Luce obliqua è il nuovo racconto ispirato a una fotografia di Engin Akyürek, scelto per la rubrica Una foto, una storia.
Ogni scatto contiene una possibilità narrativa, una soglia da attraversare. In questo caso, lo sguardo di Engin – sospeso tra luce e ombra – ha aperto la strada a una storia silenziosa e profonda, fatta di memorie, ritorni e riconoscimenti interiori.
La foto, scelta da Tina è diventata una sorta di chiave: ha acceso una luce imperfetta ma necessaria, capace di spaccare il buio nel punto esatto.
👉 Se ami le storie ispirate dalle immagini – dalle immagini di Engin Akyürek 🙂 – la scrittura emotiva e narrativa, o semplicemente vuoi lasciarti attraversare da parole che provano a smuovere qualcosa, Luce obliqua è per te.
Luce obliqua
Non tornava lì da anni.
Non per paura — non quella vera almeno — ma per quel pudore che si prova davanti alle cose rimaste uguali, quando tutto il resto è cambiato.
Aprì la porta come si apre un ricordo: con rispetto, e con un pizzico di vergogna.
L’odore era lo stesso.
Umido, ferroso, pieno di cose che non servono più ma che non si riesce a buttare.
Un vecchio portavasi con un manico rotto. Una sedia zoppa. Una scatola con foto non sue.
Oggetti che qualcuno aveva deciso di non guardare più.
Scese senza accendere la torcia del telefono.
Voleva che il buio gli parlasse.
Che lo prendesse per mano, forse. O che lo tenesse lì, in silenzio, per un po’.
Come fanno solo certe stanze. E certe persone.
Si fermò al quarto gradino, quello che scricchiolava più degli altri.
Lo toccò con il piede, poi con la memoria.
Era ancora lì.
Tutto era ancora lì.
Respirò.
Un respiro lento, quasi denso.
Poi scese ancora.
E fu allora che la vide.
Una lama di luce entrava da una vecchia finestra murata male, una fessura dimenticata che lasciava passare solo l’essenziale.
Non era una luce qualunque.
Sembrava sapesse dove andare.
Non danzava, non invocava.
Stava lì, come certe domande che smettono di essere urgenti, ma non per questo diventano meno vere.
Lui si avvicinò.
Non per semplice curiosità.
Ma per quella fame sottile che si prova davanti alle cose che sembrano sapere più di noi.
Si fermò nel punto esatto in cui la luce lo colpiva sul volto.
Destra o sinistra — non saprebbe dirlo.
Era come se lo dividesse in due: ciò che mostrava al mondo, e ciò che aveva dimenticato di essere.
Non c’era freddo.
Non c’era calore.
Solo quell’aria sospesa, rarefatta, da attesa sacra.
Come quando si entra in una stanza dove si è appena pianto.
Lentamente, le mani si mossero.
Sfiorarono una scatola. La aprirono senza averlo deciso.
Dentro: niente di importante, e proprio per questo: tutto.
Una foto.
Un biglietto con una scritta incerta.
Un vecchio coltellino senza lama.
E un odore preciso — di lei.
Non il profumo che usava.
Ma quello che aveva la sua assenza, quando usciva di casa lasciando dietro di sé l’aria ferma di chi tornerà.
(Anche se non tornerà mai più.)
Gli occhi non si riempirono.
Non era giorno da lacrime.
Era uno di quei giorni in cui si sceglie, in silenzio, di restare interi.
E lui restò lì.
In piedi.
Tagliato in due da una luce che non aveva chiesto,
ma che — forse — gli era sempre appartenuta.
Quando si voltò, la luce era ancora lì.
Fissa, verticale, imperfetta.
Non sembrava volerlo trattenere. Solo osservarlo un’ultima volta, prima di lasciarlo andare.
Lui abbassò lo sguardo, come si fa davanti a qualcuno che ci ha amato senza dirlo.
Poi sorrise.
Un sorriso lieve, di quelli che non si fanno agli altri, ma a sé stessi.
Come quando si riconosce un dettaglio inaspettato in una vecchia foto, o si ritrova una parola dimenticata nel fondo di un cassetto.
Era un sorriso nonostante.
Nonostante tutto ciò che era rimasto incompiuto, imperfetto, irrisolto.
Un sorriso che non chiedeva niente.
E per questo, forse, era vero.
Salì i gradini lentamente.
Ogni passo era un distacco, ma anche un ritorno.
Il buio gli restava alle spalle, come un mantello che non faceva più paura.
Non si voltò.
Non serviva.
La luce lo aveva trovato.
E ora era lui a portarla con sé.

Questa foto è una delle mie preferite tra quelle in bianco e nero, queste foto suscitano sempre emozioni che vanno oltre l’ immagine in sé, invitano a riflettere sulla complessità dell’ animo umano come fossero quadri d’ autore e tu Ros sai dare voce a queste emozioni complimenti !!! 😘
Grazie Antonietta….è un gioco divertente, lasciarsi andare alle emozioni che alcune foto in particolare suscitano.
This is really beautifully written.
Thanks 🙂
Che dire: sei proprio brava
Grazie 🙂