo sguardo sui miei occhi. Quasi a volermi scrutare l’anima. 

L’intervista scivola via a meraviglia. Le mie domande lo incuriosiscono, si diverte a rispondere: niente domande sulla vita privata, gli chiedo di parlarmi di cinema, di musica, di libri e del suo libro, di Istanbul e Gazientep, della cucina turca, di viaggi, di progetti futuri….il fotografo fa degli scatti meravigliosi che guardiamo insieme, per scegliere i più belli. Io e la sua collaboratrice prendiamo accordi, ci sentiremo via mail nei prossimi giorni. L’intervista è finita.

C’è un clima di festa, siamo tutti sorridenti: è stato bellissimo.
È il momento dei saluti. 
Lui si avvicina e mi dice: 

– Ti va di mangiare baklava mentre passeggiamo per Istanbul? Mi piacerebbe farti conoscere la città.

Aveva letto il mio articolo! Aveva letto l’articolo che mi ha portato qui, davanti a lui, che adesso mi chiede di fare una passeggiata in città mangiando baklava!
Vorrei urlargli semplicemente “Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!!”, ma la voce non esce……sono di nuovo ammutolita. 

Sento una mano che si posa sul mio braccio, deve essere lui che vuole incoraggiarmi a rispondere…. Ma poi sento una voce femminile:

– Signora, si svegli, siamo atterrati, deve scendere…

È la hostess del volo che mi ha portato a Istanbul, dove intervisterò Engin Akyürek.

Scendo dall’aereo, ci sono le nuvole, pioviggina, questo tempo mi mette malinconia. 

Accendo il cellulare e mi arrivano una raffica di messaggi: Francesca, Silvia, Elvan e Wiky, le mie amiche “enginiane”, sono già arrivate, mi aspettano in albergo, mi hanno mandato l’indirizzo preciso, sapendo che sono una schiappa con gli spostamenti. 

Le raggiungo, è pomeriggio, usciamo per fare una passeggiata e mangiare qualcosa. Rimaniamo fino a tardi a chiacchierare e a fantasticare sul giorno dopo: alle 9 ho appuntamento con Engin per l’intervista. Ho ricevuto anche la telefonata della sua assistente, è tutto organizzato nei minimi dettagli. 

La mattina dopo un bellissimo sole rischiara una giornata azzurra e fredda, d’altronde è il 18 dicembre, tra una settimana è Natale, io sto scartando il mio regalo e dal mare sferza un venticello che dà i brividi. Ma è anche l’emozione. 
Prendiamo due taxi per andare a Kadıköy, dove si trova il luogo del nostro appuntamento, il Penguen Kitabevi. 
Mentre siamo in macchina siamo rapite dalla bellezza della città, caotica, colorata, avvolta da un fascino misterioso che ammalia. Ci accordiamo sul da farsi: le mie amiche mi aspetteranno appartate, a fine intervista le presenterò a Engin. Dopo andremo a fare un giro per la città: un sorriso affiora sul mio viso, un po’ pensando alla scena di me che presento loro a Engin, un po’ perché ripenso al sogno fatto sull’aereo.  

Arriviamo e ci separiamo. A me tremano le gambe.

Ros, sii professionale, è “solo” lavoro! –  No, non è solo lavoro: ho l’incontro con l’attore più bello e bravo di tutti i tempi, il mio idolo!!! – Si va bene, ma sei qui per lavoro, datti un contegno. 

Do uno sguardo d’insieme, non c’è traccia di ragazze con la felpa rossa, né di Engin in realtà…sto per iniziare a preoccuparmi mentre con la mente faccio una ricognizione generale – è il giorno giusto?  non avrò sbagliato orario? e il fotografo? l’interprete? il registratore….. – quando una voce alle mie spalle improvvisamente interrompe il flusso dei pensieri ansiogeni:

– Ros, sei tu? O forse dovrei chiamarti “Ak Gül” ? Lo sai vero che abbiamo qualcosa in comune, che ci lega? 
– Sì, lo so.

Lo dico voltandomi e alzando lo sguardo (ma quanto è alto????) e in un attimo sono rapita da due occhi luminosi e profondi come pozzi d’acqua scura (ma quanto è bello?) e da un sorriso composto e sincero, radioso, contagioso (potrei anche svenire, no proprio morire, ma forse sono già  morta…)

Mi pizzico da sola il braccio. È un altro sogno, non può essere vero. O forse sì? 
Fra una settimana è Natale e io sto scartando il mio fantastico regalo

© Rosaria Bianco

10 Replies to “Engin Akyürek, il mio fantastico regalo di Natale”

      1. Stupendo, grazie sicuramente senza parole, sembra verente di conoscerlo di persona, in queste parole traspare la gentilezza che si può trovare, incontrando Engin Akyürek ❤️ ❤️ 🇮🇹

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  1. It is beautifully written. We both adore and love Engin. The difference is I pay no attention to looks. Handsome and Gorgeous never makes the person. I do, however, love #EnginAkyurek for his brilliant mind, not the Einstein kind of mind, but brilliant, nevertheless! I love and adore him for his honesty, sincerity – for his humbleness for his love of children and animals, for helping the less fortunate – for being a huge star and makes really nothing of it. Does not brag about it. I adore him because of what I read about him, he is a very kind human being. For all these reason I just gave, I probably too would be shaking at the knees if I ever met him. In’sh’Allah perhaps I meet him one day… perhaps in Toronto, Canada.

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