Engin Akyürek storytelling racconti

Lo so, ultimamente sono stata un po’ assente.
Presissima da mille cose, lavoro, lavoro, lavoro.
Ma ci sono.
Solo che a volte ho bisogno di rallentare, di andare piano, come quelle foglie che non si staccano subito, ma aspettano il vento giusto.

E così, con lo stesso passo lento ma affettuoso, eccomi qui a scrivere le storie ispirate dalle foto del nostro Engin Akyürek. Quelle che mi avete inviato per questa rubrica nata per gioco e diventata una piccola finestra sul “suo” mondo e sul mio modo di guardarlo.
Una alla volta, con calma.
Perché ogni storia ha bisogno del suo tempo.

E ogni foto, del suo silenzio prima di diventare parola.

Oggi riparto da qui.
Da questo bellissimo scatto che mi ha inviato Linda.
Una foto che sembra una scena rubata a un film d’autore, dove il protagonista è appena salito in macchina… e all’improvviso si ricorda qualcosa.

E allora ho scritto questo.
Ros 🙂

La cosa che aveva dimenticato

Aveva lasciato il bar senza fretta. Passo lento, con calma, come si esce da un sogno quando il risveglio è dolce e il caffè ha ancora la schiuma calda.
Camminava piuttosto piano, come chi ha ancora qualcosa da dire, ma non sa a chi.
Le mani in tasca, gli occhi negli occhi del cielo.
Nessuno lo guardava.
Eppure, sembrava che il mondo lo stesse aspettando.

Salì in macchina con l’andatura morbida di chi ha smesso di rincorrere la vita e ha iniziato, forse per la prima volta, ad ascoltarla.
Non gli riusciva ancora benissimo, ma ci provava.
Infilò la chiave, ma non accese il motore.
Non per scelta, non per distrazione.
Semplicemente non lo fece.
E senza accorgersene, per rispondere a un bisogno antico — uno di quelli che ti abitano sotto la pelle senza nome — appoggiò il braccio sul sedile.
Come si appoggia un ricordo.
Come si sfiora la spalla di qualcuno che non c’è più.

Fu in quell’istante che si ricordò.

Non un impegno, non un oggetto dimenticato.
Si ricordò di sé.
Ma non di quel sé addomesticato dai giorni, accomodato nei doveri.
Si ricordò del ragazzo che rideva sotto la pioggia in un cinema all’aperto, come se ogni goccia fosse un applauso del cielo.
Di quello che scriveva lettere senza indirizzo, solo per il gusto di affidarsi al caso, come ci si affida alle mani di una madre.
Si ricordò di quando — un pomeriggio di giugno che odorava di basilico e promesse — aveva detto a una ragazza: “Non ti dimenticherò mai.”

E ci aveva creduto.
Fino in fondo.
Così tanto da dimenticare di averlo detto.

E no, non l’aveva dimenticata.
Non davvero.
Aveva solo smesso di ricordarla con la pelle.
Come si ricordano le cose vive, quelle che ti camminano dentro anche quando dormi.
L’aveva lasciata evaporare piano.
Fino a farne nebbia.
Ma una nebbia buona, che non confonde, semmai avvolge.
E sa di vento gentile, di malinconie che non fanno male,
di basilico spezzato tra le dita.

Poi guardò avanti.
Il volante lo aspettava.
La strada pure.
Ma non girò la chiave.
Perché quando il cuore è pieno di un altrove,
nessun motore sa dove andare.

E fu allora che accadde.

La portiera si aprì.
Con quella lentezza antica dei gesti che vogliono bene al tempo.
Si spalancò come una vecchia lettera che non aveva mai osato leggere.
E da lì, come un ricordo che prende corpo, entrò una mano.
Sottile. Tremante.
Con al dito lo stesso anello.
Quello che portava quando lui, anni prima, aveva archiviato quella storia tra le cose troppo intense per essere ripetute.
Quelle che accadono una volta sola, come certi cieli, certe febbri, certe mani che ti sfiorano e poi scompaiono.
Pensava che non potesse succedere di nuovo.
Che la vita non fosse così generosa da restituirgli ciò che aveva già osato dargli.

Non si dissero nulla.
Non ce n’era bisogno.
Si guardarono.
E in quel silenzio che non era più imbarazzo,
ma riconoscimento,
tutto ciò che avevano dimenticato
cominciò, pian piano,
a ricordarsi di loro.

Ros

Giornalista freelance, ghostwriter, content editor, sommelier, mi occupo di uffici stampa e comunicazione. Scrivo, leggo, ascolto musica, divoro film e serie tv. Soprattutto turche. Soprattutto con Engin Akyürek. Il mio sogno? Intervistarlo

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